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Governo, il doppio inganno della cosiddetta riforma fiscale

di Gian Paolo Masone


Dalla lettura delle cronache politiche ed economiche si ricava la netta impressione di essere alla vigilia di una svolta fiscale epocale, destinata finalmente a premiare fiscalmente il ceto medio. A un esame dei numeri e dei meccanismi impositivi, tuttavia, la realtà appare radicalmente diversa. L’annunciata operazione sconta un doppio vizio di fondo che ne svela l’intrinseca debolezza: da un lato l’assoluta parzialità dell’intervento rispetto a ciò che una vera riforma strutturale richiederebbe, dall’altro il silente ma devastante effetto del drenaggio fiscale, che trasforma presunti sgravi in meri recuperi parziali del potere d’acquisto eroso dall’inflazione.

Sotto il primo profilo, l’intervento in cantiere non possiede i requisiti per definirsi una vera riforma dell’ordinamento tributario. Un disegno sistemico degno di questo nome dovrebbe ripensare organicamente l’imposizione complessiva, armonizzando il trattamento delle rendite finanziarie e patrimoniali con quello dei redditi da lavoro, operando un disboscamento severo della miriade di detrazioni e agevolazioni vetuste e frammentate note come tax expenditures, e rafforzando in modo incisivo il contrasto a evasione ed elusione. A ben vedere, non si tratta neppure di una riforma organica dell’IRPEF, bensì di un mero ritocco marginale alle aliquote e ai margini degli scaglioni, incapace di ridisegnare la progressività costituzionale e gravato da una forte impronta propagandistica. Da un governo che si accinge a battere il record di durata almeno una riforma vera ci si sarebbe potuto attendere.

L’obiezione più sostanziale e documentata riguarda tuttavia la mancata indicizzazione del sistema all’inflazione. Nel quadriennio recente la fiammata inflazionistica cumulata ha superato la soglia del venti per cento. In presenza di un’imposta fortemente progressiva come l’IRPEF, gli incrementi retributivi meramente nominali – ottenuti per tentare di difendere il carovita – spingono i contribuenti verso aliquote marginali più elevate o erodono le detrazioni per lavoro dipendente, generando un automatico aumento dell’aliquota media effettiva. Se l’obiettivo fosse stato realmente quello di abbassare le imposte in modo onesto, trasparente e strutturale, la via maestra sarebbe stata l’adeguamento automatico degli scaglioni e delle franchigie all’indice dei prezzi al consumo.

Questa dinamica è stata documentata con precisione da diversi centri studi e istituzioni indipendenti. Le simulazioni dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio e i contributi analitici dell’Osservatorio CPI – Università Cattolica confermano come il drenaggio fiscale (fiscal drag) abbia progressivamente azzerato i vantaggi delle revisioni tributarie dell'ultimo decennio. Sotto la soglia dei 28.000 euro lordi annui, la combinazione tra riduzione della prima aliquota e taglio del cuneo contributivo ha garantito una tutela temporanea; tuttavia, superata tale fascia di reddito, per la gran parte dei lavoratori del ceto medio il semplice riallineamento degli scaglioni all’inflazione reale avrebbe assicurato un reddito netto disponibile nettamente superiore a quello derivante dai tagli di facciata delle aliquote. A conti fatti, al ceto medio che la retorica del merito promette di premiare viene restituita soltanto una frazione di quanto sottratto silenziosamente dallo Stato attraverso la tassa occulta dell'inflazione.

Il quadro si aggrava ulteriormente se si considerano le evidenti distorsioni orizzontali del nostro sistema tributario. La revisione in atto lascia intatta la profonda disparità di trattamento tra il ceto medio a lavoro dipendente e quello a lavoro autonomo: mentre il primo sopporta aliquote marginali IRPEF elevate su ogni incremento reddituale, il secondo gode di regimi forfettari e flat tax agevolate con un carico impositivo incomparabilmente più leggero a parità di reddito prodotto.

Al contempo, per la fascia dei percettori inferiori a 28.000 euro, la questione prioritaria non risiede nella limatura di pochi punti percentuali di imposta (già oggi un lavoratore con moglie figlio a carico e con un reddito di 25.000euro lordi /anno paga solo circa 180 euro / mese di IRPEF in gran parte compensati dalla piena fruizione di ogni bonus), bensì nella dinamica salariale complessiva e nella debolezza strutturale dei redditi da lavoro rispetto al costo della vita, elemento che il fisco non può surrogare all'infinito.

A chiudere il cerchio vi è infine la penalizzazione sistematica del ceto medio dei pensionati, i cui trattamenti previdenziali continuano a subire tagli e blocchi parziali alla perequazione automatica; un freno eccessivo che colpisce duramente assegni frutto di una vita di lavoro qualificato, e smentisce alla radice ogni promessa di autentica equità fiscale e intergenerazionale.

A un ipotetico sostenitore del governo che facesse rilevare che l’adeguamento degli scaglioni non è mai stato realizzato negli anni passati si potrebbe facilmente replicare che mai nessun governo ha, come oggi, così strombazzato la difesa del merito e quella dei ceti medi; si potrebbe, inoltre, far notare, restando in tema, che mai altro governo ha così corposamente beneficiato dell’andamento dell’inflazione nella gestione di un debito pubblico a livelli record ma pur sempre a valore nominale.

 

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