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Verso il 25 Aprile: l'uso spregiudicato della parola Libertà

di Stefano Marengo

C’è un episodio che a mio giudizio ben sintetizza il rapporto ambiguo tra la Seconda Repubblica e il 25 aprile, un’ambiguità coltivata per decenni e che, nel discorso pubblico quotidiano, ha finito per svilire la memoria della Liberazione. Mi riferisco a quando Silvio Berlusconi, nel 2009, scelse di partecipare alle celebrazioni del 25 aprile ad Onna, frazione dell’Aquila che fu teatro di una strage nazifascista nel 1944 e, come tutti ben ricordiamo, tra i centri abitati più colpiti dal terremoto del 2008. Di per sé, la decisione dell’allora Presidente del Consiglio fu qualcosa di lodevole, un gesto che sembrava finalmente rompere l’inerzia di una destra italiana da sempre refrattaria a riconoscere nell’antifascismo e nei suoi simboli le pietre fondative della nostra democrazia. La speranza ebbe però vita piuttosto breve.


La doppiezza berlusconiana

Nel suo discorso, infatti, Berlusconi molto concesse alla narrazione della destra postfascista e, nemmeno troppo larvatamente, arrivò ad attribuire a parte del mondo antifascista (naturalmente, la sinistra) la responsabilità di alimentare contrapposizioni che indebolivano il senso dell’unità nazionale. Per perseguire questo sforzo unitario, concludeva il premier, era invece necessario fare dei passi in un’altra direzione, magari anche ribattezzando la Festa della Liberazione, Festa della Libertà. Casuale? Assolutamente no, perché alcune settimane prima, il Cavaliere aveva appena messo in piedi "Il Popolo della libertà", la nuova formazione politica di centro destra nata dall'unione di Forza Italia con Alleanza Nazionale guidata da Gianfranco Fini.

Ora, direbbero i linguisti, la parola “libertà”, nel lessico berlusconiano, è un tipico significante flottante. Si tratta cioè di un termine estremamente vago, che può avere molteplici referenti nella realtà, nessuno dei quali, tuttavia, è mai davvero esplicitato. Ognuno può anzi riempire la parola “libertà” con i significati che preferisce. Nel contesto odierno, l’aspetto interessante di ciò deriva dal fatto che tutti quanti tendiamo automaticamente ad attribuire un valore positivo alla libertà, qualsiasi cosa essa implichi. Di conseguenza il politico che si pone a suo paladino avrà vita facile nel brandirla come uno slogan sempre efficace, senza la necessità di chiarire che cosa per lui voglia dire essere libero.


Il tentativo di sterilizzare la memoria

Nella politica della Seconda Repubblica i significanti flottanti si sono moltiplicati a dismisura. Accanto a “libertà”, potremmo ad esempio citare il termine “riformista”, di cui ormai si sono appropriati quasi tutti, dalla destra alla sinistra passando per il centro. A questo punto si sarà capito qual è il problema: se una parola può potenzialmente indicare le cose più diverse, la realtà stessa risulterà impoverita di senso, vaga, indefinita. Il restyling del 25 aprile proposto nel 2009 da Berlusconi andava precisamente in questa direzione. Infatti, mentre la Festa della Liberazione è fortemente connotata, ben individuata dal punto di vista storico e ideale e sappiamo concretamente dire di cosa si tratta, ribattezzarla Festa della Libertà la prosciugherebbe di ogni concretezza e la proietterebbe nell’indistinzione di una non identità. In altri termini, in questo modo il "25 Aprile" e la sua memoria verrebbero sterilizzati, resi incapaci, appunto, di produrre significato politico attuale.

Mi rendo perfettamente conto che soffermarsi su questi aspetti linguistici può apparire attività velleitaria. La sua utilità sta però nel fatto che, attraverso i cambiamenti nell’uso delle parole, possiamo cogliere le linee essenziali di alcuni passaggi d’epoca. In effetti, se pensiamo a quella che fu l’esperienza della Prima Repubblica, ci rendiamo conto che, allora, l’idea di ribattezzare il 25 aprile non sarebbe stata nemmeno immaginabile. Per le donne e gli uomini di quella generazione – la generazione che fece la Resistenza e ricostruì l’Italia – la Liberazione non era un che di sussumibile e annacquabile in un generico e vago concetto di libertà, ma un’esperienza specifica e una memoria concreta. Più ancora, la Liberazione fu il momento di cesura storica, politica ed esistenziale grazie al quale, con la sconfitta del nazifascismo, venne rifondato il senso della comunità e restituito significato all’ideale dell’unità nazionale – un’unità nazionale che non poteva essere pensata che come intimamente antifascista.


L'inquinamento culturale nel vuoto della politica

Il crollo della Prima Repubblica, da questo punto di vista, non fu soltanto il venir meno, talvolta drammatico, di una classe dirigente e di un modo di intendere la politica. Fu soprattutto l’inizio di uno smottamento che avrebbe interessato le stesse basi culturali e antropologiche sulle quali noi italiani ci eravamo ricostituiti come popolo all’indomani della Seconda Guerra Mondiale. Il vuoto che seguì alla morte dalla Prima Repubblica fu infatti riempito da una cultura incardinata sul culto dell’individuo e sull’edonismo (le cui premesse erano già tutte visibili a metà degli anni Ottanta), sulla voracità di un ego che si vuole alfa e omega di ogni realtà e la cui libertà, pretesa assoluta, non può avere alcun freno. Questa cultura, di cui proprio Berlusconi è stato l’incarnazione più cristallina, ha eroso il nostro senso di essere comunità, ci ha reso atomi sociali privi di legami e ci ha proiettato in un mondo dai contorni indefiniti e dalle parole vuote. È in questo contesto che la memoria del 25 aprile è stata fatta sbiadire nel discorso pubblico. Non c’è quindi troppo da stupirsi se, dopo tre decenni di deriva, oggi riemergono virulente pulsioni autoritarie e si affermano figure pubbliche che ammiccano oscenamente al fascismo. Per combatterle, il primo passo è ritrovare la realtà di ciò che fu la Liberazione e individuare le parole giuste – parole piene – per raccontarla.



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