Genova, 25 anni dopo: dal tempo della testimonianza al tempo dell’egemonia culturale
- Maria Teresa Fenoglio
- 2 giorni fa
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di Maria Teresa Fenoglio

Le celebrazioni del venticinquesimo anniversario del G8 sono state, oltre che un momento per fare memoria, un’occasione per interrogarsi sul presente e per misurare la distanza tra il mondo contro cui il movimento no global si mobilitava nel 2001 e quello che abbiamo oggi davanti agli occhi. Nell’intervento di Vittorio Agnoletto, uno dei leader dell'epoca, per esempio, è emersa una tesi tanto semplice quanto radicale: molte delle analisi formulate allora non solo si sono rivelate fondate, ma descrivono con impressionante precisione l’attuale fase storica.
Nel 2001 il movimento denunciava una globalizzazione dominata dal mercato, l’espansione del potere delle multinazionali, la privatizzazione dei beni comuni e l’indebolimento delle istituzioni democratiche. All’epoca queste posizioni venivano spesso liquidate come estremistiche. Oggi appaiono invece come una chiave indispensabile per comprendere il presente.
Non a caso, venticinque anni fa, gli Stati sentivano ancora il bisogno di giustificare le proprie azioni richiamandosi almeno formalmente al diritto internazionale e al ruolo delle Nazioni Unite. Oggi questo argine, la presidenza Trump ne è la migliore espressione, sembra essersi progressivamente dissolto. Le grandi potenze intervengono militarmente, ridefinendo confini, imponendo sanzioni e scatenando guerre senza neanche più avvertire la necessità di ottenere una reale legittimazione internazionale. L’architettura costruita dopo la Seconda guerra mondiale – fondata sulle Nazioni Unite, sui diritti umani universali e sulla cooperazione multilaterale – appare profondamente indebolita.
Morale: oggi non è in discussione soltanto un equilibrio geopolitico. Ciò a cui ci troviamo di fronte è la crisi di una precisa idea di civiltà. Persino il principio dell’uguaglianza universale, eredità della Rivoluzione francese, viene progressivamente svuotato. Si affaccia una logica inquietante, secondo la quale intere popolazioni possono essere considerate sacrificabili, soprattutto quando non risultano più funzionali ai meccanismi della produzione e dell’accumulazione economica. Una visione che non rappresenta solo una deriva morale, ma una conseguenza di quello che definisce il fondamentalismo capitalista, un sistema che non teme affatto le crisi, bensì le utilizza come occasione di espansione e di concentrazione del potere economico.
Le analisi sviluppate da Naomi Klein sulla “economia dei disastri” (schock economy) trovano oggi nuove conferme. Guerre, emergenze sanitarie, crisi climatiche e instabilità sociale diventano contesti nei quali si accelerano privatizzazioni, deregolamentazioni e concentrazione della ricchezza. I dati sull’accumulo di capitale nelle mani di una ristrettissima élite, anche in Italia, mostrano un aumento delle disuguaglianze difficilmente immaginabile fino a pochi decenni fa.
Un esempio particolarmente evidente riguarda la salute. La pandemia aveva mostrato con chiarezza i limiti di un sistema fondato sulla proprietà privata dei brevetti e sul predominio delle grandi industrie farmaceutiche. Eppure, osserva ancora Agnoletto, quella lezione non è stata realmente assimilata. La sanità continua a essere progressivamente consegnata agli interessi privati, mentre i tagli alla cooperazione internazionale producono conseguenze drammatiche sulle popolazioni più vulnerabili. Diverse ricerche giornalistiche internazionali hanno evidenziato come la riduzione dei finanziamenti alla cooperazione sanitaria possa tradursi in milioni di morti evitabili nei paesi più poveri.
Da qui nasce una delle proposte più concrete: la costituzione di una grande azienda farmaceutica pubblica europea, capace di produrre farmaci e vaccini sottraendoli almeno in parte alla logica esclusiva del profitto e garantendo un accesso più equo alle cure. Parallelamente, l'invito è a costruire una vera campagna politica per una sanità europea come bene comune, considerandola una delle grandi battaglie democratiche dei prossimi anni.
Anche il riarmo viene interpretato all’interno di questa trasformazione strutturale. L’aumento della spesa militare non rappresenta soltanto una risposta alle tensioni internazionali. Esso diventa uno strumento attraverso cui gli Stati possono mobilitare enormi risorse economiche con vincoli giuridici e controlli democratici molto più deboli rispetto a quelli previsti per le politiche sociali. La guerra, in questa prospettiva, non costituisce più un’eccezione della politica: tende a diventare una componente fisiologica del funzionamento del sistema economico.
A questa logica si contrappone un principio completamente diverso di sicurezza collettiva: io mi sento più sicuro se anche il mio avversario si sente sicuro. È il rovesciamento della tradizionale dottrina secondo cui la pace si costruirebbe preparando la guerra. La sicurezza non nasce dalla paura reciproca, ma dalla costruzione di condizioni condivise di convivenza, cooperazione e fiducia.
Insomma, non basta più denunciare le ingiustizie o mobilitarsi nelle piazze. Occorre costruire una nuova cultura politica capace di influenzare il modo in cui le persone interpretano la realtà, comprendono le cause delle crisi e immaginano alternative praticabili. Come insegnava Antonio Gramsci, le trasformazioni politiche durature vengono precedute da trasformazioni culturali.
A venticinque anni da Genova, il lascito più importante del movimento no global potrebbe quindi non essere soltanto la memoria delle violenze subite o delle intuizioni precoci che aveva saputo formulare. Potrebbe essere la consapevolezza che le grandi battaglie del presente – per la pace, la salute, la democrazia e la giustizia sociale – si giocheranno innanzitutto sul terreno della cultura, della formazione e della capacità di costruire un nuovo immaginario collettivo.







