Fratel Enzo Bianchi, l'addio al monaco del dialogo e del Concilio
- Luca Rolandi
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Aggiornamento: 1 giorno fa
di Luca Rolandi

È morto all'età di 83 anni Enzo Bianchi all’ospedale le Molinette di Torino dove era ricoverato per l’aggravarsi della malattia che l’aveva portato alla dialisi alcuni anni fa. Monaco, prolifico saggista, esperto biblista, fondatore delle Edizioni Qiqajon, Bianchi aveva lasciato la guida della Comunità monastica di cui era priore nel 2017. Da allora si era progressivamente ritirato anche a causa di problemi di salute.
Padre Enzo Bianchi è stato per molte generazioni un punto di riferimento. Il fondatore della comunità di Bose ha rappresentato una guida soprattutto nella fase post conciliare, con la nascita di una esperienza monastica davvero inedita per la sua dimensione ecumenica che era ispirata proprio dalla sua esperienza di giovane affascinato dalla stagione del Vaticano II, dallo studio della Bibbia, al ritorno delle radici evangeliche.
Enzo Bianchi era innamorato del nuovo e aveva carisma e coraggio. Aveva incontrato la comunità dell’abbé Pierre; poi frère Roger Schutz della comunità monastica di Taizé. Aveva portato a Torino i primi gruppi ecumenici con gli amici dell’Azione Cattolica e della Fuci, nei primi anni Sessanta. Infine, proprio il giorno della conclusione del Concilio Vaticano II l’8 dicembre 1965 aveva deciso di recarsi eremita nella Serra di Ivrea, nel borghetto abbandonato di Bose, per vivere la vita monastica seguendo le Regole di san Basilio, e che, insieme alla messa quotidiana, aveva riempito la sua infanzia e la sua giovinezza.
Un percorso lungo e sempre più ricco che ha raccolto migliaia di viandanti e pellegrini, persone credenti e non credenti, cercatori di senso. Dalla piccola chiesa fino allo sviluppo tumultuoso dalla seconda metà degli anni Novanta fino ai primi del nuovo secolo. In quell’angolo sperduto sotto la Serra morenica, donne e uomini, giovani e adulti, religiosi, cristiani e non, sono arrivati in migliaia per condividere la vita e la preghiera dei monaci, ma soprattutto per ascoltare Enzo Bianchi.
Una prolifica attività editoriale la sua, ricca di articoli, saggi, conferenze, una amicizia con Papi e vescovi, religiosi e preti e suore di perferia. Tanti cattolici laici e laici atei o agnostici. Tutti uniti nella volontà di cercare. Una comunità che negli anni Settanta e Ottanta era diventata un polmone d’ossigeno del cristianesimo attraverso un monachesimo capace di leggere la Storia ospitando a parlare Umberto Galimberti, Massimo Cacciari, Massimo Recalcati e tutti i maggiori esponenti dell’ortodossia e del mondo evangelico e riformato. Il priore non ha mai smesso di dar vita a cose nuove, tanto da realizzare altre fraternità a Cellole, a Ostuni, a San Masseo, a Gerusalemme.
Nel dicembre 2016, Bianchi si dimette priore pur restando a Bose. La comunità si appresta a vivere una nuova pagina: nel maggio del 2020, con un decreto approvato da Papa Francesco, viene chiesto al fondatore e ad altri due fratelli e una sorella di allontanarsi da Bose. Nella comunità viene inviato il padre canossiano, Amedeo Cencini. Un pagina dolorosa. Incomprensioni e rotture una ferita aperta che ha lasciato il segno. Bianchi rientra a Torino. E’ aiutato dai suoi amici più cari, tra i quali Valentino Castellani, sindaco di Torino per otto anni dal 1993, suo amico fin dai tempi dell’Università. Fonda con alcuni fratelli e sorelle la Comunità della Madia, ad Albiano, non troppo distante da Bose. Continua fino all’ultimo a pensare, pregare, scrivere e dialogare. Ora che ha terminato la corsa terrena si affida al Dio di Gesù che ha testimoniato e tra gioie e dolori, provato a dire e vivere lungo i suoi 83 anni di cammino terreno.











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