Nei cieli regna l'allarme-bomba, ma a terra domina l'ansia
di Antonio Nicolosi*

Alberto Scafella con l'articolo Attenzione c'è una bomba!: siamo all'irresponsabilità tecnologica,[1] ha posto all'attenzione dei lettori de La Porta di Vetro un elemento di capitale importanza per la sicurezza collettiva e, ad un tempo, ha colto un punto altrettanto fondamentale per chi lavora nella sicurezza e si ritrova a vivere il problema ogni giorno sulla propria pelle. La sua analisi parte peraltro da due ragioni indiscutibili.
La prima: non è detto che dietro ogni allarme ci sia una regia internazionale. Spesso c'è molto di più banale e molto più pericoloso: la noia, il protagonismo, il gusto infantile di sentirsi importante per qualche ora. E la tecnologia ha offerto a questi personaggi un potere che prima non avevano; con una email, un post, una segnalazione, possono bloccare un aeroporto. La seconda: non dobbiamo regalargli visibilità. Ogni volta che amplifichiamo la notizia, facciamo il loro gioco.
A queste ragioni ne vorrei aggiungere un'altra, vista da chi opera sul campo, da chi non può permettersi il lusso di distinguere al volo tra un mitomane annoiato e una minaccia vera. Ogni segnalazione va presa sul serio. Ogni aereo va controllato, ogni passeggero va fatto scendere. E questo ha un costo; in uomini, in mezzi, in ore di lavoro, in ansia per chi viaggia e per chi deve garantire la sicurezza. Questa è la vera irresponsabilità tecnologica, non solo quella di chi lancia il falso allarme, ma quella di un sistema che ha messo in rete tutto, senza pensare a come proteggere tutto.
Sappiamo che si tratta di piattaforme che permettono l'anonimato assoluto, sistemi che si possono bucare con una password di default, un'informazione che viaggia più veloce della verifica. Alla fine, a pagare non sono quelli che lanciano la bomba falsa. A pagare sono le forze dell'ordine e il personale aeroportuale, ognuno con le proprie competenze e la gestione di turni massacranti, i cittadini con l'autocontrollo del rischio di panico creato da una tastiera. Per questo condivido la sua conclusione, ovvero la libertà di comunicare non può diventare libertà di terrorizzare.
Aggiungo: non può nemmeno diventare libertà di lasciare esposto tutto, e poi chiedere alle Forze dell'Ordine di rimediare da sole.
*Segretario Generale UNARMA-Associazione Sindacale Carabinieri
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