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UNA SERATA AL CINEMA. "Fatherland" di Pawel Pawlikoski

20ore
Tempo di lettura: 3 min

di Maria Teresa Fenoglio


In Fatherland, Paweł Pawlikowski descrive il ritorno di Thomas Mann in Germania, celebrato premio Nobel. Nel 1949 lo scrittore, accompagnato dalla figlia Erika, attraversa il paese per le celebrazioni di Goethe, dalla Germania Ovest a Weimar, nella “zona sovietica”. Sfilano nel film i mondi ormai contrapposti della cortina di ferro, entrambi desiderosi di appropriarsi del prestigio dell’esule antifascista. Quella che un tempo era stata la patria, da qualsiasi fronte la si guardi, ha perduto la propria credibilità morale.

A interrompere le cerimonie arriva la notizia del suicidio di Klaus, figlio di Thomas e fratello amatissimo di Erika. Attraverso il linguaggio filmico degli stati d’animo e della reattività tesa e nervosa di Mann e della figlia, la rovina pubblica e quella familiare si incontrano.

La Germania occidentale mostra soprattutto la miseria morale della rispettabilità ricostruita. Nei ricevimenti, negli ambienti culturali e nelle conversazioni educate riemergono persone che hanno attraversato il nazismo conservando posizione e privilegi in cerca di una riabilitazione rapida. L’incontro di Erika con l’ex marito, l’attore Gustaf Gründgens, vicino a Göring durante il regime, è un esempio di questo opportunismo: il talento artistico viene invocato da questo personaggio come se potesse assolverlo dall’averlo messo al servizio del potere, ed Erika lo respinge con determinazione ed orrore. Anche la richiesta dei discendenti di Wagner di contribuire alla riabilitazione del compositore appartiene a questo ambiente, nel quale il bisogno di recuperare il patrimonio culturale si intreccia alla fretta di rimuovere le compromissioni.

L’esule viene celebrato, ma la sua presenza rischia di diventare un certificato di innocenza per gli stessi ambienti che lo avevano espulso. Sotto gli omaggi sopravvive inoltre l’inquietante ostilità verso Mann, accusato in lettere anonime ricevute in albergo di aver tradito il proprio paese.

Nella Germania orientale l’ambiguità assume la forma dell’antifascismo trasformato in legittimazione del nuovo potere. Ai salotti occidentali si sostituiscono l’apparato, le accoglienze organizzate, i cori scolastici e le manifestazioni collettive. Anche qui Mann è cercato soprattutto come simbolo: la sua autorità dovrebbe confermare che la vera Germania, erede della cultura e avversaria del nazismo, si trova da questa parte.

Il film accosta due modi diversi di sottrarsi alla responsabilità: a Ovest attraverso l’accomodamento e la rimozione; a Est attraverso una narrazione politica che pretende di avere già risolto la questione della colpa: in entrambi i paesi si assiste in realtà a una rimozione frettolosa della memoria, che sta alla base del dolore profondo di Mann ed Erika.

Il paese visitato da Mann è quello delle sue élite culturali e politiche, ma il paese reale, quello  distrutto e impoverito dalla guerra, è però potentemente presente sullo sfondo, nel paesaggio di macerie attraversato dall’automobile. Il bianco e nero e le inquadrature immobili danno forma allo smarrimento dei viaggiatori, e alla loro impossibilità al ritorno.

L’esilio continua anche quando diventa possibile tornare. La caduta del nazismo non restituisce automaticamente una casa, dei lettori, una comunità capace di riconoscere chi ha resistito. Per Klaus, figlio di Mann, scrittore antifascista e omosessuale, la notizia della cui morte arriva nel corso del viaggio, il dopoguerra non sembra mantenere la promessa di un mondo finalmente abitabile. Il suo suicidio segna il punto in cui la catastrofe storica penetra nella vita individuale.

Mann sembra difendersi rifugiandosi nel ruolo del grande scrittore, nella disciplina e nella responsabilità verso la cultura tedesca. Erika, invece, porta dentro il viaggio un dolore che nessuna cerimonia può assorbire. La sua presenza mette in questione anche l’autorità paterna: essere un riferimento morale per una nazione non garantisce di saper accogliere la disperazione di un figlio, liquidato dal padre in termini sprezzanti. In Fatherland la terra dei padri e il padre stesso diventano luoghi ai quali si continua ad appartenere, pur senza trovarvi sufficiente protezione, neppure dall’autodistruzione. Un triste richiamo ai tempi che stiamo attraversando.

Nel finale, forse un po’ frettoloso, la musica promanante da un’orchestra che suona all’interno di una costruzione in rovina, sembra aprire finalmente uno spazio al lutto. Dopo tante parole pubbliche, padre e figlia possono finalmente sostare davanti a ciò che hanno perduto. Una possibilità umana si delinea quando ci è infine permesso di sentire il dolore che le celebrazioni, e gli infingimenti, hanno tenuto a distanza.


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