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Il coraggio della denuncia: Emma davanti al genocidio di Srebrenica

2 giorni fa
Tempo di lettura: 5 min

Aggiornamento: 20 ore fa


@Pubblico dominio in Wikipedia
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Il 17 luglio 1995 Emma Bonino si presenta davanti ai giornalisti appena rientrata da Tuzla. Da pochi mesi è commissaria europea per gli Aiuti umanitari. Srebrenica è caduta sei giorni prima, ma la dimensione del massacro non è ancora conosciuta. Circolano cifre contraddittorie, le immagini televisive mostrano colonne di donne e bambini in fuga, mentre degli uomini si sono perse quasi tutte le tracce.

La commissaria ha deciso di andare sul posto proprio perché non riusciva a capire che cosa stesse realmente accadendo. Torna con dati ancora incompleti, ma anche con una certezza: la tragedia non può più essere affrontata soltanto come un’emergenza umanitaria. Il problema riguarda la responsabilità politica dell’Europa e delle Nazioni Unite, che avevano dichiarato Srebrenica “zona protetta” senza essere poi capaci di proteggerla.

La conferenza stampa, riascoltata oggi, conserva la concitazione di quelle ore. Bonino parla rapidamente, corregge le cifre, distingue ciò che ha potuto verificare dalle notizie ancora incerte. Non possiede ancora le prove del genocidio, ma ne scorge già la forma attraverso le assenze.

A Tuzla sono arrivate circa 23.000 persone provenienti dall’enclave. Sono quasi tutte donne, bambini e anziani. Nei primi giorni migliaia di loro hanno dormito all’aperto. Successivamente le autorità bosniache hanno messo a disposizione scuole, palestre e fabbriche, trasformate in centri di accoglienza. Altre cinquemila persone rimangono accampate vicino alla pista dell’aeroporto, in una zona minata, esposta al fuoco serbo e soffocata da una temperatura di trentacinque gradi.

Le organizzazioni umanitarie possono procurare acqua, alimenti, tende, cucine da campo e servizi igienici. La macchina degli aiuti, superato il disordine iniziale, è in grado di funzionare. Ma Bonino invita a non confondere questa capacità operativa con una risposta alla tragedia. Gli aiuti mantengono in vita i sopravvissuti; non restituiscono loro le persone scomparse, la casa, la sicurezza, la fiducia riposta nella protezione internazionale.

Dietro ogni profugo intravede una storia spezzata. Molti non sanno dove siano finiti i familiari. Alcuni sono già stati costretti ad abbandonare una prima casa e avevano cercato riparo a Srebrenica proprio perché considerata un’enclave sicura. Ora sono nuovamente in fuga e difficilmente potranno ritornare.

Il punto più drammatico della conferenza riguarda però coloro che a Tuzla non sono arrivati. Srebrenica contava tra 38.000 e 42.000 abitanti. Confrontando questa stima con il numero dei profughi registrati, Bonino pronuncia la frase intorno alla quale ruota tutto il suo intervento: «Mancano all’appello perlomeno dodicimila persone».

Nel luglio 1995 non è ancora possibile sapere dove siano. Si parla di migliaia di giovani radunati in uno stadio, di autobus partiti verso destinazioni sconosciute, di prigionieri separati dalle donne. Le ricerche nelle altre aree non danno risultati. La Croce Rossa e l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati non riescono a ottenere un accesso libero ai territori conquistati dalle forze serbo-bosniache.

Alcuni caschi blu olandesi sono rimasti confinati nei propri accampamenti. Due medici assistono decine di feriti non trasportabili, senza potersi muovere. Un osservatore internazionale riferisce di aver udito numerose raffiche di mitragliatrice. Bonino non afferma ciò che non è ancora in grado di dimostrare, ma confessa che le restano ormai poche speranze sulla sorte degli scomparsi.

Negli anni seguenti le indagini ricostruiranno l’uccisione di oltre ottomila uomini e ragazzi bosnacchi. Le sentenze dei tribunali internazionali definiranno Srebrenica un genocidio. Ma nella conferenza del 17 luglio colpisce la capacità di Bonino di riconoscere il disegno della strage quando esso è ancora nascosto: non attraverso la visione dei corpi, ma attraverso il vuoto lasciato da migliaia di persone che non arrivano.

