Gli extra profitti "contagiano" anche il pensiero di Elly Schlein...
- Gian Paolo Masone
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A proposito dell'ipotesi di un prelievo fiscale per le compagnie petrolifere
di Gian Paolo Masone

In una recente intervista rilasciata al Corriere della Sera, la segretaria del Partito Democratico Elly Schlein ha esortato l’esecutivo a prorogare le misure volte ad attenuare il costo dei carburanti, con il ricorso a un prelievo sugli extraprofitti maturati dalle compagnie petrolifere. Questa presa di posizione merita un approfondimento analitico tanto sul piano della sociolinguistica politica, quanto su quello dell'efficacia strategica e della dialettica tra maggioranza e opposizione.
Un problema di lingua
Per inquadrare la portata linguistica di tale dichiarazione è utile richiamare le tesi esposte da Michele Cortellazzo, professore emerito dell’Università di Padova e Accademico della Crusca, nel suo volume La lingua della neopolitica. L’insigne linguista ha tracciato con nitidezza l'evoluzione del discorso pubblico italiano nel corso dei decenni, evidenziando una parabola trasformativa in tre atti.
Si è partiti dal politichese tipico della Prima Repubblica, caratterizzato da un registro elevato e intriso di formule astratte e volutamente distanti dalla parlata quotidiana, funzionali a preservare una dinamica pedagogica e gerarchica tra classe dirigente e corpo elettorale. Successivamente, la discesa in campo di Silvio Berlusconi e l'affermazione della Lega di Umberto Bossi hanno inaugurato la stagione del cosiddetto gentese, un codice linguistico mimetico, radicato nella medietà espressiva e costruito per rispecchiare i sentimenti, le ansie e i luoghi comuni delle casalinghe e degli avventori dei bar, accorciando artificialmente le distanze tra palazzo e piazza. Negli ultimi anni, infine, questa dinamica ha subito un'ulteriore accelerazione approdando a una forma di iper-rispecchiamento che ha dato vita al cosiddetto socialese. Questo lessico contemporaneo, funzionale ai social, privilegia espressioni costruite per “parlare alla pancia” e concepite per sollecitare l'emotività e l'indignazione istintiva del potenziale elettore, aggirando qualsiasi forma di mediazione o ponderazione critica.
Demagogia delle formule "linguistiche"
L'espressione extraprofitti si inserisce a pieno titolo in questa grammatica del risentimento e della semplificazione. Agli occhi di un'opinione pubblica provata dal ristagno dei salari reali e da un'inflazione persistente che intacca il potere d'acquisto delle famiglie, la nozione di un profitto "in eccesso" suona intrinsecamente ingiusta e moralmente condannabile. La forza demagogica della formula risiede proprio nella sua capacità di disinnescare la complessità economico-finanziaria: quasi nessuno tra i cittadini è spinto a interrogarsi sull'effettiva natura giuridica e contabile di tali guadagni.
Eppure, tale distinzione risulta dirimente per una corretta azione pubblica. Se, infatti, i maggiori margini derivano da manovre speculative, distorsioni artificiose dei listini, aggiotaggio o accaparramento, ci si trova di fronte a fattispecie illecite che devono essere perseguite e sanzionate dalle autorità giudiziarie e dagli organismi di vigilanza dei mercati, piuttosto che essere utilizzate dalla politica come mero bancomat fiscale. Al contrario, se questi profitti sono leciti, dichiarati e scaturiscono da un accorto posizionamento aziendale lungo la catena globale del valore e sulle piazze internazionali delle materie prime, essi, una volta regolarmente tassati secondo le aliquote vigenti, assolvono a precise funzioni economiche.
Tali risorse costituiscono infatti il presupposto per futuri investimenti industriali ad alta intensità di capitale — non da ultimo quelli necessari per la transizione verso le energie rinnovabili — oppure sono destinate a remunerare i risparmiatori e gli azionisti, tra i quali figurano frequentemente grandi fondi pensione che tutelano la previdenza integrativa di tanti lavoratori. Qualora, in ultima istanza, si manifestassero rendite di posizione dovute a un'attenuazione della concorrenza a detrimento dei consumatori finali — dinamica analoga a quella riscontrata nella forbice dei tassi d'interesse del settore creditizio —, la politica disporrebbe già delle leve regolatorie e tariffarie strutturali per intervenire, senza ricorrere a misure punitive una tantum dal sapore punitivo ed estemporaneo.
Un problema politico
Sotto il profilo strettamente politico e tattico, l'iniziativa di fare perno sui guadagni straordinari dei petrolieri rivela una fragilità strutturale nell'impostazione della principale forza di opposizione. Nel tentativo di sottrarre spazio comunicativo alla maggioranza, il Partito Democratico finisce per inseguire la narrazione avversaria, adottando un lessico e uno schema argomentativo mutuati quasi pedissequamente dalle sortite del governo contro il sistema bancario. L'opposizione riduce così il proprio raggio d'azione a un mero contrappunto reattivo, scendendo su un terreno di scontro puramente retorico e battagliero nel quale la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni vanta una consolidata padronanza. L'esito rischia di replicare quanto già osservato nel dibattito tra salario minimo e salario giusto, in esito al quale la maggioranza ha dimostrato di possedere la duttilità tattica necessaria per disinnescare le rivendicazioni delle minoranze e volgere le schermaglie verbali a proprio favore.
Una coalizione politica responsabile dovrebbe piuttosto chiedersi se, invece che continuare a intervenire sui prezzi con interventi a pioggia che premiano i cittadini di qualunque condizione economica, non sia meglio adottare misure a favore soltanto dei più bisognosi; oltretutto, in uno scenario caratterizzato dalla mancanza di greggio, un artificioso abbassamento dei prezzi non indurrebbe gli automobilisti a comportamenti di guida virtuosi che, da soli, potrebbero far risparmiare centinaia di migliaia di tonnellate / anno di carburanti.
Il vero nodo critico risiede nella prospettiva ormai di medio periodo: alla vigilia del varo di una legge di bilancio destinata a produrre i suoi effetti a ridosso della conclusione della legislatura, sarebbe legittimo attendersi dalle forze di opposizione una piattaforma di riforme coordinata e alternativa, capace di dimostrare la concretezza di un modello di governo differente. Un progetto solido e credibile potrebbe intercettare anche quei settori moderati dell'elettorato di Forza Italia disillusi dall'attuale asse di governo, tenendo conto delle riserve storiche e delle sensibilità espresse da figure centrali di quell'area, come Marina Berlusconi, certamente memore delle perplessità del padre verso l'impostazione dell'attuale leadership a Palazzo Chigi.
In campagna elettorale ci sarà spazio per i contrasti retorici, ma oggi appare improrogabile sciogliere i nodi programmatici per chiunque aspiri a proporsi come credibile alternativa di governo. Sarebbe quantomeno miope e rischioso affidare le speranze di una futura alternanza politica unicamente alle frizioni interne alla maggioranza o alla speranza di un logoramento provocato dall'emergere di fenomeni divisivi come l'effetto Vannacci.











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