Luca Attanasio, quando la verità precipita nella trappola del silenzio
di Alberto Scafella

Oggi, 10 settembre, è stata intitolata a Luca Attanasio, il diplomatico ucciso in Congo nel febbraio del 2021, la mensa serale "Spazio d'Angolo" in via Luigi Capriolo 14/b a Torino, gestita dall'Associazione Maria Madre della Provvidenza (AMMP). Attanasio è stato riconosciuto da promotori come "esempio di servizio, di umanità e attenzione verso le persone più fragili".
Al di là delle iniziative, però, è doveroso ricordare che l'assassinio di chi ha sacrificato la propria vita incarnando i valori della solidarietà, e di coloro che l'hanno seguito nel suo drammatico destino, rischia di passare in archivio l'indagine giudiziaria.
Ci sono morti che il tempo riesce a trasformare in memoria. E ce ne sono altre che il tempo, invece di chiudere, rende ancora più ingombranti. Quella di Luca Attanasio appartiene alla seconda categoria. Il 22 febbraio 2021 Luca moriva nella Repubblica Democratica del Congo insieme al carabiniere Vittorio Iacovacci e all’autista Mustapha Milambo. Cinque anni dopo, la verità giudiziaria su quella morte rischia di essere archiviata insieme al fascicolo.
La Procura di Roma ha infatti chiesto l’archiviazione del secondo filone dell’inchiesta, quello aperto contro ignoti e concentrato anche sui sei cittadini congolesi condannati all’ergastolo dalla giustizia di Kinshasa. Non perché sia stato dimostrato che quelle persone non c’entrassero nulla. Ma perché, secondo gli inquirenti italiani, non esistono elementi probatori sufficienti per sostenere le accuse secondo gli standard richiesti dal nostro ordinamento. È una differenza enorme. E proprio per questo dovrebbe inquietarci. Ho conosciuto Luca Attanasio personalmente in Repubblica Democratica del Congo, lavorando in quella parte del mondo. Era un diplomatico, ma soprattutto era un uomo che aveva scelto di esserci. Di ascoltare. Di costruire rapporti. Di rappresentare l’Italia senza trasformare la diplomazia in una semplice liturgia di ricevimenti e fotografie. Per questo la sua morte ha colpito me quanto chi lo ha conosciuto direttamente.
La storia di Luca non riguarda soltanto ciò che è accaduto il 22 febbraio 2021. Riguarda anche ciò che è accaduto prima. Riguarda i segnali che non sono stati ascoltati, i rischi che non sono stati compresi fino in fondo, le responsabilità di chi avrebbe dovuto proteggere un proprio uomo mandato a rappresentare l’Italia in uno Stato difficile, fragile e complicato come il Congo. Non si trattava di paure astratte o di allarmi generici. Erano rischi concreti, legati a un contesto nel quale la sicurezza non può essere separata dagli interessi economici, dalle tensioni politiche, dalle milizie, dalla corruzione e dalle interferenze internazionali.
Luca Attanasio conosceva quel contesto. Lo viveva ogni giorno. E proprio perché lo conosceva, cercava di segnalarlo.
La Procura ha spiegato perché vuole chiudere il secondo filone: i sei congolesi inizialmente avrebbero confessato, ma davanti ai carabinieri del ROS hanno ritrattato sostenendo che quelle confessioni fossero state estorte con la forza. Senza la collaborazione delle autorità congolesi, gli investigatori italiani non hanno potuto verificare adeguatamente quelle dichiarazioni né sviluppare ulteriormente la pista. Inoltre, nel fascicolo sono finite anche piste emerse da inchieste giornalistiche e dalle indagini difensive della famiglia, compresa quella relativa a una miniera di pirocloro-niobio nell’area di Lueshe e a possibili interessi russi. Anche su questo fronte, però, la mancata collaborazione congolese avrebbe impedito ulteriori verifiche.
