Detto in pochissime parole. Dal Leone d'oro negato a Venezia all'odio in Israele per il film "Naza"
Aggiornamento: 12 ore fa
di Indiscreto Controcorrente

Un'occasione perduta - l'ennesima - di essere davvero nella storia scrive il Manifesto [1] a proposito della decisione presa della giuria della Mostra del Cinema di Venezia di non assegnare il Leone d'Oro al film Naza dei registi israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor.
Sia chiaro, l'intenzione dei giurati non va giudicata alla stregua di una rinuncia a denunciare ciò che è accaduto e accade quotidianamente a Gaza: nelle ultime ventiquattr'ore altri sei morti palestinesi. Al docufilm è stato assegnato il Premio speciale della Giuria, dopo che la sala ha dedicato agli autori una stand ovation di 25 minuti al termine della proiezione.
Ma è indiscutibile che rappresenti il persistere di un substrato ostativo per limitare la profondità e la portata culturale, emotiva e, non ultima, la caratura politica genocidiaria, in netto contrasto con la coraggiosa decisione dei due cineasti di andare a cogliere dall'interno la spiegazione del massacro perpetrato dall'esercito israeliano su ordine di Netanyahu: oltre 70 mila morti e più del doppio dei feriti dal 7 ottobre 2023.
L'interno, ed è il cuore pulsante del documentario, si afferma nelle testimonianze di ventiquattro militari, ideatori ed esecutori di un sistema che al netto delle innegabili differenze storiche e geopolitiche, non appare diverso dalla pianificazione di sterminio degli ebrei organizzato dai nazisti. Se non in un aspetto sostanziale: agli ufficiali dello Stato di Israele non li si può etichettare con la banalità del male di Hanna Arendt, poiché nel leggere la sinossi del documentario si trae il convincimento che siano stati perfettamente consapevoli del genocidio del popolo palestinese e, soprattutto, di non avere neppure la scusante di delegare la macelleria di Gaza alla macchina burocratica. Venezia e Tel Aviv sono così legati da un impercettibile filo rosso che vede la rinuncia della giuria involontariamente sensibile a quella parte dell'opinione pubblica israeliana - forse ancora maggioritaria - e della comunità ebraica all'estero che ora, come scrive il giornale progressista di Tel Aviv Haaretz, accusa i due registi di "tradimento e aiuto al nemico durante la guerra" per voce del ministro della Cultura Miki Zohar. Reazione governativa, che dietro l'apparente brutalità, spiana la strada alla richiesta di revoca la cittadinanza a Yuval Abraham e Rachel Szor[2], perché "la libertà di espressione non può fornire copertura per il tradimento o assistenza a un nemico in tempo di guerra". Un nervo scoperto per la società israeliana che si presta a conquistare facile consenso a vantaggio del radicalismo di destra.
A cavalcare l'onda del nemico da colpire, rivela Haaretz si segnala anche l'ex ministro della Difesa Avigdor Lieberman, fondatore e leader del partito della destra radicale Israel Beytenu, che ha bollato Abraham e Szor "odiatori di Israele", accusandoli "di aver trasformato il massacro del 7 ottobre in una calunnia di sangue contro Israele". Al coro si è unito il giornalista arabo-palestinese Yoseph Haddad (41 anni) vicino al partito di destra Amcha Yisrael risolutamente contrario alla nascita di uno Stato palestinese, fondato ad agosto dall'ex generale dell'esercito Ofer Winter. Secondo Haddad, il documentario Naza, orribile nell'accusare i soldati delle IDF di genocidio, risponde alla logica di vincere un premio internazionale diffamando i soldati.
A poco meno di un mese dalle elezioni, con Naza (acronimo militare ebraico per collateral damage) Israele vede cadere ad una ad una le maschere di chi sostiene Netanyahu e la sua società civile può osservare sottopelle l'odio iniettato e non certo a dosi omeopatiche nelle sue vene. Non sarà uno dei migliori spettacoli. Ma ci si augura, come hanno annunciato Yuval Abraham e Rachel Szor, intenzionati a divulgarlo in Israele, che possa diventare il migliore degli antidoti alla criminale violenza con cui il governo Netanyahu ha stravolto e oscurato le coscienze dell'Occidente, rendendo invisi gli ebrei nel mondo.











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