L'autogestione nelle case popolari, il passato dell'altra Torino
di Pasquale Fedele

L'autogestione nelle case popolari "nasce" - anche se nessuno l'avverte, né lo sospetta - negli anni del "miracolo economico" italiano a cavallo degli anni Cinquanta e Sessanta, quando oltre 9 milioni di persone lasciano il nostro Mezzogiorno: un'onda umana, che travolge in forma extraparlamentare la legge n. 358 del 1931 sulle migrazioni interne e la legge n. 1092 del 1939 "contro l'urbanesimo" introdotta dal regime fascista per bloccare l'esodo dai paesi verso le grandi città. Erano leggi mantenute in vita dal regime democratico e repubblicano che impedivano lo spostamento e l'iscrizione all'anagrafe o alle liste di collocamento di un altro comune, salvo dimostrare un'occupazione stabile o un'abitazione autorizzata.
Fu la legge n. 5 del 10 febbraio 1961 a cancellare quelle restrizioni, riconoscendo la libertà di spostamento dei cittadini all'interno del territorio nazionale. La storia è nota: nelle tre capitali del triangolo industriale, Milano, Torino, Genova, si registrò un'esplosione demografica di proporzioni inimmaginabili con i parametri pregressi. Torino, ad esempio, passa dai 719.300 abitanti del 1951 a superare il milione nel 1961, anno del centenario dell'unità d'Italia, mentre comuni della cosiddetta "cintura" incrementano la loro popolazione dell'80 per cento.[1]
Arriviamo così all'autogestione, perché quei numeri di per sé segnalavano, insieme con la crescita economica e demografica, la difficoltà a reggere l'impatto dell'immigrazione interna per la mancanza di case e la conseguente proliferazione d'alloggiamenti di fortuna (stanze nel sottoscala e soffitte, con conseguenti problemi igienici) e sistemi per dividere il posto letto in base ai turni di lavoro nelle fabbriche. E, poi, vi era la discriminazione, per la casa, la vera battaglia sociale e individuale. Forse estremizzata nella sua storicizzazione successiva, comunque esistente.
Da una testimonianza che si ritrova nelle inchieste televisive, quella di un palermitano a Torino da due mesi, con un lavoro, ma senza casa. Una mancanza non secondaria che gli impedisce di far arrivare la moglie e cinque figli, ma appena i proprietari sentono quanti sono, lo mandano via. Dice che appena capiscono che è del Sud cambiano atteggiamento. Come se facesse paura. Eppure non pensa di tornare indietro. Al paese lo aspetta la miseria. Qui almeno esiste una possibilità. Così dorme in un alloggio provvisorio. Duecento lire a notte. Stanze sporche. Materassi infestati. Condizioni che lui stesso definisce peggiori del carcere.
Di qui la legge 167 del 1962 con cui i Comuni riuscirono ad espropriare terreni per costruire case popolari che divennero il primo embrione di forma di autogestione, con la nascita spontanea dei comitati inquilini. Alla fine degli anni '60, ma anche tutti gli anni '70 e fino alla fine degli '80, a Torino e provincia si diffonde nei quartieri popolari l'Autogestione delle spese ripetibile; si trattava di un sistema collaudato che per decenni ha contribuito, attraverso le lotte dei nuovi arrivati, a costruire anche un rapporto di interlocuzione con gli Enti locali, Comune di Torino, Provincia di Torino, e lo IACP. Infatti, all'epoca era la Provincia di Torino a nominare il C.d.A dello IACP di Torino; di conseguenza, le rivendicazioni avanzate dall'autogestione andavano discusse con gli Enti Pubblici.
Ciò si traduceva in un distinguo tra bolletta dell'affitto, di competenza dello IACP, e la gestione degli altri servizi, dalla pulizia scale, pulizia cortile, luce delle scale, acqua delle parti comuni, riscaldamento centralizzato, alla manutenzione ordinaria (in parte) degli stabili. Nella sostanza, l'autogestione aveva le caratteristiche di un servizio di buon vicinato e di solidarietà di classe, senza dimenticare un altro obbiettivo essenziale: la riduzione dei costi delle spese ripetibili, per un risparmio per tutti i nuclei familiari, prevenendo la possibilità di morosità incolpevole delle famiglie più povere, e la riduzione di eventuali sfratti per la stessa ragione.
Peraltro, queste forme spontanee di autogestione nelle case popolari (ERP) non sono rimaste prive di voce legislativa: il Decreto del Presidente della Repubblica (DPR) del 30 dicembre 1972 n. 1035, disciplina per la prima volta le gestioni autonome dei servizi comuni da parte degli inquilini. Sia chiaro, l'autogestione dell'Edilizia Residenziale Pubblica non coincide con un condominio privato tradizionale, ma resta legato al rapporto tra gli assegnatari e l'Ente pubblico proprietario dell'immobile IACP.
A Torino e Provincia esistevano un totale di 545 autogestioni. Alcuni Quartieri superavano oltre 100 nuclei familiari. Ne citiamo solo alcuni per diritto di cronaca: quartiere 0113 Corso Lecce 25/31/33 e Via Nicola Fabrizi 76/80 Torino, l'autogestione coinvolgeva 586 famiglie; nel quartiere 0151, Via Ivrea (15/17/19/21/23/25/27) le famiglie era 160; nel 0133 di corso Taranto, via Saverio Mercadante, via Pergolesi, via Mascagni, via Tartini, via Cilea, Torino il numero saliva a 652 famiglie. Successivamente nel 1968 il Comune di Torino costruì altri 7 stabili in via Cilea, via Tartini, via Pergolesi, via Corelli che avrebbero ospitato altre 378 famiglie. Anche loro parteciperanno alla realtà delle autogestione.[2]
Giulia Novaro nel suo libro Abitare i margini. Politiche e lotte per la casa nella Torino degli anni Settanta (Edizione Gruppo Abele, 2020, Torino) ha analizzato questi dati a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta del Novecento, anni d'oro dell'edilizia economica popolare, evidenziando alcune delle questioni di allora e di oggi: le politiche e le lotte per la casa, l'assetto delle periferie, il protagonismo dei nuovi cittadini, l'effettività del diritto all' abitare.
La stagione dell'autogestione si esaurisce sostanzialmente per due motivi: l'arrivo delle caldaiette per alcuni nuclei familiari (inizio anni Ottanta) e la svendita delle case ERP con la legge dell' 8 agosto 1977 n. 513, e successivamente con la legge 24 dicembre 1993 n. 560, in cui si è purtroppo "distinta" la città di Torino. Rimane però una storia positiva che ha saputo dare forma a una stagione di idealità politica e di spinta sincera all'eguaglianza.
Note
[2] L'autogestione coinvolse anche i condomini di comuni della periferia torinese. Citiamo in proposito Collegno, quartiere 7301 viale Partigiani/Allegri/Croce, 664 nuclei familiari coinvolti; Beinasco, quartiere 3002 via Mirafiori 19 SC.19/B-E, sc.21A/-E (148 nuclei familiari); Nichelino, quartiere 7301 via Parri 2/12 (140 nuclei familiari); Venaria Reale, quartiere 3003 via Buozzi 1/11 via Dì Vittorio 35/41 (417 nuclei familiari).
[3]Per un maggiore approfondimento si veda il libro Gad Lerner Operai, Viaggio all' interno della FIAT: La vita, le case, le fabbriche di una classe che non c'è più, Feltrinelli Editore, Milano 1988.









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