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Ddl 1552 sulla caccia: confini e limiti sono diventati optional

di Ferdinando Laghi


Viviamo tempi veloci. A cui l’intelligenza artificiale sta dando una radicale, ulteriore accelerazione che nessuno sa, con ragionevole certezza, dove porterà. Per questo motivo, la realtà di oggi è sostanzialmente diversa da quella di inizio secolo, lontana da quella del secolo scorso e semplicemente imparagonabile a quella dell’800. Sotto ogni aspetto. L’antropocentrismo ha ormai mostrato tutti i suoi limiti e, paradossalmente, anche gli enormi pericoli connessi, primo tra tutti il rischio dell’estinzione della stessa razza umana. La nostra “casa comune” – come la definiva papa Francesco- è allo stremo, in gran parte per responsabilità umane, seppur ostinatamente e dolosamente negate. E a tal proposito, è il caso di sottolineare come il claim assai utilizzato, “dobbiamo salvare il pianeta”, si basi su un errore concettuale di fondo: è la razza umana che è a rischio di sopravvivenza, non certo il pianeta, che ove noi scomparissimo, continuerebbe tranquillamente la sua vita.

Anche il concetto di salute sta progressivamente mutando, seppur troppo lentamente. Si valorizzano sempre più attività manutentive della buona salute, piuttosto che focalizzarsi quasi esclusivamente sulla diagnosi e cura delle malattie. Come affermava Vincenzo Migaleddu, indimenticabile medico dell’Isde, troppo precocemente scomparso, “il diritto alla salute è il diritto di vivere sani, non quello di curarsi”. E dato che, tra i determinanti di salute, quelli ambientali “pesano” più dello stesso sistema sanitario, si è passati dal concetto di human health, a quello di one health, per approdare infine al planetary health. Significando con ciò che dobbiamo porci come obiettivo un complessivo equilibrio e una necessaria armonia con tutto l’ambiente che ci circonda e di cui facciamo integralmente parte.

Queste modeste e per certi versi banali considerazioni portano a considerare la pratica della caccia, ancor prima che come incontestabile fonte di inquinamento e falcidie di biodiversità, come attività, a mio modo di vedere, eticamente inaccettabile. L’uccisione deliberata di altri esseri viventi per puro diletto e senza essere spinti da necessità impellenti – alimentari o di altra natura- non mi pare possa essere accettabile. Ancor meno quando va ad incidere sulla biodiversità che le attività umane hanno già drasticamente ridotto, nell’era comunemente definita antropocene. Quando poi, come con il ddl 1552 sulla caccia – in discussione in Parlamento in questo periodo -, la rivisitazione di norme e regole che disciplinano questa censurabile attività prevede di infrangere ogni ancorché blando limite, travalicando i confini anche del comune sentire e addirittura dell’ovvio, allora credo sia giunto il momento di fermarsi a riflettere. Con la nuova legge sulla caccia, quei limiti e quei confini sarebbero davvero del tutto cancellati.    

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