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La Stanza del pensiero Critico. Il cristianesimo politico è prigioniero delle stesse logiche del potere

di Savino Pezzotta


Credo che l’insignificanza politica dei cattolici cui fanno riferimento i due articoli di Giorgio Merlo e Nicola Rossiello derivi sostanzialmente dal mutamento profondo del clima culturale europeo. L’indebolirsi del cristianesimo come riferimento di fondo della civiltà occidentale non è solo un fatto sociologico, ma un evento spirituale: una sottrazione di senso, un ritiro della sorgente che per secoli ha alimentato la polis. Di questo dovremmo renderci conto anche  quando parliamo di crisi della democrazia.

La religione non è più il cuore sociale del pensare e dell’agire, ma un fatto intimistico, privato, quasi ornamentale. È come se la parola cristiana avesse perso la sua capacità di vibrare nel mondo, di generare forme, di orientare la vita collettiva. Si è creato un vuoto che molti cristiani non vedono, perché continuano a discutere della presenza dei cattolici come se fosse questione di collocazione, di geometrie, di centri da presidiare.


L'assenza del terreno spirituale

Ma se il cristianesimo non è più linguaggio condiviso, se non è più Weltanschauung che dà forma al mondo, nessuna architettura politica può restituire significato a ciò che è diventato sentire minoritario. Non è l’assenza di un progetto a indebolire la presenza dei cattolici: è l’assenza del terreno spirituale su cui quel progetto potrebbe camminare. È su questo terreno che bisognerebbe operare con accortezza, senza pensare che la secolarizzazione delle nostre società sia un male, quando invece è una liberazione di possibilità.

Il punto di verità oggi è la pace, come un tempo è stata la questione sociale, perché la pace — in questo mondo di violenza, arroganza e celebrazione della forza armata — è la soglia mistica dell’umano. Non è un tema tra gli altri, ma il luogo in cui si rivela la qualità spirituale, morale e culturale di una civiltà. Non c’è consequenzialità tra l’insegnamento dei papi, in particolare Papa Francesco e Leone XIV, che hanno riportato la pace al centro del discernimento cristiano e di una visione del mondo che nasce dal Vangelo, e il comportamento dei politici che si dicono cattolici.

Non si tratta più di una semplice distanza determinata dalla diversità dei ruoli, non è più una semplice discrepanza, ma di una separazione strutturale. Il magistero parla di disarmo, diplomazia, custodia dell’umano come luoghi in cui Dio si manifesta nella storia; la politica cattolica, a destra e a sinistra, si muove dentro le stesse logiche securitarie che attraversano l’Europa. La pace diventa slogan, non criterio. L’immigrazione diventa terreno di paura, non luogo teologico. Non mancano testi, encicliche, parole profetiche: mancano vite che le assumano. Il magistero dice che la guerra è sconfitta dell’umano, che la persona migrante è sacramento di incontro; i politici che si fregiano dell’identità cattolica rispondono con calcoli elettorali, prudenza, sospetto e applaudono al riarmo. È come se la loro parola non avesse più accesso alla profondità del reale, come se la dimensione spirituale fosse diventata per loro un ingombro, un residuo, un lusso. La loro fede è la realpolitik, e tutto ciò che propone una diversità viene tacciato come utopico, come se l’utopia non fosse il “non ancora”.


Dov'è il progetto culturale che genera l'azione?

La frattura attraversa anche il rapporto tra una larga parte dell’associazionismo sociale cristiano e la rappresentanza politica. Le realtà cattoliche che lavorano sul territorio vivono ogni giorno ciò che il magistero annuncia: pace come cura, accoglienza come giustizia, dignità come fondamento. In loro la fede diventa gesto, carne, relazione. Sono luoghi in cui la spiritualità cristiana non è un’idea, ma una pratica quotidiana, una forma di vita che resiste alla logica dell’indifferenza.

Ma questa esperienza non diventa parola politica, non diventa visione. Rimane confinata nel sociale, come se la carne del mondo non avesse diritto di entrare nella polis. È un paradosso: dove la Chiesa è più viva, i politici che si dicono cattolici appaiono muti. Dove la fede genera pratiche, la rappresentanza genera mediazioni al ribasso. La politica non è più luogo di traduzione dei valori proclamati dal cristianesimo, non perché sia ostile, ma perché è diventata impermeabile a tutto ciò che non si esprime in termini di sicurezza, crescita, gestione. È come se avesse perso la capacità di ascoltare il mistero dell’umano, come se non riconoscesse più la profondità che abita la vita.

La storia ricorda che la Rerum novarum non generò un partito, ma un movimento sociale. Prima vennero leghe, casse rurali, cooperative, associazioni operaie. Prima venne la carne. Il partito arrivò dopo, come conseguenza di un fermento che aveva già trasformato la società. Oggi accade l’opposto: si invoca un progetto politico senza che esista un movimento culturale capace di sostenerlo. Si cerca una collocazione senza avere una parola. Si cerca un centro senza avere un cuore. È come se si volesse costruire una casa senza fondamenta, come se si pretendesse di generare politica senza generare prima una visione del mondo.

Pace e immigrazione, dignità dell’umano sono il nucleo della Dottrina Sociale di oggi: non semplici temi, ma luoghi teofanici, spazi in cui si rivela la verità del nostro vivere insieme. Mostrano che il cristianesimo, quando non diventa modo di vedere e leggere la realtà, non genera impegno politico. Nessun progetto, nessuna alleanza, nessuna geometria può colmare questa assenza. Prima bisogna ritrovare la voce, una voce che non sia solo politica ma spirituale, capace di dire l’umano nella sua interezza. Poi, forse, la presenza.

 

 

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