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La Tenda degli artisti: la voce nei disegni dei bambini di Gaza

18 ore fa
Tempo di lettura: 4 min

Una mostra itinerante racconta il dramma dell'infanzia palestinese che l'esercito di Israele "neutralizza" quotidianamente

di Stefano Garzaro


Deir el-Balah è una cittadina palestinese al centro della Striscia di Gaza che vanta una storia antica, da quando nove secoli fa vide le imprese di Riccardo Cuor di Leone, signore del castello di Darom. Oggi la città è costretta a subire ben altri assalti di ben altri condottieri. 

La città contava fino a ieri 100.000 abitanti, tra residenti d’origine e profughi palestinesi da Rafah e Khan Younis. Sebbene la guerra di Gaza non abbia mai dato tregua, la popolazione ha sopportato i continui bombardamenti aerei aggrappandosi ai ritmi di vita tradizionali, per quanto sul filo della precarietà. 

L’equilibrio si è frantumato a metà luglio 2025, quando l’esercito israeliano ha ordinato l’evacuazione completa della città. L’obiettivo, per i soldati, era di aprire un nuovo corridoio per il controllo completo della Striscia. Subito dopo le colonne di carri armati hanno aggredito la città. La popolazione è fuggita in massa. Chi vi si è attardato ha subìto il fuoco israeliano, com’è avvenuto al centinaio di persone uccise la domenica 20 luglio, mentre erano in coda per la distribuzione di viveri.[1]

La valanga dei profughi si è rovesciata verso al-Mawasi, sulla zona costiera sud della Striscia, in un’area priva di servizi, senz’acqua potabile né possibilità di procurarsi cibo, in condizioni igieniche impossibili. È stata un’ulteriore scena del dramma a cui i media ci hanno ormai assuefatti. 

Oggi, nella tendopoli della città fantasma di Deir el-Balah, non mancano tuttavia persone ostinate che rifiutano il clima di violenza: non reagiscono con le armi, ma con la creatività. Il giovane gazawi Mohammed Timraz e l’illustratrice irlandese Féile Butler, infatti, hanno creato la Tenda degli artisti, accogliendo bambini e ragazzi senza distinzione, mettendo a loro disposizione fogli, colori, matite, pennelli, cuscini, tavoli. La tenda è uno spazio dove scrollarsi di dosso la realtà attraverso la pittura, ricomponendo uno spazio d’incontro, di relazioni interrotte, uno scambio di storie e di emozioni. In verità la guerra non è stata espulsa dalla tenda, poiché il dramma riappare nettamente sui fogli da disegno. La grande maggioranza delle opere, infatti, è la rappresentazione dell’incubo vissuto ogni giorno fuori dalla tenda.


La mattinata dei bambini e delle bambine è dedicata alla fila: quella per procurarsi l’acqua potabile – a pagamento – e quella per l’acqua per lavarsi; la fila per la farina o il pane, quando si è fortunati; la fila per la legna per cucinare, quella per ricaricare i cellulari, per andare alla latrina. Nel frattempo altri bambini girano i mercati cercando di vendere qualsiasi merce, a cominciare dalle focacce di farina che le madri e le sorelle grandi hanno impastato e cotto. A scuola non si va più, perché le aule sono state rase al suolo, anche se attorno alle macerie alcuni maestri hanno alzato tende cercando di fare ugualmente lezione. E nel pomeriggio, finalmente, si va alla Tenda degli artisti. 


Che cosa disegnano i bambini di Deir el-Balah? Nour al-Zaqzouq, bimba di otto anni, ritrae le case danneggiate del suo quartiere, le strade ostruite dai calcinacci, gli alberi sradicati e bruciati. Hammed, nel disegnare il cielo carico di bombe a pioggia, ha immaginato il proprio destino, perché poco dopo aver riempito il foglio di toni neri e grigi è bruciato nel fuoco delle bombe. La tenda purtroppo non è un talismano, un rifugio dagli ordigni: come Hammed, anche Reema è stata uccisa assieme a tutta la famiglia. È sopravvissuto soltanto il fratello più grande, Wassem, oggi custode degli album colorati della sorella.

Assieme alle case scompaiono non soltanto le persone – dicono i bambini – ma anche i ricordi. E allora disegnano con slancio, con attenzione, spesso con furia. C’è chi ritrae la propria casa in fiamme colpita dai carri armati; oppure l’amica che passeggia tra i fiori del ruscello, e che si trasforma in fantasma dopo essere stata resa polvere dalle bombe. Ci sono i ritratti dei compagni di scuola o di cortile spariti fra i calcinacci, disegnati a memoria. Non mancano però i momenti di leggerezza: Qamar Timraz è l’autrice del catalogo dei gatti in transito fra le tende da quando è nato il campo. Ogni gatto ha il proprio nome, Bayzo, Loosy, Aizo, Nana, Semsem, Almeskeena. Alcuni non si sono fatti più vedere, altri invece hanno preferito sistemarsi all’ombra delle tende. 


I disegni si sono accumulati in fretta, e presto si è deciso di esporli in una mostra non soltanto nella tenda, ma anche in paesi lontani dove la guerra non c’è, sebbene ci sia chi la vorrebbe importare.

La tenda, oltre a salvare i sogni, è un’occasione unica per far risalire in superficie estro e creatività. In alcuni casi si scoprono veri ingegni espressivi, che in un paese occidentale verrebbero indirizzati al volo verso una scuola d’arte o un’accademia. Ma a Gaza ciò è impossibile.

Alcune organizzazioni umanitarie italiane come Ponte di pace e Granello di senape hanno voluto portare nel nostro Paese quelle immagini potenti, che ci chiedono di non dimenticare. È nata la mostra itinerante HeArt of Gaza, in marcia ormai da un anno con l’obiettivo di scuotere le coscienze, ma anche di raccogliere fondi sia per realizzare centri di distribuzione d’acqua potabile nelle tendopoli, sia per procurare borse di studio a ragazzi e ragazze la cui vocazione è la figurazione artistica e il design.

La mostra viaggerà lungo l’Italia fra piccoli centri e grandi città fino al maggio 2027. Di recente è stata ospitata a Torino nello Spazio mostre della Città metropolitana (nell’ex Palazzo della Provincia). A novembre è programmata a Prato, a Bricherasio, a Foggia. Per conoscere il calendario, i luoghi e le associazioni promotrici si può consultare il sito delle associazioni Ponte di pace (pontedipace.org) e Granello di senape (granellodisenape.org), e in particolare l’indirizzo granellodisenape.org/heart-for-gaza/ Questo è anche il sito a cui rivolgersi nel caso si voglia ospitare la mostra nella propria città. È sufficiente una sala, un cortile, il corridoio di una scuola per restituire ai bambini e alle bambine di Gaza un pezzetto di dignità.



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