top of page
logo.jpg

Genova, 25 anni dopo: alla ricerca del futuro per il movimento

Corteo nel capoluogo ligure per ricordare i fatti del G8 nel 2001

di Maria Teresa Fenoglio


Oggi, domenica 19 luglio, le giornate del G8 a Genova sono ricordate da un corteo nazionale organizzato da associazioni e collettivi che parte alle 15.30 da piazza Alimonda, diventata per i movimenti "piazza Carlo Giuliani", mentre un'ora prima è programmato preconcentramento davanti alla scuola Diaz, altro luogo simbolo dei fatti del 2001. L'itinerario del corteo prevede l'attraversamento di via Odessa, via Tolemaide, piazza Verdi, via Fiume e via XX Settembre, per concludersi in piazza De Ferrari.


Venticinque anni possono trasformare una memoria in un rito oppure restituirle nuova forza. L’assemblea di No Kings, organizzata negli stessi giorni dell’anniversario del G8 a Palazzo Ducale, là dove si erano riuniti i grandi della terra, ha oscillato continuamente fra questi due poli. Da una parte la rievocazione e la rinnovata emozione per la morte atroce del giovane Carlo Giuliani, dall’altra la spinta e l’entusiasmo di tornare a immaginare il futuro. Il salone sontuoso del palazzo è gremito, di un pubblico attento di tutte le età. Tantissimi i giovani. Si succedono al palco oratori di una costellazione di appartenenze locali dando vita a un lungo confronto: da tutti una convinzione comune: molte delle paure denunciate dal movimento no global nel luglio del 2001 non appartengono più al terreno delle previsioni, perché costituiscono la triste e allarmante normalità dell’oggi.

Da tutti proviene il rilancio e l’orgoglio. Venticinque anni fa Palazzo Ducale era il luogo dove si riunivano i potenti del mondo. Oggi, dice una applaudita partecipante, «ce lo siamo ripresi». Il riferimento non è il possesso o un'idea di prepotenza fisica, ma è l’idea che occorra riconquistare, con gli spazi del sontuoso palazzo, anche lo spazio della politica, della partecipazione e perfino dell’immaginazione, dopo anni nei quali i movimenti sono apparsi dispersi e incapaci di incidere.

Questa sensazione ha attraversato quasi tutti gli interventi. Elena Giuliani invita a superare la frammentazione delle mobilitazioni. Non esistono, sostiene, una battaglia ecologica separata da quella per i diritti umani, così come non esistono una questione sociale e una questione ambientale destinate a procedere ciascuna per conto proprio. È il medesimo modello economico a produrre insieme devastazione della natura, guerre, disuguaglianze e impoverimento democratico.

L’idea viene ripresa poco dopo da Filippo, arrivato da Bologna, che rifiuta di leggere l’attuale fase storica soltanto attraverso la figura di Donald Trump. «I kings sono ovunque», afferma. I nuovi autoritarismi non sono un’anomalia americana, ma una trasformazione che attraversa l’Europa, le politiche migratorie, l’economia di guerra e le nuove forme del capitalismo. Per questo, osserva, non basta limitarsi a battere la destra italiana. Occorre cambiare l’Europa stessa e costruire, entro pochi mesi, una mobilitazione capace di mettere insieme lavoratori, centri sociali, associazioni, movimenti digitali, reti ambientaliste e pacifiste. In altra parole si fa strada la proposta: costruire insieme il movimento dei movimenti.

È forse questa la linea rossa che emerge da questo incontro in cui tutti si scambiano l’appellativo “compagno”: non un partito, ma una convergenza.

Le testimonianze dei lavoratori dell’ILVA, di Electrolux e della FIOM rendono concreta questa prospettiva. Il rifiuto operaio di convertire produzioni civili in industria bellica è parte integrante della stessa opposizione alla guerra che anima i movimenti pacifisti. Lo slogan che ricorre più volte - «o lo Stato sociale o lo Stato di guerra» -  avverte che la spesa militare è  l’altra faccia dello smantellamento del welfare.

Anche il cambiamento climatico è il segno delle disuguaglianze. Si parla dei rider costretti a lavorare sotto temperature estreme, delle morti sul lavoro, delle famiglie che non possono permettersi nemmeno un ventilatore durante le ondate di calore. Il clima, in questa narrazione che si svolge in una Genova torrida, è una questione di giustizia sociale.

Lo stesso filo collega gli interventi sul diritto alla casa, sulla difesa dei beni comuni, sulla lotta contro i CPR e sulle politiche migratorie. Più volte viene ripetuto che la competizione fra poveri costituisce uno degli strumenti attraverso cui il nuovo capitalismo consolida il proprio consenso.

