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Francesco Guccini, con lui scompare il poeta degli endecasillabi cantati

6 ago
Tempo di lettura: 2 min

Aggiornamento: 6 ago

di Marco Berruti

"Ci prese come un pugno, ci gelò di sconforto, sapere a brutto grugno che Guevara era morto". Così Francesco Guccini raccontava le reazioni che un gruppo di ventenni ebbe il 9 ottobre del 1967, alla notizia della morte del Comandante, ucciso dall'esercito boliviano. Lo stesso sgomento ci prende oggi, apprendendo che anche Francesco Guccini ci ha lasciati.

Guccini aveva 86 anni. Si era ritirato dalle scene musicali dal 2013 e aveva continuato la sua attività di scrittore. Di gialli con Loriano Machiavelli. E anche in proprio con racconti e romanzi, in cui spesso tornava quel repertorio di cose perdute che è la memoria di ognuno di noi.

Quando si parla di artisti non ha senso dire chi sia stato il più grande. Non lo ha per gli sportivi. Figuriamoci per i cantautori. Ma Guccini è stato un grandissimo. E non è un caso che oggi l'Osservatore Romano, il quotidiano della Santa Sede, gli dedichi un richiamo in prima pagina. Richiamo importante per ricordare proprio un artista oggetto di censura per il testo "Dio è morto" da parte di chi in quella circostanze si rivelò più lealista del re..., all'epoca del Papa. Grazie a lui e ad alcuni suoi colleghi e amici la canzone si è affrancata da stereotipi fatti di colombe che volavano e mamme a cui ritornare[1]. Ed è stato un grande spirito epico. Più Omero che Virgilio, ha dato voce alla tradizione popolare intesa nel senso più ampio anziché porsi al servizio della legittimazione del potere[2].

Guccini tutto questo lo ha cantato con voce forte. Elemento decisivo. Un linguaggio immaginifico da solo sarebbe stato meno efficace. Gli endecasillabi cantati lo hanno trasformato in una specie di Dante moderno, quasi che dalla parola cantata - e che parola! - potesse nascere una nuova lingua. Come e più di Dylan, di cui era quasi coetaneo e che tanto lo influenzò agli esordi, ha saputo riunire generazioni.

Nell’ultima strofa dell’Avvelenata, Guccini canta “se io avessi previsto tutto questo, dati causa e pretesto, forse farei lo stesso”. Questo ci dà la misura della grandezza di Guccini, oggi che lo stiamo salutando. Una vita la sua, nel bene e nel male, il cui bilancio si chiude senza rimpianti. Per questo lo sgomento iniziale e il gelo di cui si diceva lasciano il passo alla consapevolezza di aver avuto la fortuna di conoscere Guccini e di poterlo ascoltare ancora. L’ultima Thule è il brano conclusivo dell’ultimo, omonimo, album in studio di Guccini[3]. Non c’è saluto migliore di questo, che lo stesso Francesco aveva pensato per sé. Addio maestro.[4]


Note

[1] Aveva anche trattato il tema con una bonaria e affettuosa ironia https://youtu.be/3y2vWv9k-ls?si=SoPO5UUHLmc_3gU0 .

[2] Un bellissimo esempio è Amerigo una lunga cavalcata sull’onda di una storia famigliare https://youtu.be/n3M7I_JiVuM?si=QY6kR_bSJvjZcS62

[4] In conclusione desidero affermare che non gradisco che per Guccini sia impiegato l’appellativo “maestrone”. Mai mi sono sognato di utilizzarlo in vita e a maggior ragione lo farò post mortem.

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