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Suicidi in carcere tra sofferenza e fragilità

di Enrica Formentin

Ieri, 4 ottobre, davanti al Tribunale di Palermo si è svolta una manifestazione di protesta organizzata dall'associazione Antigone del capoluogo siciliano contro le morti in carcere.[1] Palermo non è una scelta casuale. Di recente, nel carcere “Pagliarelli”, Roberto, 29 anni, ha tentato il suicidio impiccandosi con le lenzuola in cella. L'hanno trovato vivo, agonizzante, in condizioni disperate. Trasferito all'Ospedale civico di Palermo, è deceduto il 15 settembre 2022. Il padre, ex poliziotto in pensione, si è rivolto all’associazione Antigone perché queste cose non accadano più, perché ci sia più attenzione verso quei giovani che sì devono pagare per i loro errori, senza trascurare però le loro fragilità e solitudini, le storie terribili di povertà e di abbandono, di indifferenza e di indifferenza all'emarginazione, di disturbi psichici e di dipendenza che hanno alle spalle.


Alle istituzioni, Pino Apprendi dell’Osservatorio Antigone ha espresso la sua indignazione nell'assistere "al continuo stillicidio di detenuti che decidono di togliersi la vita o che muoiono in circostanze poco chiare. Si tratta nella stragrande maggioranza dei casi di giovani tra i 20 e i 40 anni, detenuti per reati lievi e in condizioni di fragilità psicofisica. Questi ultimi, in particolare, si trovano spesso in carcere solo temporaneamente, perché in attesa che il giudice valuti la loro condizione di salute. In questo lasso di tempo, tuttavia, alcuni di loro non reggono all’inferno della prigione e decidono di togliersi la vita".


Il tema della condizione carceraria non è di quelli che riscuotono il massimo indice di ascolto in Italia. La Porta di Vetro non si è mai sottratta al dovere civico di intervenire e lo ha fatto con gli articoli di Guido Tallone.[2] Tuttavia è avvertibile negli interlocutori, in alcune aree della società, un sotterraneo fastidio, inconscio e non, unito al desiderio di sfuggire da una responsabilità collettiva demandata unicamente, dal momento dell'ingresso dell'individuo in carcere, rinchiuso dietro le sbarre, a terzi, all'esterno, al "sistema". Si ha la sensazione di ritrovarsi di fronte a una forma pilatesca nella decisione del destino di altri esseri umani. Inaccettabile. Esattamente come ha detto, sempre ieri, Pino Apprendi. All'opposto, quando si registrano episodi di suicidio urge la più profonda riflessione sul malessere del nostro sistema carcerario che non sa tutelare l’individuo carcerato come “persona”.


La denuncia nei numeri


Le carceri italiane andrebbero ripensate, come sostiene Susanna Marietti coordinatrice dell’associazione Antigone. E non si tratta di una semplice opinione. Lo dicono i numeri. In Italia ci sono stati 66 suicidi dal 1 gennaio al 4 ottobre del 2022, uno ogni quattro giorni. [3] Sono numeri che generano un vero e proprio allarme. Il che ha portato l'associazione Antigone a denunciare che "dall’inizio dell’anno il fenomeno ha mostrato segni di preoccupante accelerazione, fino a raggiungere l’impressionante cifra di 15 suicidi nel solo mese di agosto, uno ogni due giorni. A due terzi dell’anno in corso, è già stato superato il totale dei casi del 2021, pari a 57 decessi.[4]

Delle 59 persone che si sono tolte la vita in carcere nei primi 8 mesi di quest'anno, 4 erano donne: un numero particolarmente alto se consideriamo che la percentuale della popolazione detenuta femminile rappresenta solo il 4,2% del totale. Ancora più impressionante se paragonato agli anni passati. Secondo i dati pubblicati dal Garante Nazionale, sia nel 2021, che nel 2020, una sola donna si era tolta la vita in carcere.

In generale la presenza in cella di persone con disagi psichici è molto alta. Nella maggior parte delle visite svolte da Antigone nelle carceri italiane, il personale denuncia con forza l'esistenza di persone detenute affette da patologie psichiatriche e l'inadeguatezza delle risorse a disposizione per prenderle in carico adeguatamente.

Tutte le storie che si concludono con la decisione di porre fine alla propria vita sono storie di profonda sofferenza. Da ognuna di queste emerge la necessità di un ripensamento della scelta di punire solo ed esclusivamente con il carcere. La necessità di favorire pene e misure alternative al carcere e, quando queste non sono possibili, di migliorare il tempo trascorso al suo interno, riducendo il senso di profondo isolamento e l’assenza di speranza per il futuro.


Diritto alla vita e diritto alla salute garantiti dalla Costituzione

Il diritto alla vita è riconosciuto e garantito dalla Costituzione quale diritto inviolabile così come la libertà personale. Posto che sull’Amministrazione Penitenziaria grava un obbligo giuridico di tutelare la vita e l'integrità psico-fisica degli individui che ad essa vengono affidati, l’oggetto finale è capire se un soggetto detenuto abbia il diritto o no a lasciarsi morire, cioè a rifiutare ogni protezione, ogni intervento proveniente dall’ordinamento giuridico fino alla morte, senza che le persone che stanno attorno ad esso (con un preciso dovere di vigilanza e custodia) possano fare alcunché per evitare l’evento.


Per rispondere al quesito non ci sono validi strumenti legislativi, e le norme generali esistenti sono ambigue e contraddittorie. Nel caso in cui esistono delle lacune o un vuoto normativo nell'ordinamento penitenziario si ricorre per ricoprire tali carenze alla legislazione "ordinaria", nel senso che ci si avvale di quelle norme che valgono per il trattamento dei cittadini liberi. Il cittadino detenuto, in quanto tale, ha il diritto di autodeterminarsi, per cui è equiparato a livello trattamentale al cittadino libero. Chi è sottoposto a detenzione, sia essa per esecuzione di condanna definitiva che per applicazione della misura cautelare viene gravemente limitato della propria libertà personale. Nonostante questo conserva comunque alcuni diritti.


Il diritto alla salute (art. 32 Cost.) va assicurato ad ogni persona indipendentemente dalla condizione di libertà o detenzione. La disciplina fondamentale della sanità penitenziaria è collocata all’art. 11 della legge n. 354/1975, che in particolare prevede: un servizio medico e un servizio farmaceutico rispondenti alle esigenze profilattiche e di cura della salute dei detenuti e degli internati; almeno uno specialista in psichiatria; il trasferimento in ospedali civili o in altri luoghi esterni di cura dei condannati e degli internati che necessitino di cure o accertamenti diagnostici non effettuabili in istituto; la collaborazione dell’amministrazione penitenziaria con i pubblici sanitari locali, ospedalieri ed extra ospedalieri, d’intesa con la Regione e secondo gli indirizzi del Ministero della Sanità. Sebbene esiste questa articolata disciplina, la tutela del diritto dei detenuti alla salute in maniera uguale a quella dei cittadini liberi è frutto di un percorso non ancora giunto a termine.



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