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Genova, 25 anni dopo: una testimonianza

"Eravamo a Genova. E avevamo visto arrivare il futuro"

di Vito Rosiello


@Paola Balbi
@Paola Balbi

Avevano detto che eravamo contro il progresso. Ci chiamavano "no global", come se fossimo il partito del no. Ma noi non eravamo contro il mondo. A Genova, nel luglio del 2001, eravamo centinaia di migliaia. C'erano sindacalisti e missionari, studenti e ambientalisti, economisti e contadini, cattolici del dissenso e centri sociali, pacifisti e associazioni internazionali. Eravamo diversi, perfino divisi su molte cose. Ma avevamo un'intuizione comune: la globalizzazione senza regole avrebbe prodotto disuguaglianze, precarietà, devastazione ambientale e guerre. Non chiedevamo di fermare il mondo. Chiedevamo di governarlo.

Si denunciava la finanziarizzazione dell'economia, la privatizzazione dei beni comuni, il dominio delle grandi multinazionali, la mercificazione del lavoro, la subordinazione della politica ai mercati. Si parlava di giustizia climatica quando ancora il cambiamento climatico era considerato un tema per specialisti. Si chiedeva di limitare il potere degli organismi economici internazionali e di restituire sovranità democratica alle comunità. Era una critica radicale al capitalismo globale. Oggi diremmo: una critica al neoliberismo.

La risposta fu la repressione.

Le cariche indiscriminate, Carlo Giuliani colpito a morte, la Diaz, Bolzaneto. Una sospensione dello Stato di diritto che ancora oggi pesa sulla storia della Repubblica come hanno dimostrato i processi e le conseguenti condanne dei responsabili. Lo Stato scelse di trasformare un movimento sociale in un problema di ordine pubblico. Poi arrivò l'11 settembre, il fumo delle Torri Gemelle coprì anche il fumo di Genova. 

Da quel momento il conflitto sociale fu sostituito dalla guerra al terrorismo, la sicurezza prese il posto della giustizia, l'emergenza divenne il paradigma permanente del governo. Afghanistan, Iraq, Guantánamo, Patriot Act, sorveglianza di massa. Il dissenso perse cittadinanza, mentre il complesso militare-industriale ritrovava centralità.

Ma le domande di Genova continuarono a lavorare sotto la superficie. Nel 2008 esplose la crisi finanziaria globale, era il fallimento del dogma secondo cui i mercati si autoregolano. Le banche furono salvate con denaro pubblico, mentre ai cittadini vennero chiesti sacrifici, austerità, precarietà. Il costo della crisi fu scaricato su chi non l'aveva provocata. Ancora una volta, il profitto rimaneva privato e il rischio e i costi diventavano "patrimonio" della collettività.

Poi arrivò la pandemia. Scoprimmo che un sistema costruito sull'efficienza assoluta era in realtà fragilissimo. Bastò interrompere le catene globali della produzione perché mancassero farmaci, mascherine, microchip. Bastò un virus per rivelare il prezzo pagato in decenni di privatizzazioni e di ridimensionamento della sanità pubblica. Ma soprattutto emerse con evidenza una contraddizione che Genova aveva già intuito: il mercato non produce automaticamente resilienza, non costruisce comunità, non garantisce diritti. e non prepara le società alle crisi.

Nel frattempo la crisi climatica è uscita definitivamente dai rapporti scientifici per entrare nella vita quotidiana. Alluvioni, incendi, siccità, temperature estreme non sono più eventi eccezionali, ma il nuovo paesaggio del XXI secolo. Eppure continuiamo a trattare il pianeta come una variabile dipendente della crescita economica. Il mercato che prometteva di autoregolarsi non è stato capace nemmeno di attribuire un valore al futuro.

Anche qui Genova aveva visto giusto. Non può esistere una globalizzazione infinita su un pianeta finito. Nel frattempo è cambiato anche il volto del potere.

Se nel 2001 il bersaglio erano il Fondo monetario, la Banca mondiale e il WTO, oggi accanto a quei soggetti si sono affermati nuovi centri di potere privato. Le grandi piattaforme digitali raccolgono dati, orientano consumi, influenzano il dibattito pubblico, selezionano le informazioni che vediamo, alimentano modelli di intelligenza artificiale e concentrano una ricchezza senza precedenti.

I dati sono diventati il petrolio del XXI secolo, ma senza le regole che almeno il petrolio aveva conosciuto. Il potere economico coincide sempre più con il potere tecnologico, e il controllo degli algoritmi diventa una forma di governo delle società. Anche questa concentrazione era iscritta nella logica di una globalizzazione lasciata senza contrappesi democratici. E mentre il capitale continua a muoversi senza frontiere, la politica torna a costruire confini.

Ovunque crescono nazionalismi, sovranismi, muri, retoriche identitarie. La paura sostituisce la solidarietà. Il migrante diventa il capro espiatorio di problemi prodotti da un'economia che concentra ricchezza e distribuisce insicurezza. La promessa cosmopolita della globalizzazione si è rovesciata nel suo contrario: un mondo più frammentato, più diffidente, più armato.

Le guerre che attraversano l'Europa, il Medio Oriente e altre regioni del pianeta non sono episodi isolati. Sono il sintomo di un ordine internazionale che si sta disgregando. Il riarmo è tornato a essere la risposta privilegiata, mentre la diplomazia arretra e la cooperazione internazionale si indebolisce.

Genova non aveva previsto tutto. Nessun movimento può anticipare ogni passaggio della storia, ma aveva colto il nodo fondamentale: un'economia globale senza governo democratico produce inevitabilmente concentrazione del potere, disuguaglianze, crisi ambientali, precarizzazione del lavoro e conflitti. Quando la politica abdica, qualcun altro occupa lo spazio: la finanza, le piattaforme digitali, gli oligopoli tecnologici, le lobby energetiche, l'industria delle armi.

Per questo ricordare Genova non è un esercizio di nostalgia. È un atto politico. Perché le domande poste allora sono ancora tutte davanti a noi. Chi governa la transizione ecologica? Chi controlla i dati? Chi decide gli algoritmi? Chi beneficia dell'intelligenza artificiale? Chi paga il costo delle guerre e della crisi climatica? Quale democrazia è possibile quando la ricchezza e l'informazione si concentrano nelle mani di pochi soggetti privati?

Venticinque anni dopo, la vera sconfitta non è stata quella del movimento. È stata quella di una politica che, invece di raccogliere quelle domande, ha preferito reprimerle, derubricarle a utopia, archiviarle come un incidente della storia. Eppure la storia ha avuto una strana ostinazione, una dopo l'altra, le crisi del nuovo secolo hanno continuato a riportare quelle domande al centro.

Forse Genova non era la fine di un mondo. Era l'inizio del nostro.

 

 

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