Allora eccoci davanti al paradosso. Lo Stato italiano ha una magistratura che non può inventarsi le prove, perché un processo non può essere costruito sulle suggestioni, sui sospetti o sulle ricostruzioni giornalistiche. Ma proprio per questo la domanda politica diventa inevitabile: che cosa accade quando la giustizia di un Paese democratico si trova davanti al muro di gomma di un Paese nel quale gli strumenti investigativi non funzionano, le confessioni vengono ritrattate e la collaborazione giudiziaria praticamente si dissolve?
Accade che la verità giudiziaria rischia di diventare ostaggio della verità che non si riesce a dimostrare. E questa è la parte più amara della vicenda. Perché in Congo sei uomini sono stati condannati all’ergastolo. In Italia, invece, non ci sono elementi sufficienti per attribuire loro responsabilità. Non è necessariamente una contraddizione giuridica. È però una gigantesca contraddizione investigativa. E il primo filone dell’inchiesta non ha avuto sorte migliore. La Procura di Roma aveva chiesto il processo per due funzionari del Programma alimentare mondiale, Rocco Leone e Mansour Luguru Rwagaza, accusati di omicidio colposo per avere organizzato la missione.
Nel febbraio 2024 il GUP ha dichiarato il non luogo a procedere riconoscendo loro l’immunità diplomatica. Così, pezzo dopo pezzo, il sistema giudiziario si è trovato davanti a porte chiuse. Una porta aperta dall’immunità. Una seconda dalla mancanza di collaborazione internazionale. Una terza dalla fragilità delle confessioni. E una quarta dall’impossibilità di trasformare alcune piste investigative in prove utilizzabili in giudizio. Ma prima ancora delle porte chiuse nei tribunali, ci sono state quelle che forse non sono mai state aperte negli uffici del governo: la porta dell’ascolto, la porta della prevenzione, la porta della responsabilità.
Luca era un uomo dello Stato. Lo Stato, chiediamoci, prima della sua morte, ha saputo essere davvero all’altezza del suo lavoro? Ha ascoltato i suoi allarmi? Ha valutato fino in fondo i rischi del contesto nel quale operava? Ha predisposto misure di sicurezza adeguate? Ha capito che lavorare con onestà in Congo poteva significare entrare in conflitto con interessi potenti e pericolosi? Vero, sono domande scomode, ma necessarie. Perché la responsabilità politica non coincide con la responsabilità penale.
In questa storia c'è un padre che non si dà per vinto: è Salvatore Attanasio. Continua a cercare risposte e rifiuta che la morte di suo figlio venga consegnata alla burocrazia di un fascicolo chiuso. La sua ostinazione non è soltanto dolore privato. È una forma di responsabilità civile. Perché quando le istituzioni arretrano, spesso sono le famiglie a tenere aperta la strada della verità, come è accaduto nelle numerose stragi italiane.
Chi ha ucciso Luca Attanasio? Non è una domanda morbosa. È una domanda dello Stato. Qui sta il punto politico. L’archiviazione richiesta dalla Procura non significa che la magistratura abbia deciso che non c’è un mistero. Significa che, allo stato degli atti, non ci sono prove sufficienti per trasformare quel mistero in un’accusa sostenibile davanti a un giudice. Ma una cosa è l’archiviazione giudiziaria. Un’altra è la rinuncia dello Stato alla ricerca della verità. E un’altra ancora è la rimozione delle responsabilità politiche e amministrative che hanno preceduto quella morte. Sono tre cose che non dovremmo mai confondere. Ragion per cui la sua storia non deve finire semplicemente con una formula burocratica: “non sono emersi elementi sufficienti”. Quella può essere la conclusione di un procedimento giudiziario, non quella che chiama in causa la responsabilità istituzionale.
Per Luca. Per Vittorio. Per le loro famiglie. E, soprattutto, per l’Italia. Perché archiviare un fascicolo può essere necessario. Archiviare una domanda, invece, sarebbe un errore imperdonabile.











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