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Le domande dei cattolici progressisti che rischiano di cadere nel vuoto

di Nicola Rossiello


Il recente articolo di Savino Pezzotta[1] ha un pregio raro: la cortesia. In effetti, dà l'impressione di prendere per mano un amico di lunga data e di accompagnarlo fuori da un vicolo cieco, con la cura di chi non vuole ferire, ma nemmeno tacere una verità scomoda. Dal canto mio guardo questa vicenda dall'esterno, senza un'amicizia da custodire e senza un'appartenenza da difendere, e proprio per questo posso permettermi una franchezza diversa.

Il problema, a mio giudizio, non riguarda un singolo autore (tangente all'argomento si colloca l'intervento dell'ex parlamentare Giorgio Merlo)[2], semmai riguarda una domanda che una parte del mondo cattolico continua a porsi nei termini sbagliati, e che ogni volta la condanna a un dibattito rivolto verso l'interno, mentre la politica reale, quella che taglia, che dichiara guerre, che produce povertà, prosegue senza accorgersi di nulla.

La domanda giusta, mi pare, non è mai stata "dove sono finiti i cattolici progressisti". È un'altra: a chi serve, oggi, ciò che rimane di quella tradizione. E la risposta, per chi la vuole cercare davvero, non abita nei convegni, né nelle riviste di settore, ma abita nei cortili delle periferie, nei capannoni chiusi, nei reparti di oncologia pediatrica, tra i poveri e tra i migranti che raccolgono la frutta sotto il sole per pochi spiccioli; in altri termini, ovunque abiti sofferenza e ingiustizia.

C'è un equivoco di fondo che, da osservatore laico, mi pare più politico che spirituale. Trattare un'ispirazione religiosa come se fosse un programma da aggiornare di anno in anno, un elenco di priorità da abbinare a un'agenda, pace, ecologia, giustizia sociale, significa ridurre a strumento qualcosa che nella sua storia è sempre servito anche a mettere in discussione gli strumenti stessi del potere. Chi guarda da fuori nota una cosa semplice: ogni volta che una comunità religiosa trasforma la propria fede in piattaforma di governo, perde la capacità che l'aveva resa credibile, quella di giudicare il potere invece di amministrarlo.

C'è poi un meccanismo che si può descrivere senza scomodare la teologia, e che chiunque abbia osservato la storia dei movimenti politici riconosce bene: chi cerca il potere per imporre una cura, un'assistenza, una sensibilità, non è necessariamente più virtuoso di chi lo cerca per imporre una morale. Il potere non si redime attraverso le buone intenzioni di chi lo esercita e questo vale per i cattolici quanto per chiunque altro. La differenza tra una comunità viva e una che si sta esaurendo, semmai, sta nella capacità di restare scomodi anche a se stessi. Quando quel margine di rischio scompare, e un'ispirazione religiosa diventa patrimonio da amministrare, il patrimonio si conserva. Non si rischia più nulla, e chi guarda da fuori se ne accorge subito.

C'è infine una responsabilità generazionale che raramente viene espressa con chiarezza, e che non richiede competenze specialistiche per essere osservata. Chi scrive ancora come se il mondo cattolico italiano fosse quello degli anni Ottanta parla a un uditorio che si assottiglia di anno in anno, mentre i credenti under quaranta, per quanto ne possa sapere, non hanno familiarità con quella genealogia, non conoscono le lettere di monsignor Bettazzi a Enrico Berlinguer[3], non sentono il peso della Democrazia Cristiana come categoria dell'esperienza. Il rischio, per chi insiste su quella dialettica, è di trasformare una tradizione viva in una setta di reduci. E le sette, lo sappiamo tutti, non fanno storia, fanno folklore.

In un tempo attraversato da drammi che non lasciano spazio a nostalgie, la guerra in Ucraina, la tragedia di Gaza, il conflitto in Medio Oriente, lo sfruttamento della manodopera attraverso il caporalato nei campi del Mezzogiorno, continuare a interrogarsi sulla propria identità collettiva rischia di essere non solo irrilevante, ma sfuocato rispetto a ciò che accade.

L'articolo che meriterebbe di essere scritto, allora, è un altro. Dovrebbe chiedersi se ci si è resi utili quando si è scelto di essere presenza, non commento. Il contributo più prezioso, oggi, è mettersi in fila accanto ai movimenti ecologisti radicali, ai sindacati dei lavoratori, all’associazionismo dei diritti umani, alle reti che si oppongono alle mafie, senza pretendere il riconoscimento pubblico di un'identità distinta. Un lamento sulla volgarità della politica o sulla cattiveria del mercato non basta più. Restare in attesa di essere chiamati, come commensali a un banchetto che nessuno intende più imbandire, non è una postura, è una resa travestita da testimonianza.

Savino Pezzotta, con la misura che lo contraddistingue, indica un'altra direzione: non cercare il partito, ma cercare la ferita. Vorrei aggiungere una postilla, da chi osserva senza appartenere. Non cercare nemmeno la ferita, se poi la si usa per assolversi. La ferita non è un argomento su cui intervenire, è un luogo da abitare, con le conseguenze che questo comporta.

Il compito di chi viene dopo, credo, non è tenere in vita una forma esausta, ma seppellirla con dignità, e costruire su quelle macerie una presenza che non chieda più dove si trovi, ma si limiti a fare ciò che va fatto, senza bisogno di firmarlo.


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