L’internazionalismo, che era stato uno dei tratti distintivi del Genoa Social Forum, riaffiora continuamente. Dalla diaspora iraniana arriva il richiamo a “Donna, Vita, Libertà”. Dall’Albania si chiede un’Europa costruita come comunità di eguali e non come periferia subordinata. Gli interventi dedicati a Gaza sono numerosi e intensi. Una rappresentante della Freedom Flotilla sostiene che la nuova generazione mobilitata contro la guerra non si riconosce più nelle tradizionali coalizioni del centrosinistra e chiede ai movimenti di esercitare una pressione molto più forte sulla politica istituzionale. Un video proveniente dal Medio Oriente richiama Gramsci, il ricorso del Sudafrica alla Corte internazionale di giustizia e il ruolo delle Nazioni Unite, mentre dal Sahel il missionario Mario Armanino ricorda le migliaia di persone che continuano a morire ogni giorno di fame nell’indifferenza del mondo. «Non abituiamoci mai», conclude.

La memoria del G8  resta sullo sfondo per tutta la giornata, ma con un tono diverso da quello celebrativo. Raffaella Politi ricorda i compagni scomparsi e, tra gli applausi, afferma che è tempo di passare il testimone. Il patrimonio culturale nato a Genova non solo  è sopravvissuto, ma è entrato nel DNA di molte esperienze successive, dalla Grecia all’America Latina. Quello che è mancato è stato un progetto politico alternativo abbastanza forte da riempire il vuoto lasciato dal progressivo arretramento della sinistra. In quel vuoto, osserva, è cresciuta la destra.

Anche Vittorio Agnoletto, riconosciuto leader del Movimento, insiste sulla continuità tra il 2001 e il presente. Allora, ricorda, gli Stati cercavano almeno di giustificare le proprie guerre richiamandosi alle Nazioni Unite. Oggi nemmeno questo avviene più. La guerra non viene più presentata come un’eccezione, ma come una componente ordinaria del modello di sviluppo.

Sono soprattutto i giovani a riportare il dibattito sul futuro. Parlano di un orizzonte rubato, di un presente che non offre prospettive, della necessità di costruire uno sciopero studentesco europeo. «Il G8 ha fermato la possibilità di sognare», afferma uno di loro. La frase, che coinvolge nella sua evidente durezza molti dei presenti, trasforma i fatti di Genova del 2001 da  tragica repressione a  interruzione simbolica di un’intera stagione politica in cui era dato ancora sperare.

Eppure, ascoltando per ore decine di interventi, emerge anche una sensazione diversa. La nota comune è lo slancio. Tutti gli interventi descrivono con lucidità ciò che occorre combattere: il riarmo, il neoliberismo, il capitalismo delle piattaforme, il patriarcato, il razzismo, la devastazione ambientale. Molto meno viene raccontato, tuttavia, di ciò che, già oggi, esiste come alternativa. Le esperienze di mutualismo, le cooperative, le pratiche di solidarietà, i percorsi di economia sociale, le amministrazioni locali innovative rimangono sullo sfondo e la politica della sinistra, citata una volta quasi per caso come lotta per la leadership nel Campo Largo, non merita ogni altra considerazione, avvolta com’è dal disincanto.

Dai molti interventi dei giovani emerge una forte domanda di riconoscimento. La denuncia del mondo dei King è intrisa di desiderio di essere ascoltati e diventare soggetti, king a propria volta entro una cornice di senso completamente rinnovata, occupando le piazze e ricostruendo alleanze. Se si esclude la voce dei sindacalisti, che portano i fatti concreti, si parla molto meno del lavoro quotidiano che già con fatica si svolge nei territori. Eppure è proprio lì che risiede la  credibilità di una speranza.

Forse il passaggio decisivo, venticinque anni dopo Genova, consiste proprio in questo: trasformare una comunità che denuncia in una comunità che si palesa attraverso i fatti. Non limitarsi a spiegare contro quale mondo ci si batte, ma raccontare con la stessa forza quale mondo si sta già cercando di costruire. Ed è ciò che Agnoletto, osservato al coordinamento di un sottogruppo di lavoro sulla salute, sembra sollecitare.

Quando, verso la fine della giornata, un oratore ricorda che «si diventa vecchi quando i ricordi superano i sogni», l’anziano partecipante ottiene un lungo applauso. Il movimento nato a Genova non ha perduto la memoria, ma la sfida, oggi, è dimostrare di non avere perduto nemmeno la capacità di costruire un futuro.

L'associazione
pdv_cover_edited.jpg

Approfondisci la nostra storia

Post recenti
bottom of page