Steve Reich e The Cave: Israele, Palestina, America, sono davvero passati oltre 30 anni?
di Filippo Franchi

La settimana scorsa l'abituale rubrica Per passione, non solo musica e parole... ha riportato l'attenzione sul percorso musicale di Steve Reich e ciò ha consentito sicuramente a molti di fare qualche passo indietro con la memoria, di ripescare cose dimenticate. Tra queste The Cave: appunto non solo musica, non solo una melodia, ma uno spettacolo.
Fu una cosa stranissima vista al Teatro Regio di Torino, la sera del 7 settembre 1994, all'interno della diciassettesima edizione di Settembre Musica: una grotta, Abramo, ebrei, musulmani, immagini, voci, una musica che sembrava arrivare da quelle voci. E la sensazione, difficile da spiegare oggi, di avere assistito a qualcosa che non assomigliava a niente di ciò che allora consideravo semplicemente un concerto o un'opera.
La memoria, naturalmente, fa quello che vuole. Per anni avevo conservato soltanto pochi frammenti: The Cave, Steve Reich, la grotta di Hebron, le tre religioni monoteiste. Così per prima cosa è stato cercare, e qui è cominciata la sorpresa. Il ricordo era sostanzialmente corretto. The Cave era arrivata al Regio come prima rappresentazione italiana. La recensione di Paolo Petazzi su l’Unità, pubblicata pochi giorni dopo, parla di un «caldo successo» e del magnifico Steve Reich Ensemble diretto da Paul Hillier. Il critico musicale de La Stampa Giorgio Pestelli conclude il suo articolo commentando che "nella «grotta» di Reich non sarà tutto oro, ma coraggio e intelligenza si trovano di sicuro".

Ma questa era soltanto la superficie immediatamente visibile: più cercavo, più scoprivo che The Cave era molto più complessa di come l'avevo conservata nella memoria.
Il titolo significa letteralmente La grotta e quella grotta è la Machpela, la cosiddetta Grotta dei Patriarchi di Hebron: il luogo nel quale, secondo la tradizione, sono sepolti Abramo e la sua prima moglie Sara, e altri patriarchi e matriarche biblici. È un luogo che appartiene contemporaneamente a storie diverse. È sacro agli ebrei e ai musulmani ed è legato anche a una figura fondamentale della tradizione cristiana: Abramo. Steve Reich e Beryl Korot non fecero un'opera sulla Grotta nel senso tradizionale, non raccontarono la storia di Abramo, non misero in scena Abramo e non lo fecero interpretare da un cantante. Fecero una cosa molto più strana: andarono a cercare le persone che nel presente vivevano dentro quella storia.
La collaborazione fra Reich e Korot era nata dalla convergenza di due percorsi diversi: Reich arrivava, fra l'altro, dall'esperienza di Different Trains, nella quale aveva già portato dentro la composizione musicale le inflessioni della voce parlata; Korot proveniva dal video e da una pratica fortemente documentaria. Con The Cave i due decisero di portare queste due esperienze nello stesso spazio: la musica che nasce dalla voce reale di una persona e dalla sua immagine. Nel colloquio del 1993 con Jonathan Cott raccontano direttamente la genesi del progetto e il lavoro compiuto a Gerusalemme e Hebron.
Le domande erano semplicissime. A persone israeliane, palestinesi e americane venivano poste le stesse domande: Chi è Abramo per te? E poi: Chi è Sara? Chi è Hagar? Chi è Ismaele? Chi è Isacco? Tutto qui. Ma le risposte erano quelle di persone reali. Reich e Korot avevano raccolto le interviste in diversi momenti fra il 1989 e il 1992: a Gerusalemme Ovest, a Gerusalemme Est, a Hebron, a New York e ad Austin. Reich mette a confronto persone appartenenti a tre contesti diversi davanti alle stesse figure della tradizione di Abramo. Gli israeliani. I palestinesi. Gli americani. E lascia che siano loro a parlare.
La cosa straordinaria è che quelle parole diventano musica. Reich ascolta il modo in cui una persona parla: il ritmo, le pause, gli accenti, le inflessioni, l'andamento della frase. Ne ricava una linea musicale che può essere suonata da uno strumento, cantata da una voce, ripresa dall'ensemble. Una frase pronunciata da una persona diventa dunque una frase musicale. È il procedimento già sperimentato in Different Trains che qui diventa drammaturgia.
