Brividi neri... nel vedere Vannacci affacciarsi alla finestra di Overton
- Gian Paolo Masone
- 17 ore fa
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di Gian Paolo Masone

L'iniziativa della Procura militare di Roma, che ha predisposto "accertamenti preliminari" sulla presenza di appartenenti alle Forze Armate in Futuro Nazionale, è l'ultima pillola quotidiana che ci riporta al generale Roberto Vannacci e alla sua controversa creatura politica.
Nella circostanza, Vannacci e FN si ritrovano nell'occhio del ciclone a causa di un esposto presentato dal Sindacato dei Militari con cui si ipotizza la ricostituzione del partito fascista, cioè la violazione della legge Scelba (1952). Secondo fonti di agenzia, l'ex comandante della Folgore non avrebbe particolarmente gradito le "attenzioni" della Procura militare, né dell'informazione, generando un immediato controcanto: «Ma ancora credete ai giornali e a quattro politicanti e scribacchini livorosi?».
Uno stile politico, quello di Vannacci, che Gian Paolo Masone analizza con certosina precisione partendo da lontano, da molto lontano, attraverso un percorso a lungo raggio che dalla moneta unita della UE approda alle teorie del sociologo americano, precocemente scomparso, Joseph P. Overton (1960-2003).
Già nel 1998, alla vigilia dell’adozione della moneta unica, Angelo Panebianco spiegava sulle colonne del Corriere della Sera come l’adesione all’Unione Economica e Monetaria e i vincoli di Maastricht avrebbero ridefinito la natura stessa della politica italiana. La contesa elettorale veniva assimilata a una gara di bob: un percorso lungo una pista ghiacciata delimitata da bordi invalicabili, all’interno della quale i partiti mantengono la libertà di competere su traiettorie — ossia priorità settoriali, accenti programmatici e allocazione marginale delle risorse —, senza poter uscire dal tracciato pena il ribaltamento. L’integrazione sovranazionale ha nel frattempo ulteriormente eroso lo spazio decisionale sulle grandi leve macroeconomiche e monetarie, riducendo lo scontro democratico da una scelta radicale tra modelli di società a una gara su stili e competenze di governo entro binari rigidamente preordinati.
In tempi più recenti, quella medesima condizione di severo condizionamento istituzionale e finanziario è stata riassunta dalla celebre formula del «pilota automatico» richiamata da Mario Draghi.
Eppure, a dispetto di questa cornice strutturale, una parte consistente dell’elettorato continua a prestare fede a promesse di rottura sistemica e mutamenti radicali, formulate con particolare efficacia da figure estranee alle precedenti esperienze di governo. Come osservò acutamente Norberto Bobbio nel denunciare le «false promesse» della democrazia reale, «nessun regime democratico è riuscito a mantenere la promessa di eliminare l'oligarchia e di fare a meno delle élite»[1], svelando l'illusione di facili palingenesi. L’esperienza repubblicana degli ultimi decenni dimostra con regolarità come, chiuse le urne e fatto l'ingresso nelle stanze ministeriali, le prassi di governo finiscano inevitabilmente per piegarsi al principio di realtà e ai vincoli di bilancio, divaricandosi vistosamente dalla retorica dei comizi.
In vista della prossima tornata elettorale, salvo imprevedibili scosse geopolitiche legate ai conflitti internazionali in corso, il ruolo di catalizzatore di questa illusione radicale sembra saldamente presidiato dalla figura del generale Roberto Vannacci. Consapevole dell’invalicabilità dei vincoli macroeconomici, la proposta populista sposta il baricentro del conflitto sui terreni identitari, primo fra tutti quello dell’immigrazione e della identità nazionale. Si tratta di un terreno particolarmente redditizio: non richiedendo coperture finanziarie immediate né investimenti quantificabili a breve termine, sottrae le promesse alla prova empirica dei mercati e dei parametri europei, rendendole immuni a una rapida smentita contabile.
Al contempo, tale narrazione fa leva sul risentimento e sul disorientamento di una società frammentata, che nei momenti di profonda incertezza economica e geopolitica cerca rifugio nella polarizzazione contro un nemico comune e visibile. Non a caso due filosofi come Massimo Cacciari e Roberto Esposito hanno intitolato Kaos la loro recente riflessione sullo spaesamento del nostro tempo: un’epoca in cui il vuoto di senso e l’impotenza percepita delle istituzioni democratiche aprono varchi enormi alla tentazione della semplificazione autoritaria.
Se il movimento raccolto attorno alla figura del generale dovesse consolidare un consenso superiore alla soglia del dieci per cento, l’interrogativo non riguarderebbe più soltanto la tenuta degli equilibri parlamentari, ma la qualità stessa della democrazia costituzionale. Il rischio concreto è che l’ennesima ondata di radicalismo identitario finisca per alimentare un circuito perverso: da un lato l'innalzamento continuo del livello di scontro verbale e di delegittimazione delle garanzie liberali, dall'altro la frustrazione inevitabile che scaturisce quando anche le scorciatoie identitarie si infrangono contro la complessità del governo reale, logorando ulteriormente la fiducia dei cittadini nelle istituzioni.
Il programma di FN
Ma come possiamo riassumere il pensiero del Generale? In questo compito ci aiutano le prime due parti della BIP, Base Ideologica Programmatica, già disponibili sul sito di FN che riguardano dottrina economica, fiscalità, lavoro, industria, sovranità, famiglia, demografia, migrazione e diritti civili/bioetica.
Da una rapida lettura mi pare di poter dire che i punti più dirompenti della BIP possano essere identificati nella contrarietà all’espansione — già realizzata o programmata — dei diritti civili (con il contrasto alle Unioni civili, alle teorie di genere e a ogni ipotesi di suicidio assistito), nella critica alla secolarizzazione e all’abbandono della religione tradizionale e, soprattutto, nel radicalismo identitario che è alla base di un ritorno alla famiglia tradizionale, nonché di una gestione stringente del fenomeno migratorio che arriva a contemplare la famosa "Remigrazione" che ci richiama le gesta dell’ICE negli USA.
Non vi è dubbio che un simile programma, qualora diventasse anche solo in parte di governo, si porrebbe in rotta di collisione non soltanto con la Costituzione repubblicana, ma anche con i Trattati europei; ciò induce a ritenere che i proclami odierni siano destinati a subire il medesimo ridimensionamento già toccato alle promesse elettorali del governo in carica (dall'anticipo dell’età pensionabile al taglio delle accise).

