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Chiesa e cattolici in politica, scenari e prospettive in un mondo di rapidi cambiamenti

di Luca Rolandi

 

I recenti incarichi in Vaticano del cardinale Roberto Repole, e la complessità della sua opera in diocesi di rinnovamento e aggiornamento pastorale e delle strutture, sono il segno di un passaggio d’epoca in uno scenario che cambia in modo vigoroso nel mondo cattolico. Questa realtà è molto evidente per i credenti cristiani impegnati ad intra e ad extra della chiesa anche in campo sociale, culturale e politico, in una fase inedita che è rappresentata a Torino come in tutto il Paese, in un contesto sempre più definito da un pluralismo religioso e interculturale che caratterizza i nostri giorni.


L'ispirazione del Vangelo dentro l'impegno

In questo senso, sia a livello ecclesiale, sia in campo civico, il tema del rapporto tra laici credenti e la Chiesa, il clero e il popolo di Dio, assume aspetti inediti e diversi dal passato, anche in riferimento al grande aggiornamento della Chiesa cattolica con il Concilio Vaticano II che ha traguardato i sessant’anni e che trova in questi giorni motivo di dibattito interno sul documento “Gaudium et Spes”.

Dunque, sarebbe opportuno, prima di affrontare il tema dell’impegno politico dei “cattolici” a tutto campo e in ogni schieramento, chiedersi se e come l’ispirazione del Vangelo sia dentro la storia delle persone e delle comunità, e come l’interpretazione della Parola ispiri nelle scelte concrete chi si impegna nel sociale e nella politica. Compito arduo e difficile in un mondo che si sta radicalizzando in posizioni rigide e dove il dialogo e la mediazione sembrano essere nobili strumenti di confronto relegati al passato.

Polarizzazioni e manicheismi, woke e maga, progressisti e conservatori, destra e sinistra e nuove forme di una cultura deideologizzata: questo il ventaglio di una politica che resta, però, ancorata a slogan e parole d’ordine che disorientano coloro che partono dal ragionamento, dall’idea di un progetto, da prospettive di miglioramento delle condizioni generali di tutti, e dalla difesa e salvaguardia dell’ambiente.

E, in ultimo, non realizzano un consenso consapevole e convinto. Inoltre, esiste anche la realtà di coloro che si ergono a interpreti autentici e che non conoscono la storia passata nella quale anche nella Democrazia Cristiana convivevano anime molto diverse, ma tutte orientate ad un progetto comune. Vi è poi un tema odierno che si evidenzia nei fatti: pur rispettata, e in parte ascoltata, la Chiesa cattolica, dai suoi vertici magisteriali alle voci di periferia, fatica ad orientare e guidare l’opinione pubblica e spesso restano solo testimonianza profetica e spesso ai margini l’azione di singoli.


Una situazione sempre più complessa

Non si tratta di avere nostalgie di un passato novecentesco che non ritorna, ma è certo che dalla dottrina sociale all’ultima Enciclica “Magnifica humanitas” la comunità cristiana non solo cattolica abbia ancora molto da dire in campo sociale e politico, al netto della sua dimensione di trasmissione della fede e primaria vocazione alla fedeltà alla Parola di Dio e al messaggio di salvezza per l’umanità. La situazione è complessa perché l’indifferenza avanza, la rassegnazione domina, nonostante il tanto e immenso bene che ogni giorno si attua, ma la tendenza tecnologica e individualista si riverbera nell’idea antica di monadi che non comunicano e rappresentano una massa indistinta incapace di comunicare in modo fisico, ma solo mediato dai sistemi digitali. 

Paura e violenza versus progetto di tolleranza, riconoscenza e unità nelle differenze sono gli estremi che si evidenziano nel quotidiano e che stringono in una morsa di ignoranza e timore milioni di persone che non hanno più una visione di lungo periodo ma vivono, talune costrette da situazioni contingenti tragiche, altre per troppo benessere, in un presentismo asettico e incolore. In tutto questo ragionamento si erge come il convitato di pietra il tema della laicità; ovvero la necessità indispensabile per poter vivere in un mondo plurale di accettare le diversità senza cercare di adottare comportamenti prevaricanti nel rispetto della libertà di ogni persona di credere o non credere e di trovare sintesi di tolleranza e reciproca conoscenza.

L’esigenza di un pensiero nuovo sulla laicità non può anzitutto prescindere da un’accurata analisi fenomenologica. La laicità deve basarsi su un atteggiamento della persona, come ricorda il filoso Vittorio Alberti, caratterizzato da un robusto senso critico e da una costante ricerca della verità senza mai la presunzione di comprenderla totalmente e tanto meno di possederla; perciò, con la disponibilità a lasciarsi continuamente interrogare dalla realtà e con l’apertura a uno scambio dialogico (anche conflittuale) con tutti.


Il superamento della "rigidità" nella visione di Papa Francesco

Il laico in senso lato è dunque una persona inquieta, coraggiosa, che osserva la realtà così com’è senza falsificarla, che non scambia l’interesse di parte per la verità, che resiste alle pressioni del potere, che prende sul serio le idee degli altri, anche quando risultano lontane dalle proprie, e che sa tenere insieme spezzoni diversi di verità. Si oppone allora direttamente alla laicità una serie di comportamenti, che vanno dal settarismo alla faziosità, dal conformismo (compreso quello dell’anticonformismo) alla ipocrisia; dalla ignoranza e dalla superficialità all’opportunismo, dall’ideologismo al dogmatismo, fino al clericalismo.

La laicità esige uno sguardo nuovo e la capacità di stare dentro la storia in modo meno ingessato, per superare quella rigidità che Francesco considera l’altro grande male della Chiesa. Dunque, laicità da un lato e identità dall’altro sono i due estremi di un discorso che non si potrà eludere nei prossimi decenni, per non essere sovrastati dalla dimensione tecnologica, l’intelligenza artificiale e il mondo digitale. Infine, parlando di impegno nella storia dei credenti non si deve fare cenno all’evoluzione della secolarizzazione. Era sembrato fino a qualche tempo fa che la secolarizzazione onnipervasiva avesse spazzato via del tutto i vecchi legami fra la religione e la politica, con la fine dei partiti politici confessionali e l’autonomizzazione civile delle masse di cittadini, non solo in Italia. Ed invece ci si accorge che gli scenari sono cambiati ma alcuni interessi comuni fra l’ambito religioso e quello politico riemergono con forza e talora più forti ed evidenti che non nel passato.

Il plateale ricorso di qualche leader politico a simboli religiosi per legittimare la propria credibilità non è una novità dell’oggi ed anzi ripete schemi obsoleti, che però si pensava fossero stati messi definitivamente da parte. In questo senso ci interroga una affermazione del teologo e filosofo Robert Spaemann, il quale afferma “il non credente si trova nell’irritante situazione di non poter sperimentare la verifica della propria tesi. Il credente invece può sperimentare, sì, la conferma della propria fede, ma non la falsificazione. Questi naturalmente non sono argomenti a favore né contro la fede religiosa e la sua verità, sono tuttavia argomenti contro la richiesta, secondo la quale la certezza religiosa dovrebbe trasformarsi in ipotesi verificabile o scomparire”.

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