Non abbiamo un percorso del tipo: personaggio → testo → musica; abbiamo: persona → voce → musica. E la persona rimane sullo schermo. Questo è fondamentale. La musica non si appropria semplicemente della voce registrata per trasformarla in materiale astratto: noi continuiamo a vedere il volto di chi ha parlato. Per Reich le «speech melodies» diventano ritratti musicali: una frase pronunciata può essere trasformata in una linea per violino, per tenore o per l'intero ensemble. La parola diventa nota, ma la nota rimane inseparabile dalla persona che l'ha pronunciata. Probabilmente è la cosa più originale di The Cave.
E poi c'erano gli schermi. Cinque grandi superfici video non disposte semplicemente una accanto all'altra come cinque televisori. Beryl Korot le concepì come una sorta di tessitura visiva costruita attraverso cinque canali. Un volto poteva comparire su uno schermo mentre sugli altri apparivano dettagli ingranditi, frammenti, particolari dello stesso ambiente. Il pubblico vedeva dunque contemporaneamente la persona e la sua scomposizione. E, dentro quella struttura, c'erano i musicisti diretti da Paul Hillier. Non un'orchestra davanti a uno schermo ma una vera e propria macchina teatrale nella quale musicisti, cantanti, immagini e suoni erano parte dello stesso organismo.
Nel primo atto, quello israeliano, le interviste arrivano da Gerusalemme Ovest e Hebron. Una delle risposte che più colpiscono è quella di un colono israeliano alla domanda su Ismaele: «You can see him in the street (Lo puoi incontrare per strada)». Ismaele, personaggio biblico, improvvisamente diventa una presenza contemporanea. È il momento in cui si capisce che The Cave non vuole raccontare il passato: vuole mostrare come il passato continua a vivere nel presente.
Nel secondo atto cambiano i luoghi e cambiano le persone: le interviste provengono da Gerusalemme Est, Hebron; gli intervistati sono palestinesi. Cambiano anche i nomi: Abramo diventa Ibrahim, Hagar diventa Hajar. All'inizio dell'atto entra inoltre una registrazione autentica di recitazione coranica. La musica di Reich non deve spiegare che siamo entrati in un'altra tradizione: lo fa la lingua, lo fa la voce, lo fanno le persone. Eppure il meccanismo musicale rimane lo stesso. Le domande sono le stesse, le figure sono le stesse, la storia è la stessa: le risposte no.
Poi arriva il terzo atto. E qui Reich compie una specie di gesto teatrale geniale: siamo in America. La domanda è ancora: Who for you is Abraham? E Liz LeCompte, regista del Wooster Group, risponde: Abraham Lincoln? Dopo un'ora e mezza trascorsa dentro Abramo, Ibrahim, Hagar, Ismaele, Isacco, Bibbia, Corano e Hebron, improvvisamente Abramo può essere Abraham Lincoln. Richard Serra parlerà poi della Abraham Lincoln High School. È quasi comico: non tanto per la risposta, quanto per lo scarto improvviso fra i mondi culturali evocati dalla stessa parola.
Non è una presa in giro degli americani: è la dimostrazione di quanto il significato di una stessa parola possa cambiare quando cambia il mondo nel quale quella parola viene pronunciata.
E alla fine si torna alla Grotta
Le conclusioni dei primi due atti sono affidate alle immagini della tomba di Abramo e al mormorio delle persone raccolte in preghiera. Dopo aver ascoltato decine di persone parlare di Abramo, Sara, Hagar, Ismaele e Isacco, avere attraversato Israele, la Palestina e l’America, e aver ascoltato la musica, il parlato, la Bibbia e il Corano, torniamo al luogo fisico: la Grotta. Non una ricostruzione teatrale, ma il luogo reale. E forse è qui che la memoria di quella serata comincia a diventare comprensibile. Perché io non avevo conservato il ricordo di un’“opera multimediale di Steve Reich”: avevo conservato il ricordo di una grotta, delle persone, delle voci, delle immagini, di una musica stranissima.
La cosa più interessante, però, l'ho trovata tornando alle parole dello stesso Reich. Nel marzo del 1994, pochi mesi prima della rappresentazione torinese, Reich e Korot pubblicarono sul New York Times un testo intitolato Thoughts about the Madness in Abraham's Cave, scritto dopo il massacro del 25 febbraio alla Grotta dei Patriarchi.[1] Quel testo è oggi raccolto negli scritti di Reich. Il tempismo è impressionante. The Cave era già stata concepita e realizzata prima di quel massacro: non era nata per commentarlo. Improvvisamente, il luogo attorno al quale l'opera era stata costruita era diventato ancora più tragicamente attuale.
E non bisogna confondere le due cose: da una parte c'era un'opera che aveva scelto Hebron, Abramo e la Grotta proprio perché lì passato religioso e presente politico si sovrapponevano in modo quasi inevitabile; dall'altra c'era un fatto terribile che, pochi mesi prima della rappresentazione torinese, aveva reso quel luogo ancora più dolorosamente presente.
