L'Editoriale della Domenica. Trump ha perso, ma il Campo Largo non si allarga...
di Giancarlo Rapetti

“Si aspettava un’onda blu. C’è stato uno tsunami”. Questa la sintesi dei commenti, almeno in Italia, ai risultati delle elezioni di midterm negli Stati Uniti. Elezioni che, come noto, a metà del mandato del Presidente in carica, rinnovano l’intera Camera dei Rappresentanti e un terzo del Senato. Questa volta hanno vinto i blu, cioè i Democratici, hanno perso i rossi, cioè i Repubblicani.
I risultati di quelle elezioni sono stati presentati come una svolta epocale, il ripristino della democrazia americana, la fine del trumpismo e di tutti i sovranismi, la sconfitta dei cattivi di turno, Donald Trump e Benjamin Netanyahu, responsabili di aver fatto aumentare il prezzo della benzina. Tralasciando, per eccesso di euforia, di considerare che, se Trump e Netanyahu sono i cattivi per antonomasia, allora l’Iran, i suoi proxy, il Qatar, i Fratelli Musulmani, e via elencando, sono i buoni.
Soprattutto, in Italia, i componenti reali e virtuali del “campo largo”, che, in attesa di autodefinirsi, vive volentieri di luce riflessa, si sono identificati nei democratici americani, traendone rinvigorita speranza di copiare quel risultato contro i sovranisti nostrani. In questa percezione dei campitori larghi c’è anche del vero, ma occorre operare alcuni distinguo. Per fare un minimo di analisi, è saggio ripartire dai dati.
Anche Franklin D. Roosevelt nel 1938 perse le elezioni di midterm, ma conservò la maggioranza nelle due Camere. Il suo successore Harry Truman, nel 1946, invece, perse elezioni e maggioranza in entrambe le Camere. Come Truman fece Dwight Eisenhower nel 1954. Idem Bill Clinton nel 1994. Anche il mitico, per la nostra sinistra, Barack Obama, nel 2014 si trovò senza maggioranza in entrambe le Camere. In sintesi, dal 1934 in poi, si sono tenute 23 elezioni di metà mandato. Il partito del Presidente in carica ha conquistato meno seggi dei concorrenti 20 volte, ha perso la maggioranza almeno in una Camera 15 volte, e ha perso la maggioranza in entrambe le Camere 11 volte.
Nel 2026, siamo in media. Ma nell’epoca del rumore di fondo sempre più intenso, una notizia, per essere notata, deve viaggiare a bordo di una iperbole.
Federico Rampini ha proposto di riportare il risultato elettorale americano nell’alveo della normalità, una prova della vitalità di quella democrazia, che non era stata cancellata prima e non viene riportata in vita oggi. Semplicemente, il pendolo del consenso oscilla, seguendo le cause disparate e spesso contraddittorie che muovono gli elettori. La notizia, si potrebbe dire, scende dalle ali dell’iperbole per planare sulla curva dolce della parabola.
Si deve ammettere, però, che in questo caso ci sono fattori specifici che aumentano il peso della vicenda. Il primo fattore sta diventando un classico: ogni volta che un leader lega il proprio destino a un risultato elettorale, trasformandolo in referendum su se stesso, viene sconfitto. Capitò a Charles De Gaulle nel 1969 e, fatte le dovute proporzioni, a Massimo D’Alema nel 1999, a Matteo Renzi nel 2016, anche a Giorgia Meloni nel 2026. Trump ci ha messo molto del suo. Contro ogni evidenza, ha dichiarato: “se ci fosse stato il mio nome sulla scheda, avremmo vinto a valanga”. Invece è proprio perché la campagna è stata con il suo nome virtuale sulla scheda che un certo numero di elettori repubblicani ha cambiato idea e ha votato i candidati democratici “turandosi il naso”, come avrebbe detto Indro Montanelli.
Il secondo fattore è lo sconvolgimento che il risultato elettorale ha portato nelle Borse mondiali: ci troviamo nel mezzo di una nuova rivoluzione industriale, quella della Intelligenza Artificiale e degli enormi investimenti tecnologici ed energetici che comporta. Il cambio di maggioranza nel più importante Parlamento del mondo aumenta l’incertezza su che cosa farà la politica di fronte a questo salto senza precedenti.
