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"Nell’Odissea di Nolan, Itaca è il limite del nostro sapere"

di Marcello Croce


Uno che di miti s’intendeva, Cesare Pavese, ci lasciò nelle pagine dei Dialoghi con Leucò questo pensiero: “La morte è entrata in questo mondo con gli dèi”.[1] 

Si trova nel breve dialogo scambiato tra Eracle e Prometeo, che s’intitola La rupe. Prometeo (il cui nome in greco significa il preveggente) prosegue: “Voi mortali temete la morte perché, in quanto dèi, li sapete immortali.”. E aggiunge: “Quando i mortali non ne avranno più paura, gli dèi spariranno… Siamo un nome, non altro. Capiscimi, Eracle. E il mondo ha stagioni come i campi e la terra. Ritorna l’inverno, ritorna l’estate. Chi può dire che la selva perisca? o che duri la stessa? Voi sarete i titani, fra poco”.

A quel tempo, Pavese traduceva Nietzsche e meditava sull’eterno ritorno.[2]


Il mito e la distanza dai "mortali"

L’Odissea portata da Nolan sullo schermo del cinema torna a sollevare la domanda sul mito greco e il rapporto di questo con la poesia. Siccome questo è un semplice articolo e non un trattato, mi limiterò a sollevare qualche problema senza nemmeno tentare di dare una risposta.

Il mito, come dice la parola greca, è un racconto e in quanto tale è la voce del poeta. Voce ispirata. Esso ha l’effetto di far apparire, in chi ascolta, una distanza. E dato che noi invece viviamo nella prossimità immediata delle cose e dei fatti che accadono, il mito apre – anzi spalanca – la distanza. È dunque per noi moderni un’eccezione. E percepire una distanza significa averla dentro di noi, come quando saliamo su in montagna per abbracciare più vasti orizzonti. O la notte quando talvolta alziamo lo sguardo alle stelle.

Nel mito, questa distanza non solo è qualcosa di umano, ma è addirittura l’umano in quanto tale. E in cosa consiste? Nel mito, l’uomo è alla presenza della divinità, ossia di ciò che è più distante dall’uomo. Questa distanza è segnata dalla morte. Omero, come poeta del mito, non a caso chiama gli uomini “i mortali”, i “brōtòi”. Il mito ci fa sentire mortali.

La morte è il divino che abita l’uomo, ma ci abita proprio in quanto distanza: come le stelle – le irraggiungibili – abitano i nostro occhi (se leviamo lo sguardo di notte). Nel resto, in tutto il resto, il divino si presenta simile all’uomo.

Quindi il mito ci apre a una distanza che ci misura come mortali. E le storie del mito, cantate dai poeti, nel loro raccontare ripetono incessantemente il limite del nostro orizzonte umano. Così il poema di Odisseo, cantato da Omero, dove appaiono divinità con proprie passioni e il cui sguardo costantemente è rivolto verso l’umano.

Non basta. C’è il fatto che l’immortalità degli dèi è sapere. In tutto simili ai mortali, gli dèi vedono e sanno, tracciando così il limite e forse il senso della nostra mortalità: l’uomo invece è solo desiderio di sapere.  L’Odissea omerica ne è pervasa, e lo stesso tema struggente, il ritorno a casa, in patria di Odisseo, ne è continuamente dominato. L’ignoto lo segue e lo inquieta incessantemente.


Olocausti antichi e moderni: Troia e Hiroshima

A tal proposito, il cinema più nobile del nostro tempo (qui parliamo del film di Christopher Nolan) suggerisce anche il richiamo con figure del calibro di Joyce e di Pound. L’Ulisse di Joyce è l’errante del proprio labirinto psichico, prima che delle strade di Dublino. Il mito si aggiorna tra le ombre di un io in frantumi. Anche l’Ulisse poundiano è un io in frantumi in piena contemporaneità, ma che, a differenza di Leopold Bloom, percorre ombre e luci di tutta la storia umana, per cercarvi, a duro prezzo di dolore, l’indistruttibilità di un ordine invisibile.

Pure il film di Nolan investe la contemporaneità, ed è quella da lui raccontata nel suo precedente film Oppenheimer: vale a dire l’Iliou persis del nostro tempo, Hiroshima. Anche il ritorno di Ulisse è un’avventura della memoria, come in Joyce e come in Pound. Il suo Ulisse si confronta non solo col ritorno al luogo che ha lasciato vent’anni prima, ma ora anche con la colpa di aver consentito, con l’invenzione del cavallo, la distruzione di Troia e lo sterminio dei suoi abitanti.

E per questo il regista adotta l’accorgimento di spezzare la coscienza di Odisseo in due opposti termini temporali, nel primo dei quali l’eroe, piegato dalla potenza del fascino femminile (la ninfa Calipso), dimentica quello che lui veramente è e che ha fatto – il suo passato, ovvero l’autenticità della sua condizione mortale. Simbolo di questo è il loto, di cui si ciba smarrendo il desiderio del ritorno.

Da questa smemoratezza lo risveglia l’iniziativa di Atena e allora torna a ricordare (nostalgia e colpa, Itaca lontana e conquista di Troia), riaffiorando in lui dolorosamente, nel passato e nel futuro riconquistati, la smarrita mortalità.

L’orizzonte della coscienza di Odisseo, nel film, diviene allora metafora di quella dell’uomo contemporaneo, non più abitato dagli stupefacenti nomi che gli uomini antichi davano alla natura, ma da ben altre consapevolezze. Alle immagini dello sterminio dei troiani si sovrappone chiaramente il senso della solitudine umana che insegue sé stessa nella potenza della tecnica.

Se misuriamo l’opera di Nolan con il senso del mito omerico, la distanza di cui parlavo, e che costituisce l’irripetibile originalità della poesia epica greca è scomparsa. Subito dilegua dinnanzi alla memoria storica. E in questo senso l’Odisseo di Nolan è contemporaneo a noi, è uno di noi.

Tale giudizio non ha nessun senso polemico, s’intende. Anzi, vuol riconoscere che Nolan ci offre una chiave notevole per capire il nostro tempo, proprio dicendoci che la distanza del mito, ossia l’enigma della morte che il mito rappresenta attraverso la presenza e le azioni delle divinità immortale, non è più attuale, perché il posto degli dèi è stato occupato dalla bomba.

Non si tratta, beninteso, solo di un sentimento. Si tratta piuttosto di pensare il nostro essere mortali, “brōtòi”, nei termini e nelle possibilità che la tecnica esplora e riproduce, riconducendo l’uomo a oscure potenze distruttive, illusoriamente dominabili e in parte dominate. Gli dèi immortali, che abitano i miti, allora sono svanite.

Avvicinando l’olocausto di Troia a quello nucleare di Hiroshima Nolan ha esposto la nostra possibilità di pensare la morte. Nel posto del tempo futuro oggi si è insediata la tecnica. Il limite del sapere è solo (e sempre) quello che la scienza non ha ancora raggiunto. Questo “non ancora” è la nostra irraggiungibile Itaca.                                             

 

Note

[1] I Dialoghi con Leucò furono pubblicati nel 1947.

[2] Su Pavese traduttore della Volontà di Potenza, vedi l’edizione “Amor fati”, curata da Francesca Belviso con introduzione di Angelo d’Orsi, Aragno 2015.

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