SETTIMANA FINANZIARIA. Mercosur "spina" per l'Europa
- a cura di Stefano E. Rossi
- 28 feb
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a cura di Stefano E. Rossi

L’accordo Mercosur torna su, come una pietanza indigesta. È un’altra spina nel fianco del settore agricolo. Uruguay e Argentina giovedì hanno ratificato l’accordo sul commercio internazionale con il quale verrà pressoché azzerata l’imposizione dei dazi sulle due sponde dell’Atlantico. E anche Ursula von der Leyen non sta a guardare. Non aspetta le indicazioni della Corte di Giustizia UE, alla quale il Parlamento europeo vi aveva demandato il giudizio. La Commissione europea procederà all’applicazione provvisoria dell’accordo. La trattativa tra Europa e Sudamerica riguarda un mercato di 720 milioni di cittadini consumatori. È una vicenda che si era aperta in tempi immemori, negli anni novanta (del secolo scorso). I risparmi per il sistema imprenditoriale italiano nel suo complesso sono stimati in 4 miliardi di euro. Ma non tutti sorridono. Gli industriali sperano con questo trattato di sostituire, almeno in parte, l’interscambio commerciale con gli Usa, compromesso da circa un anno a causa dei dazi di Trump. Le esportazioni extra-europee sono scese a gennaio del -1,9% (le importazioni del -3,9%). Sul fronte opposto, però, le aziende agricole temono gli effetti di una concorrenza sleale. Ci avvertono della minaccia di un’invasione di prodotti alimentari non controllati e coltivati con il diffuso impiego di sostanze chimiche non consentite dalla nostra legislazione.
Tensioni sul mercato del latte
Intanto, un altro problema agita l’Europa con riflessi diretti sul nostro Paese. Si tratta del prezzo del latte che sta creando notevoli all’interno del settore agroalimentare italiano. Un’extra produzione proveniente dai Paesi del nord Europa, principalmente Germania e Polonia, da fine 2025 sta invadendo il nostro mercato. I volumi di mungitura nell’arco dell’anno sono sempre altalenanti, è logico. Aumentano d’inverno e si riducono con i caldi estivi. Ma la causa dell’eccedenza tedesca non è di natura ciclica. Risiede in un taglio alla ricettività dell’industria nord europea per la trasformazione in latte in polvere e burro.
Questa dinamica ha determinato il dimezzamento della quotazione spot, cioè di libero mercato, che regola il pagamento delle eccedenze di latte e le partite slegate dai contratti annuali. Il prezzo è sceso del -57,6% in un anno, dei quali - 8,9% nell’ultima settimana. Ora siamo arrivati a 22,50 centesimi, a luglio era a 68,30. I dati sono del CLAL, l’ente d’informazione specialistica lattiero-casearia. Molte aziende sono sull’orlo del collasso, specialmente quelle che hanno sostenuto importanti costi di ammodernamento.
I contratti annuali di conferimento del latte possono rappresentare la salvezza, perché ancorati per dodici mesi alle quotazioni più datate. Ma anche qui, sono alte le pressioni per le richieste di revisione economica al ribasso. La media di quello che si definisce prezzo alla stalla nel 2025 era di 59,08. Lo scorso gennaio 2026, si era già scesi a 50,50 (-14,52%). È un valore che non copre più il costo industriale, che per la produzione di un litro di latte in Lombardia è stato stimato in 52 centesimi di euro al litro. In Piemonte il conteggio è in corso, ma si ritiene che possa essere inferiore solo di uno o due centesimi.
Il prezzo allo scaffale di una bottiglia di latte non è sceso, perché al consumatore non sono stati riconosciuti i minori costi di approvvigionamento della materia prima. Il Presidente di Coldiretti Torino, Bruno Mecca Cici, auspica un atteggiamento collaborativo da parte dell’industria agroalimentare. Grazie alle nostre battaglie in sede europea, abbiamo recuperato 10 miliardi di euro di contributi CSR, che erano stati cancellati. Una quota di questi è andata anche agli industriali. Non deve mancare, secondo Mecca Cici, il sostegno da parte dei big del settore alle aziende della propria filiera di riferimento. Può costituire il giusto concambio per l’impegno delle aziende agricole, oltre che per le lotte delle associazioni che le rappresentano, nel comune intento di proteggere e valorizzare i prodotti e la qualità del nostro cibo.
Il settore ha bisogno di stabilità. Anche i più recenti dati Istat lo confermano. Venerdì ha comunicato che, durante gli ultimi cinque anni, nel nord-ovest dell’Italia un’azienda agricola su cinque ha realizzato investimenti in innovazione. I contributi pubblici della PAC, cioè quelli della politica agricola comunitaria, hanno sostenuto il 33,9% della spesa. Per la restante parte, le imprese agricole hanno fatto attinto a risorse proprie o a fonti bancarie di finanziamento. Ora che bisogna rimborsare i prestiti, c’è da augurarsi che il prezzo del latte recuperi e lasci un po’ di margine anche per pagare le rate.
Wall Street: Nvidia in pesante flessione
Andiamo alle Borse. Poche sono le sorprese – ma l’attacco preventivo all’Iran era nell’aria, non concreta - questa settimana sul lato dei mercati azionari, valutari, dell’energia e dei beni rifugio. A New York l’indice S&P500 fa -0,43%, il Dow Jones -1,05%. Dollaro stabile a 1,181 contro l’euro. Il petrolio risale ancora un po’ a 67,02 dollari al barile. Oro a 5.280 dollari l’oncia, poco più su di quando l’avevamo lasciato.
Negli Usa si sta rivolgendo molta attenzione ai titoli tecnologici. Nvidia inanella una serie di ottime performance nel quarto trimestre. Ricavi per 68,1 mld di dollari (+73% a/a), molto sopra le attese, utile per azione di 1,62 dollari, anch’essi oltre le stime, ricavi dai data center per 62,3 mld (+75%). Infine, ha comunicato che tornerà a produrre microchip, stavolta con innovative applicazioni dell’intelligenza artificiale. Ma alla borsa non basta. I timori per una valutazione di mercato eccessiva e l’innalzamento dei costi per partecipare alla rincorsa dei concorrenti tecnologici affossano il titolo, che chiude la settimana con un pesante -6,65%.
A Piazza Affari si distingue il titolo Enel. Analisti e broker si affannano nel tessere le lodi del piano industriale 2026-28. Prevede un programma d’investimenti superiore di 10 miliardi di euro rispetto a quello precedente: 53 miliardi di euro, concentrati nelle aree geografiche più dinamiche. Di essi, circa 20 miliardi saranno dedicati agli investimenti nelle energie rinnovabili. Aumenterà a 0,80-0,82 euro anche il dividendo per azione (era 0,69).
Il Borsino della settimana – rassegna dei migliori e dei peggiori titoli del listino FTSE MIB.
I Tori: Enel +12,24%, Nexi +7,64%,
Gli Orsi: Brunello Cucinelli -6,11%, Banca Mps -5,47%.
FTSE MIB: +1,59% (valore indice: 47.209)
I presenti commenti di mercato rivestono un esclusivo scopo informativo e non intendono costituire una raccomandazione per alcun investimento o strategia d’investimento specifica. Le opinioni espresse non sono da considerare come consiglio d’acquisto, vendita o detenzione di alcun titolo. Le informazioni sono impersonali e non personalizzate.











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