Accise, capro espiatorio perfetto per la propaganda del Governo
- Giancarlo Rapetti

- 13 ore fa
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Alla vigilia di una possibile proroga del taglio sul carburante diesel
di Giancarlo Rapetti

Davide Tabarelli, economista, presidente di Nomisma, è stato intervistato su Repubblica da Rosaria Amato. Prima domanda: “Se Lei fosse al governo, che cosa farebbe sulla proroga al taglio accise?” Risposta: “Se fossi al governo, farei come il governo, ma come economista dico che è sbagliato”. Potremmo chiuderla qui., alla vigilia della possibile proroga del taglio delle accise sul carburante diesel da parte del governo che nelle prossime settimane si riserva - leggiamo sulla prima pagina del Corriere della Sera di oggi, 4 settembre - "l'individuazione di un meccanismo di sconto più strutturale".
Le logiche di mercato sui prezzi
Invece... Il bambino della fiaba di Hans Christian Andersen è cresciuto e ha scoperto che non conviene dire che il Re è nudo. Il pubblico non accoglie la verità con un sussulto liberatorio ma con risentito fastidio. Tabarelli spiega con vari argomenti perché è sbagliato comprimere artificialmente i prezzi. Questi sono fatti dal mercato e, quando salgono per una serie di ragioni, tra cui la scarsità crescente del prodotto, il consumatore usa la leva in suo possesso, riduce i consumi. Se invece interviene lo Stato a comprimere il prezzo, il consumatore non solo non è spinto a ridurre i consumi, ma trae la convinzione che la risorsa non sia scarsa.
Si dirà: ma il prezzo dei carburanti incide su tutti gli altri prezzi, è un moltiplicatore inflazionistico. E in generale l’aumento dei prezzi mette in difficoltà i cittadini, specialmente i più deboli economicamente. Verissimo, infatti l’inflazione è una tassa universale regressiva, una malattia autoreplicante, uno dei fattori di crisi delle democrazie. L’inflazione, nella Germania degli anni ’20 del secolo scorso, fu la causa principale dell’implosione della Repubblica di Weimar e dell’avvento del nazismo.
Le povere accise, però, non hanno colpa. Calcolate sulla quantità, e non sul prezzo, non sono un fattore moltiplicatore dell’inflazione, al contrario ne smorzano l’effetto. Quanto all’inflazione, si crea quando, attraverso la politica monetaria o l’eccesso di spesa pubblica, si immette nel sistema liquidità eccessiva rispetto alle risorse reali disponibili. In questo senso, John Maynard Keynes diceva che “le imposte sono un mezzo per combattere l’inflazione”.
Sarebbe saggio concentrare le risorse scarse, economiche, finanziarie e di idee, sulle questioni dirimenti: la sicurezza interna ed esterna, la sanità universale, la scuola pubblica. Se non fosse chiaro: per spendere meno di benzina, si può alzare il piede o andare a prendere il latte a piedi anziché in macchina. Una scelta individuale basata sul costo-opportunità. Se invece la visita specialistica o l’accertamento diagnostico sono fra un anno, non si può decidere di star bene nel tempo dell’attesa. Se il frigo è pieno di provviste, ma la casa non ha la porta, le provviste sono a rischio, alla mercé del primo aggressore. Se manca l’istruzione, non può esserci sviluppo; e la formazione del consenso, processo democratico vitale, scade nell’irrazionale.
Certo, l’intervento sulle accise si misura in milioni, quello sui settori strategici di cui si diceva prima in miliardi. Ma i miliardi si fanno con quello e gli altri mille rivoli, spesso perversi, del sostegno ai redditi, che sembra diventata la priorità politica del momento.
Naturalmente resta aperta la questione di come debba essere distribuita la tassazione, a parità di gettito complessivo. Quanto debbano pesare percentualmente le imposte sul reddito, la ricchezza prodotta. Quanto quelle sui beni patrimoniali, la ricchezza ferma. Quanto quella sulle transazioni commerciali, la ricchezza in movimento. Allo stato attuale, guardando aliquote, scaglioni e gettito, lo slogan potrebbe essere “più accise, meno Irpef”.
