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Clima, guardando ad Antalya dopo la vittoria dei dem negli Stati Uniti

19 ore fa
Tempo di lettura: 4 min

Il prossimo 9 novembre si apre in Turchia la COP31

di Vito Rosiello


La crisi climatica torna al centro della scena internazionale in un momento particolarmente significativo per gli equilibri politici degli Stati Uniti. La vittoria dei Democratici alle elezioni di mid-term del 3 novembre 2026, con la conquista di entrambe le Camere del Congresso, apre infatti nuovi scenari per il futuro della politica ambientale americana, proprio mentre il mondo si prepara alla COP31, la Conferenza delle Nazioni Unite sul clima che si svolgerà ad Antalya, in Turchia, tra pochi giorni, dal 9 al 20 novembre.

Per comprendere la portata di questo possibile cambiamento è necessario guardare alla COP30 di Belém, in Brasile, dove la posizione degli Stati Uniti ha rappresentato uno degli elementi più significativi del quadro diplomatico internazionale. L'amministrazione Trump ha scelto di non inviare una delegazione ufficiale alla conferenza, confermando il proprio orientamento verso il disimpegno dagli accordi climatici multilaterali e una strategia energetica centrata sulla produzione di combustibili fossili.


Il ruolo di Washington

Il ritiro degli Stati Uniti dall'Accordo di Parigi, divenuto effettivo nel gennaio 2026, ha ulteriormente indebolito il ruolo di Washington nella cooperazione internazionale sul clima. L'assenza americana da Belém ha rappresentato un segnale politico forte, soprattutto in una fase in cui la comunità internazionale cercava di rafforzare gli impegni per contenere il riscaldamento globale. Nonostante il mancato coinvolgimento ufficiale del governo federale, alla COP30 hanno partecipato rappresentanti statunitensi di livello locale e statale, tra cui governatori e sindaci, impegnati a sostenere le politiche di decarbonizzazione. Una presenza che ha dimostrato come, anche in una fase di arretramento dell'amministrazione centrale, una parte significativa degli Stati Uniti continui a considerare la lotta al cambiamento climatico una priorità.

La conferenza di Belém si è conclusa senza un accordo condiviso per una roadmap globale sull'uscita dai combustibili fossili, nonostante il sostegno di numerosi Paesi. Il risultato ha evidenziato le difficoltà nel trasformare gli impegni internazionali in decisioni concrete, soprattutto in presenza di forti contrasti tra le economie dipendenti dalle risorse fossili e quelle favorevoli a una transizione più rapida. È proprio da queste difficoltà che prende le mosse la COP31, dove il tema centrale della conferenza sarà il passaggio dagli impegni all'attuazione concreta delle politiche climatiche: non soltanto nuovi obiettivi, dunque, ma strumenti, investimenti e interventi capaci di accelerare la transizione energetica.

Tra le priorità figurano lo sviluppo delle energie rinnovabili, l'elettrificazione, la decarbonizzazione dei sistemi industriali, il rafforzamento della resilienza delle città e dei sistemi alimentari e il finanziamento delle politiche climatiche, soprattutto nei Paesi più vulnerabili. L'obiettivo è rendere più efficace l'attuazione degli accordi già raggiunti, rafforzando la collaborazione tra governi, imprese e società civile. In questo scenario, la posizione degli Stati Uniti assume un'importanza decisiva. La principale economia mondiale è anche uno dei maggiori responsabili storici delle emissioni di gas serra e dispone di una capacità finanziaria, tecnologica e diplomatica fondamentale per orientare le politiche climatiche globali.


Il nuovo peso del Congresso rispetto a Trump

Un eventuale cambiamento di rotta di Washington potrebbe quindi avere conseguenze che vanno ben oltre i confini nazionali, contribuendo a rafforzare la fiducia tra i Paesi e a favorire accordi più ambiziosi. Il recente successo dei Democratici rappresenta una battuta d'arresto per Donald Trump e per la sua agenda politica, caratterizzata da un ridimensionamento degli impegni climatici federali. La nuova maggioranza parlamentare potrebbe contribuire a modificare gli equilibri interni e a rilanciare il confronto sulle politiche energetiche, sulla transizione ecologica e sul ruolo degli Stati Uniti nella cooperazione internazionale.

Il risultato elettorale non significa tuttavia un cambiamento automatico e immediato della politica climatica americana. Trump resta presidente e mantiene ampi poteri in materia di politica estera, regolamentazione ambientale ed energia. Il Congresso potrà però esercitare un maggiore controllo sull'azione dell'amministrazione, influenzare le decisioni di bilancio, ostacolare alcune iniziative e promuovere un dibattito più favorevole alle energie rinnovabili e alla decarbonizzazione. La vittoria democratica può dunque rappresentare un primo segnale di cambiamento, più che una garanzia di immediata inversione di tendenza. La possibilità di una svolta dipenderà dalla capacità del partito di trasformare il risultato elettorale in iniziative concrete e dalla disponibilità di una parte dell'opinione pubblica americana a sostenere politiche climatiche più ambiziose.

Alla COP31, il risultato delle elezioni americane potrebbe assumere anche un importante valore simbolico. Dopo una fase caratterizzata da tensioni e incertezze nei rapporti internazionali sul clima, la vittoria democratica offre un possibile segnale di riequilibrio politico all'interno degli Stati Uniti. I negoziatori internazionali potrebbero interpretarla come un'opportunità per mantenere aperto il dialogo con Washington e rafforzare le pressioni affinché il Paese torni a contribuire in modo significativo agli obiettivi climatici globali.


Un banco di prova per la società americana

Resta però da capire quale sarà la posizione ufficiale della delegazione americana ad Antalya e quanto il nuovo Congresso riuscirà a incidere sulle scelte dell'amministrazione. La diplomazia climatica statunitense potrebbe trovarsi al centro di una contraddizione: da una parte un governo ancora orientato a ridimensionare le politiche ambientali, dall'altra un Parlamento nel quale i Democratici hanno ottenuto un mandato politico importante.

La COP31 potrebbe così diventare il primo banco di prova per verificare se il nuovo scenario politico americano sia in grado di tradursi in un cambiamento concreto della posizione di Washington.  La relazione tra la vittoria democratica e la COP31 evidenzia un elemento fondamentale: la lotta al cambiamento climatico non dipende soltanto dagli accordi internazionali, ma anche dagli equilibri politici nazionali. Il voto americano dimostra che le politiche climatiche possono tornare al centro del confronto democratico e diventare parte di una più ampia richiesta di cambiamento. La questione ambientale si intreccia sempre più con il costo dell'energia, la sicurezza economica, la salute pubblica e la creazione di nuovi posti di lavoro. Per questo, un eventuale rilancio della politica climatica statunitense potrebbe non limitarsi alla riduzione delle emissioni, ma coinvolgere anche la competitività industriale e lo sviluppo delle tecnologie pulite.

Ad Antalya, il mondo osserverà con attenzione i segnali provenienti da Washington. Perché il futuro degli accordi sul clima dipenderà anche dalla capacità degli Stati Uniti di trasformare una vittoria elettorale in un nuovo impegno internazionale contro il riscaldamento globale.

 

 

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