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Andy Burnham a Downing Street 10: una prospettiva neolaburista

Aprire lo sguardo al futuro, recuperando il meglio del passato


di Savino Pezzotta

Leggendo i diversi commenti sui grandi quotidiani italiani  sulle vicende del partito laburista britannico, e sulla leadership Andy Burnham emergono, sottotraccia dei timori, quasi che cercare di recuperare la storia sociale del laburismo fosse uno stravolgimento, quando invece si dovrebbe avere il coraggio di dire che il vero stravolgimento è stato quello di Margaret Thatcher che ha dato inizio alla conquista neoliberista dell’Occidente. Che ha mio parere ha rappresentato la vittoria dei ricchi sui poveri. Personalmente, pur appartenendo a una diversa impostazione socioculturale guardo con attenzione al cambio di prospettiva che il partito laburista sta assumendo.

Non vedo nella nuova leadership una sorta di marcia indietro, ma il tentativo di cogliere le ragioni del perché così tante persone, oggi, guardano al passato come a un rifugio. Anche da noi sentiamo dire: “non c’è più il sindacato di una volta”. Sappiamo bene che la nostalgia non è un programma politico, ma è un segnale: indica che il presente non funziona, che il futuro non è stato ancora raccontato, che la società si sente lasciata sola davanti a trasformazioni troppo rapide e troppo asimmetriche.

In Gran Bretagna — come altrove — questo vuoto di immaginazione è diventato terreno di conquista per chi promette un ritorno a un’età dell’oro che non è mai esistita. Ma dentro questa crisi c’è anche un’altra possibilità: ripensare il lavoro, la comunità, la cittadinanza economica. Non per restaurare ciò che è stato, ma per costruire ciò che manca.


Si lotti per porre fine all'egemonia neoliberale

La storia sociale insegna che le società non avanzano per inerzia: avanzano quando qualcuno rimette al centro le vite ordinarie, le biografie spezzate, i territori che non hanno voce. E oggi, proprio mentre la politica sembra oscillare tra nostalgia e rassegnazione, si intravede un varco: la fine dell’egemonia neoliberale apre lo spazio per un nuovo patto sociale.

Un neo‑laburismo degno di questo nome non ha bisogno di mitologie industriali né di musei del Novecento. Ha bisogno di riconoscere che la deindustrializzazione ha prodotto ferite reali, che la polarizzazione territoriale è diventata insostenibile, che la ricchezza concentrata nelle metropoli non basta a tenere insieme un Paese. E ha bisogno di dire una cosa semplice: il futuro non si costruisce contro l’innovazione, ma attraverso una sua democratizzazione radicale. Questo vale anche per il nostro Paese.

La tecnologia, l’intelligenza artificiale, i servizi avanzati non sono nemici del lavoro: possono diventare strumenti di redistribuzione, di welfare intelligente, di partecipazione. Ma questo richiede una visione che non si limiti a gestire l’esistente: serve un progetto che rimetta in moto la mobilità sociale, che investa nelle competenze, che ricostruisca infrastrutture pubbliche, che ridia dignità ai territori abbandonati, che ridefinisca il senso sociale e partecipativo della proprietà. Non si crea partecipazione se non si distribuisce il potere proprietario, se non si investe nella sussidiarietà.

Il segno di speranza è tutto qui: la crisi dell’immaginazione politica non è una condanna, è un invito. Se la politica non sa più raccontare il futuro, tocca a chi crede nella storia sociale farlo. Non con la nostalgia, ma con la capacità di vedere ciò che ancora non c’è. Non con il rimpianto, ma con la volontà di costruire un Paese che non abbia paura del domani.

Un neo‑laborismo contemporaneo può essere questo: non il ritorno a un passato idealizzato, ma la costruzione di un futuro che abbia finalmente un contenuto sociale. Un futuro che non lasci indietro nessuno. Un futuro che non si limiti a gestire la crisi, ma che osi immaginare una società più giusta, più coesa, più capace di guardare avanti.

 

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