Anche le accise possono essere distribuite diversamente. Chi vuole ridurre quelle sui carburanti, ammesso e non concesso che sia una buona idea, deve indicare le fonti alternative del gettito, magari con qualche numero a supporto. Sappiamo che secondo Giorgia Meloni, versione prima di arrivare a Palazzo Chigi, le accise sui carburanti andrebbero abolite. Come sostituite non si sa, visto che comunque questo governo ama tassare: la pressione fiscale ha raggiunto il 42,6 per cento del PIL. La pressione fiscale può essere calcolata in diversi modi. Il dato riportato è quello prodotto dall’Osservatorio dei conti pubblici della Università Cattolica di Milano, diretto da Carlo Cottarelli.
Meloni bocciata in aritmetica
Guardando la serie storica, si rileva che il valore attuale è stato superato negli ultimi trent’anni solo due volte, e non negli ultimi dieci anni. A proposito di questo dato, la Presidente del Consiglio ha dato una spiegazione amena: siccome sono aumentati gli occupati, che pagano le tasse, la pressione fiscale è aumentata. Semmai sarebbe vero il contrario: essendo la pressione un rapporto, l’aumento del reddito prodotto la fa scendere. L’aliquota massima Irpef, quella che si applica all’ultimo scaglione, è il 43 per cento. Ma ci sono gli scaglioni inferiori che abbassano l’aliquota media. Neanche se tutti i nuovi occupati avessero stipendi da amministratore delegato ci sarebbe l’effetto dichiarato da Giorgia Meloni.
Un così vistoso errore di aritmetica elementare si spiega in due modi: o la Presidente del Consiglio è andata a scuola quando non si insegnavano più le tabelline, o, forte della sua posizione, ci sta prendendo in giro. Come diceva il divo Giulio, “il potere logora chi non ce l’ha”. Detto in chiave più moderna, chi vince le elezioni decide tutto, anche l’aritmetica. Soprattutto se un giorno sì e un altro ancora ci ricorda di essere a capo del governo più longevo della storia repubblicana.
Perché il Governo delle tasse sia così concentrato sul tentare di ridurre di qualche euro il costo del pieno per il rientro dei vacanzieri non è un mistero: si chiama ricerca del consenso, essenziale in politica, tanto è vero che le opposizioni seguono a ruota.
Con questo si vuole dire che il governo non deve interessarsi dei prezzi? No di certo. Al contrario deve occuparsene e come, creando le condizioni strutturali perché l’economia funzioni al meglio. Agendo sulle cause, anziché inseguire gli effetti. Per esempio promuovendo la concorrenza. O favorendo l’approvvigionamento delle risorse energetiche, anche in Italia, dove qualche idrocarburo si trova. Il paese ha scelto di non trivellare e di ridurre la capacità di raffinazione. Ha allontanato le lavorazioni problematiche, per tenere pulito coi fiori profumati il giardino di casa. Chi ritiene sia la scelta migliore, deve accettare che abbia un costo. Bisogna anche decidersi ad avere una politica estera. Per esempio: l’Iran (oltre la Russia) è un pericolo per l’Europa, come dice l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, presidente del comitato militare della NATO (un novese doc, nel senso di Novi Ligure in provincia di Alessandria) oppure no? L’ambiguità non paga.
Imperversa invece la logica antica del capro espiatorio. Nel suo Ciclo di Belleville, Daniel Pennac, con il personaggio di Benjamin Malaussène, ne ha fatto una figura professionale. Storicamente i capri espiatori perfetti sono stati gli ebrei e le banche, ora si sono aggiunti le accise e gli indefiniti extra-profitti. Anziché liberare l’economia, in un quadro di regole certe, la politica cerca di piegarla ai propri obiettivi, indirizzando l’insofferenza del pubblico verso i bersagli di volta in volta convenienti.
Sia chiaro: le considerazioni sin qui svolte sono inutili. Manca un anno, o meno, alle elezioni politiche. Come spiegano i sarti truffatori di Andersen, le persone intelligenti sanno che i vestiti dell’Imperatore sono bellissimi.











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