Un libro per voi: "Livio Berruti. Il romanzo di un campione e del suo tempo"
- Vice
- 2 giorni fa
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Aggiornamento: 11 ore fa
Sessantasei anni fa, la sua storica vittoria sui 200 piani alle Olimpiadi di Roma
a cura di Vice

Sabato 3 settembre 1960. Stadio Olimpico, Roma. "Ecco la curva. Rossa come una ferita. Bella e terribile. Rotonda. Perfetta, come disegnata da un dio. Tagliata nel verde, ai piedi della collina. Le pupille la percorrono rapide come levrieri costretti tra due guide bianche. [...] La tensione che precede la finale olimpica è spasmodica. [...] Berruti ha vinto col record del mondo una semifinale che è stata do tre decimi più veloce dell'altra. Ha sconfitto i tre primatisti del mondo. [...] Berruti cerca segni fausti. A Roma si guarda il volo degli uccelli. Colombi, naturalmente.
Ore 18, la finale dei 200 metri piani. [...] La pista è un altare biblico. Chi guarda Berruti circondato da occhi di tigre. Sembra l'agnello sacrificale accanto a Norton e Johnson, potenti, alti minacciosi. [...] Berruti ha la corsia numero 5. Ai vostri posti! grida Pedrazzini, lo starter. Berruti respira profondo. S'inginocchia di nuovo. Pronti!, urla lo starter. Tutto è silenzio. Berruti ritrova la quiete della risaia. Boom! E le statue si muovono. La corsa sboccia. Lo sparo non lo sorprende. Berruti lo aspettava da un vita. Dopo 57 passi Berruti esce dalla curva in testa. [...] sale l'urlo della folla. Berruti misura il rettilineo con falcate di seta". Ha vinto. "[...] alza la testa. Guarda il tabellone elettronico. fruga nel sabbah gioioso di lettere e numeri. Scopre il suo tempo: 20''5, record del mondo eguagliato. Berruti è il primo non americano a vincere i 200. Ha spezzato il tabù. Il suo acuto ha fatto esplodere lo stadio come un calice di Murano".
Sfogliamo ancora il libro che lo scaffale ha conservato in silenzio, discreto, in attesa del suo momento. Che non avremmo voluto. Claudio Gregori, un grande inviato de La Gazzetta dello Sport, lo ha pubblicato nel 2009.[1] Una sorta di regalo di compleanno per i 70 anni, all'epoca, di Livio Berruti, che ci ha lasciati lo scorso 9 agosto. Ritorniamo alla prima pagina bianca su cui è tracciata una dedica che misura nella sua asciuttezza misura lo spessore di una conoscenza: "A... con tanta amicizia e ammirazione. Livio Berruti". Firma preziosa che emoziona.

L'eroe di un pomeriggio assolato allo Stadio di Roma protagonista della più bella Olimpiadi dell'era moderna non è morto. Le pagine di Gregori, quasi 370, che ricorrono all'anacronismo con continui movimenti temporali, restituiscono a tutti noi la sua lunga parabola personale e sportiva con levità. La stessa leggerezza con cui l'eroe della velocità si è fiondato sulla pista rossa per scrivere il suo mito che le immagini ora in bianco e nero, ora a colori, non hanno mai scalfito.
Non sarà facile procurarsi questo libro. Ma invitiamo a farlo. A richiederlo alle librerie. A insistere. Il lettore avrà modo di avvicinarsi con la giusta discrezione e senza invadenza a uno dei più grandi atleti dello sport italiano. E alla sua epoca, oramai lontana, di un'altra Italia, perché Berruti è un "fiore" del dopoguerra, che nasce sopra le macerie. Quelle di una guerra che distrusse due volte il nostro Paese: la prima con l'aggressione ad altri popoli, la seconda con una dilaniante guerra civile.
Scrive Gregori: "Berruti corre sopra ricordi che bruciano, sfiora la tragedia e la speranza, l'eroismo e la viltà, l'amore e il dolore. Non corre solo sulla pista dell'Olimpico, ma su un teatro più grande".
Un teatro che non potrà che fare bene conoscere alle nuove generazioni.
Note
[1]Claudio Gregori, Livio Berruti. Il romanzo di un campione del suo tempo, Edit Vallardi, 2009











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