Il terzo fattore di particolare interesse è che la teoria del campo politico come un insieme di cerchi concentrici, in cui è più rilevante la distanza dal centro che la differenza destra-sinistra, esce rafforzata. Abdul El-Sayed, neo Senatore del Michigan, e il Vice Presidente J.D. Vance, in apparenza non potrebbero essere più lontani. Musulmano, socialista (nell’accezione americana) il primo. Campione dell’America first (con tutto quel che comporta) il secondo. Eppure hanno detto la stessa cosa: il primo, in campagna elettorale, ha sostenuto che i guai dell’America derivano dal sostegno a Israele, che ha trascinato Trump in una guerra che all’America non interessa e che ha fatto aumentare il prezzo dei carburanti. Il secondo ha detto la stessa cosa dopo le elezioni per spiegare la sconfitta repubblicana. Insomma, per entrambi, è colpa degli ebrei.
Veniamo a noi. Come interpretano la trasposizione dagli Stati Uniti d’America all’Italia gli esponenti del campo largo? I Cinque Stelle, gli AVS e parte del PD sono abbagliati dal successo di due candidati fuori dagli schemi, Abdul El-Sayed in Michigan, come detto, e James Talarico in Texas. I due non sono sovrapponibili, se non per il programma economico e sociale: una lista della spesa illimitata, finanziata da un solo provento, la tassazione degli extra-ricchi. Un programma perfetto per le elezioni: tutti trovano qualche beneficio, e nessuno pensa di dover pagare. In realtà sappiamo benissimo che cosa succede, almeno in Italia, se cotali promesse sono mantenute: o più tasse per il ceto medio, o crescita imponente del debito, con relativa inflazione.
Giuseppe Conte comunque si è espresso chiaramente: “ci vuole un programma più radicale”, cioè più pentastellato. Anche i cosiddetti “riformisti” del PD traggono ispirazione, per consolarsi della loro emarginazione, dal ventaglio dei risultati americani. Se si passano in rassegna i principali candidati dem, si evince che il Partito Democratico USA è molto variegato, e dentro di esso c’è posto per “sensibilità” diverse. E per l’aspetto colto, con la razionale sobrietà che lo contraddistingue, da Paolo Gentiloni.
Possiamo aggiungere, per completezza di analisi che una cosa in comune tra le due sponde dell’Atlantico c’è. Là e qui molti pensano, o meglio, sentono istintivamente, che un condominio bombardato di Kyiv o un missile iraniano dotato di testata nucleare sono meno importanti del pieno di carburante.
E tuttavia, la trasposizione da una sponda all’altra dell’Atlantico è assai problematica. I sistemi costituzionali ed elettorali sono troppo diversi. In America, il Parlamento è indipendente dal Presidente e lo condiziona. Si potrebbero fare esempi emblematici, che tralascio per brevità. Da noi, con il premierato di fatto, approvato con legge ordinaria (l’ultima legge elettorale), i parlamentari sono semplici palline nel pallottoliere del Presidente del Consiglio che si è assicurato l’abnorme premio di maggioranza.
In America la politica costa molto più che da noi, nessuno può stare fuori dalla macchina dei due maggiori partiti con una qualche chance di successo. Ma i candidati sono indipendenti, corrono per se stessi con le proprie idee. Da noi conta solo il leader delle coalizioni in concorso, spesso gli elettori non conoscono nemmeno i candidati del collegio. Anche perché con il Melonellum, ma già con il Rosatellum, tra candidature plurime, effetto flipper, e seggi aggiuntivi in base al premio di maggioranza, l’elettore non può sapere chi sta esattamente votando.
Per paradosso, e guardando dall’esterno il campo largo, si potrebbe dire che l’esito delle elezioni americane non lo ha aiutato. L’illusione della strada spianata, del vento cambiato, nasconde i problemi di sempre, che giacciono irrisolti: il perimetro; gli obiettivi comuni, o programma unitario che dir si voglia, in politica estera e interna; la leadership accettata e condivisa.
Le elezioni di midterm non hanno fatto bene neanche al potenziale Centro. L’attrazione gravitazionale dei blocchi più grandi rischia di frantumare la galassia centrista, che ha già abbastanza problemi per conto suo. Qui il problema non è l’illusione, è la delusione, il timore cioè, di non riuscire a rompere lo schema bipopulista e diventare irrilevanti. Ma se si rinuncia all’obiettivo senza combattere si è già irrilevanti.
Paradosso per paradosso, a fronte dei problemi e delle contraddizioni, delle illusioni e delle delusioni, vissuti e sofferti dai suoi potenziali avversari, Giorgia Meloni, sorprendente leader indiscussa di una coalizione discutibile, potrebbe in fin dei conti essere la principale beneficiata della sconfitta del suo amico Trump.












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