Da quel vuoto nasce la sua domanda politica. Nelle altre enclave dichiarate sicure — Žepa, Goražde e Bihać — circa centomila persone si trovano ancora in pericolo. Che cosa significa chiamare “protetta” un’area se nessuno è disposto a difenderla?

La sua alternativa è brutale, perché brutale è la situazione: “Delle due l’una: o ci si decide a proteggerle o […] bisogna cercare di evacuarle prima». In sostanza, se la comunità internazionale non intende usare i mezzi necessari per difendere quelle popolazioni, deve almeno avere il coraggio di evacuarle prima che vengano espulse, violentate o uccise. Bonino è quindi consapevole che anche l’evacuazione comporterebbe l’accettazione della pulizia etnica. Ma considera ancora più intollerabile attendere il massacro e intervenire soltanto dopo, con tende, viveri e medicinali. È questo il nucleo più forte della sua denuncia: l’assistenza umanitaria rischia di diventare l’alibi di una politica che rinuncia a prevenire. Si soccorrono le vittime quando il crimine è già stato compiuto, mentre si evita di assumere le decisioni necessarie per fermarlo.

Bonino non disprezza gli aiuti, ne rivendica l’importanza e conosce bene il lavoro delle organizzazioni impegnate sul terreno. Ma rifiuta che la solidarietà sia trasformata in una tecnica per rendere sopportabili le conseguenze dell’inerzia. Acqua, pane e coperte possono alleviare la sofferenza; non possono sostituire una politica estera, una protezione militare credibile e una giustizia capace di perseguire i responsabili.

Per questo chiede al Consiglio dei ministri europei, riunito proprio quel giorno, di non limitarsi all’ennesima dichiarazione. L’Europa deve scegliere se proteggere realmente le enclave, anche attraverso la forza, oppure riconoscere apertamente di non volerlo fare. Bonino non accetta la rappresentazione di una comunità internazionale impotente davanti alle truppe di Ratko Mladić. La NATO, gli eserciti europei e le Nazioni Unite dispongono di mezzi enormemente superiori. Ciò che manca non è la capacità militare, ma la decisione politica.

Il suo giudizio investe anche gli anni precedenti. Srebrenica non è un’esplosione improvvisa di violenza: viene dopo gli stupri di massa, l’assedio di Sarajevo, le deportazioni, i bombardamenti e la progressiva cancellazione delle comunità bosniache. Sono atrocità osservate, documentate e tuttavia lasciate continuare. Bonino le definisce: «massacri consentiti e genocidi consentiti».

La parola “consentiti” attribuisce alla comunità internazionale una responsabilità che va oltre la semplice impotenza. L’esitaziond, le divisioni diplomatiche e il ripetersi di dichiarazioni prive di conseguenze hanno creato lo spazio nel quale il genocidio è diventato possibile.

Nella parte finale Bonino richiama il Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia. La giustizia, per lei, non è un’aggiunta successiva alla pace, né una vendetta da esercitare quando la guerra sarà terminata. È una delle condizioni che possono interrompere l’impunità e restituire alle vittime il riconoscimento di quanto hanno subito. Da qui la formula che accompagnerà tutta la sua attività internazionale:

«Non c’è pace senza giustizia».

La conferenza del 17 luglio 1995 mostra una Emma Bonino lontana tanto dalla retorica umanitaria quanto dal linguaggio impersonale della diplomazia. Parla come commissaria europea, ma anche come testimone raggiunta dal dolore incontrato a Tuzla. Tiene insieme cifre e volti, organizzazione degli aiuti e responsabilità politica, urgenza del soccorso e necessità di prevenire.

Riascoltarla significa tornare a una domanda che Srebrenica continua a rivolgerci: che valore ha una protezione proclamata, se non è sostenuta dalla volontà di agire? Quando la politica si limita a curare i sopravvissuti, mentre rinuncia a fermare chi produce le vittime, l’umanitario rischia di diventare il volto pietoso dell’abbandono.


Fonte: conferenza stampa di Emma Bonino sulla situazione in Bosnia dopo la caduta di Srebrenica, Roma, 17 luglio 1995, Archivio di Radio Radicale.

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