Pur confidando in questo fisiologico attrito con la realtà, desta forte preoccupazione il generale scivolamento a destra del baricentro politico che Futuro Nazionale sta già innescando. Si tratta di una traslazione che agisce come un solvente culturale: essa non solo costringe il partito di Giorgia Meloni a irrigidirsi su una postura marcatamente identitaria per presidiare il proprio fianco destro, ma soprattutto normalizza e sdogana nel linguaggio comune concetti fino a ieri interdetti. Come ammoniva George Orwell, «se il pensiero corrompe il linguaggio, anche il linguaggio può corrompere il pensiero»[2], evidenziando come l'erosione del lessico pubblico trasformi l'orizzonte stesso del pensabile.
Dall’Impensabile al Radicale
Per mettere a fuoco questo fenomeno è utile richiamare il modello teorizzato da Joseph P. Overton — già vicepresidente del Mackinac Center for Public Policy — secondo cui le idee politiche, oltreché sull’asse destra-sinistra, si dispongono lungo un gradiente di tolleranza sociale che muove dall’Impensabile al Radicale, per transitare poi attraverso l’Accettabile, il Ragionevole e il Popolare, sino a giungere alla cristallizzazione in Legge dello Stato. Questa finestra di legittimità (la cosiddetta Finestra di Overton) non è statica, bensì costantemente rimodellata dal discorso pubblico. Ne deriva che un vocabolo come «remigrazione», pur collocandosi ancora nell’alveo dell’Impensabile, per il semplice fatto di abitare il dibattito quotidiano sposta i margini della finestra, rendendo d’un tratto accessibili e finanche ragionevoli misure precedentemente inconcepibili: basti pensare a come il confinamento dei richiedenti asilo in Paesi terzi extra UE sia rapidamente divenuto opzione condivisa da tanti italiani a fronte dell'irruzione dell’alternativa più radicale.[3]
Un simile meccanismo di slittamento progressivo — osservabile sul tema migratorio, ma attivo su molteplici versanti — incide a un livello prepolitico e invisibile, rivelandosi di gran lunga più insidioso di un manifesto di governo ancora di là da venire. Esso sedimenta nella società, permea la coscienza di cittadini non necessariamente orientati a destra e logora alla radice i presupposti della convivenza democratica.
A fronte di tale deriva, ai progressisti non resta che l'onere di orientare a propria volta la Finestra di Overton in direzione contraria, rivendicando senza esitazioni e timidezze la forza viva del progetto costituzionale
Note
[1] N. Bobbio, Il futuro della democrazia, Torino, Einaudi, 1984, p. 14.
[2]G. Orwell, La politica e la lingua inglese (1946), in Id., Nel ventre della balena e altri saggi, Milano, Bompiani, 1996, p. 165.
[3]Con lo stesso meccanismo, in un contesto molto diverso le esternazioni folli del Ministro israeliano Ben-Gvir hanno l’effetto di rendere accettabili (!) le atrocità del Primo Ministro Netanyahu











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