Reich e Korot, tuttavia, avevano scelto fin dall'inizio di non fare di The Cave un'opera di propaganda politica. La loro idea era un'altra: lasciare che la politica emergesse attraverso le risposte delle persone alle antiche storie di Abramo. Il presente doveva entrare in contatto con il passato senza che fosse l'autore a fornire una spiegazione. L'opera suggerisce che, per comprendere il conflitto mediorientale, occorra considerare anche la sua dimensione biblica e coranica. Ma The Cave non pretende di spiegare il conflitto, ti mette davanti alle persone che vivono dentro quelle storie.[2]
C'è anche un altro elemento che oggi mi colpisce. La musica di Reich è spesso associata all'idea di minimalismo, alla ripetizione, ai processi, alle pulsazioni. In The Cave la ripetizione più importante non è soltanto musicale: è verbale. È la ripetizione delle domande: Chi è Abramo? La domanda ritorna: cambia la persona, cambia la lingua, cambia la risposta, cambia il volto, cambia la musica. Ma la domanda resta.
E forse è proprio questa semplicità a rendere l'opera così inquietante. Perché non c'è nessuno che interviene per dirci quale risposta sia quella corretta. Non c'è un narratore, non c'è una tesi finale. Ci sono persone, e ci sono le loro risposte.
Lo spettacolo aveva un'origine precisa: era nato dall'incontro fra Steve Reich e Beryl Korot, da un lavoro documentario iniziato anni prima, dalle riprese a Gerusalemme e Hebron, dalle interviste a israeliani e palestinesi e poi agli americani, dalla trasformazione delle loro voci in materiale musicale e dalla costruzione di una macchina video capace di far convivere cinque immagini, musica dal vivo e parole. Trent'anni dopo, paradossalmente, il ricordo più importante non è cambiato; anzi, si è fatto più nitido.
Una grotta, Abramo, israeliani, palestinesi, americani, voci, immagini, musica. Forse era proprio questo che Reich e Korot volevano: non raccontare una storia già conclusa ma mettere il pubblico dentro una storia che, per quelle persone, non era affatto finita.
Trent’anni dopo, forse, non sono passati poi così tanti anni.
Note
[1] Il massacro di Hebron fu una strage commessa il 25 febbraio 1994 dal medico statunitense-israeliano Baruch Goldstein all'interno della tomba dei Patriarchi di Hebron ai danni dei palestinesi musulmani. Il massacro provocò 29 vittime e circa 125 feriti tra i fedeli presenti nella struttura, mentre Goldstein fu picchiato a morte dai superstiti. Goldstein era uno dei fondatori della Lega di difesa ebraica vicina al rabbino americano Meir Kahane, cui aderiva anche l'attuale ministro del governo Netanyahu, Ben Gvir .
La strage avvenne in coincidenza con la festività ebraica del Purim e durante il sacro mese islamico del Ramadan. Le azioni di Goldstein furono fortemente condannate dal governo israeliano, tanto che il Primo ministro Yitzhak Rabin lo definì "degenerato assassino" nonché "una vergogna per il sionismo e un imbarazzo per il giudaismo", e da numerose comunità ebraiche nel mondo, ma alcune comunità coloniali israeliane (inclusa quella di Hebron) lodarono le sue gesta definendolo come un martire. Cfr. Massacro di Hebron del 1994 - Wikipedia; MicroMega A 30 anni dalla strage di Hebron
[2] È altrettanto doveroso ricordare la strage del 23 agosto 1929, quando 67 coloni ebrei furono uccisi dagli arabi a Hebron, in quello che è considerato, pur tra presunte corresponsabilità rimaste nell'ombra di ebrei ortodossi, il primo progrom di Cisgiordania, e che per alcuni versi spiega i successivi eventi contemporanei. I tragici fatti avvennero poche distante dalla Grotta di Macpela, il terreno acquistato da Abramo per dare sepoltura alla moglie Sara (Genesi 23,1- 20) che per la Scrittura è la primizia della Terra promessa. Nell’agosto 1929 Hebron era una città di 17 mila abitanti, al cui interno viveva una comunità di circa 750 ebrei. Non si trattava di pionieri sionisti appena arrivati dall’Europa in Terra di Israele, ma di ebrei orientali che nella città di Abramo ci vivevano da generazioni. Perché Hebron era una delle quattro città della Terra Santa mai abbandonate del tutto, nemmeno durante la diaspora. Cfr. Avvenire, Hebron, la strage dimenticata











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