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SETTIMANA FINANZIARIA Allerta: l'inflazione galoppa

20 ore fa
Tempo di lettura: 6 min

di Stefano E. Rossi



Cosa significa avere l’inflazione annua al +4,2% (era al +1,1% a inizio anno) è la domanda del giorno. Tante sono le risposte e sono tutte poco rassicuranti. Partiamo da Francesco Maria Chelli, nominato, fra molte polemiche, due anni fa alla direzione dell’Istat dall’attuale esecutivo in modo trasparente, su criteri professionali e in attuazione all’articolo 5-bis del Regolamento (CE) n.223/2009. Per lui, significa assumersi l’ingrato compito, dati ufficiali alla mano, di porsi indesideratamente contro il governo e i suoi recenti proclami di una fiorente situazione economico finanziaria. Invece, per i dipendenti e i pensionati vuol dire stringere la cinghia. Corrisponde a un altro drastico taglio alle spese comprimibili, sempre che se ne trovino ancora, oppure alla richiesta di aiuto ai familiari, per chi può permetterselo. Per i commercianti, gli artigiani e i lavoratori autonomi, cioè le partite Iva, è l’anticamera di una nuova stagione d’incertezza sulla capacità di spesa dei clienti e sulla sostenibilità economica della propria attività.

Il fenomeno esce dall’ordinario e va analizzato. Se vogliamo trovare un analogo 4,2% dobbiamo risalire al lontano 1996, facendo eccezione, ovviamente, per l’anomala fiammata a doppia cifra che aveva caratterizzato il periodo successivo alla tragica pandemia Covid-19.

Con l’ultimo aumento, stiamo ritornando a percentuali che immaginavamo relegabili solo tempi della vecchia Lira italiana e che credevamo poter dimenticare per sempre. Il valore assunto oggi dall’inflazione è infatti superiore a quello della crisi dei sub-prime del 2008, culminata con il fallimento Lehman-Brothers. Ed è anche più alto rispetto a novembre 2011, quando rischiammo il dissesto del debito pubblico. Lo spread toccò 574 punti, Il Sole 24 Ore titolò a tutta pagina Fate Presto e si giunse, inevitabilmente, nonostante le pretestuose narrazioni successive, al frustrante tracollo dell’ultimo governo Berlusconi. Quindi, adesso… occhio!

La perdurante stabilità dell’esecutivo non basta più a rassicurare i mercati internazionali. Comunicare per quest’anno il rispetto del rapporto deficit/Pil al 3%, annunciando nel contempo lo sforamento al 3,4% per l’anno successivo non è apparso serio. Specialmente se la massima autorità di politica economica, il ministro Giancarlo Giorgetti, si premunisce sin d’ora adducendo crescenti difficoltà nel centrare, con i risultati, le previsioni. Ora che la credibilità degli Stati è tornata prepotentemente a basarsi sulle prospettive di tenuta dei conti pubblici, la situazione imporrà a tutte le parti politiche di esprimere segnali più concreti di affidabilità.


Intanto lo spread corre...

Anzi, ci prende gusto e nel giro di un paio di giorni passa velocemente da 89 a 131 punti base, per poi assestarsi a 115. Esito finale: +29% in una settimana. Poteva andarci peggio. Tutte le fragilità dell’Italia sono venute allo scoperto. La crescita dell’economia è ancora debole e il Pil dell’ultimo trimestre ha registrato uno stiracchiato +0,2%. Da inizio anno, la produzione industriale è scesa in volume del -0,6%, mentre il fatturato è salito del +4,8%. È terminata la scorpacciata di opere pubbliche indotta dal Pnrr. Finiti i soldi, anche la crescita dell’occupazione si è interrotta. I dati Istat riportano che ad agosto il tasso di occupazione è sceso al 63,0% (-0,1 punti percentuali). Il tasso di disoccupazione è salito al 6,2% (+0,2%) e quello dei giovani in cerca di lavoro al 20,3% (+0,6%). Per finire, la procedura d’infrazione UE dovuta al deficit eccessivo non è stata revocata e, con le elezioni alle porte, dalla legge finanziaria di fine anno potrebbe anche arrivare un arrembante allentamento del rigore sui conti pubblici. È un timore del quale i mercati stanno già tenendo conto, se non altro per esperienza statistica. E si spera proprio che non si verifichi.

 

Vediamo come vanno gli altri

Mal comune, mezzo gaudio. È così si dice in questi casi e, di certo, in mezzo al guado non ci siamo solo noi. L’inflazione UE è salita a settembre, ma solo fino al +3,8% (dal +3,2%). In Francia è al +3,4% e in Germania +3,3%. La Spagna è in forte crescita e la domanda dei consumi spinge i prezzi addirittura al +5,0%. Sono dinamiche che fanno presagire un’imminente stretta monetaria da parte della BCE, con il rialzo del tasso ufficiale in una delle prossime sedute. Il Pil UE nell’ultimo trimestre è salito del +0,7% (+0,6% in area euro), la Francia è a crescita nulla, in Germania +0,3%, in Spagna +0,7%. Lo spread dei titoli di Stato in Francia, finita nel mirino della speculazione, è a +140 punti e in Spagna a +65. In Germania sta a zero, perché è il Bund ad essere preso come riferimento. E in Grecia? (almeno quella!). Pure Atene è messa meglio di noi: +107 punti base.

Quando come adesso i tassi sui titoli del debito pubblico si alzano repentinamente, ci troviamo nel bel mezzo di un’ondata di vendite. La sfiducia che si diffonde porta gli investitori a uscire o a richiedere una remunerazione più alta per compensare il maggior rischio emittente. Ci sono due conseguenze sgradevoli. La prima: i risparmiatori che possiedono Buoni del Tesoro italiani hanno già iniziato a perdere una parte del loro capitale (-4,83% negli ultimi 12 mesi sui Btp a 10 anni; -7,37% per le scadenze a 30 anni). In alcuni casi, l’ammanco è effettivo, perché la cedola riesce solo in parte a compensarlo.

La seconda conseguenza negativa interviene sul cambio dell’euro. Il dollaro si è rafforzato fino a 1,125. Citibank giudica congruo nel breve termine un valore medio intorno a 1,135, ma prevede oscillazioni temporanee dell’euro all’ingiù fino a 1,085. Sarebbe un vero disastro, dato che il prezzo della benzina è legato al dollaro. Il gorgo nel quale siamo precipitati continua a riportarci a fondo.

 

Gasolio, affermazioni e smentite di Trump

L’oro è in lieve calo e chiude la settimana a 4.141 dollari l’oncia (118 euro al grammo). Il petrolio Brent a Londra risale e venerdì chiude a 102,72 dollari al barile (+3,47%); il greggio a New York quota a 91,26 (-1,41%) e il gas Dutch Ttf 74,76 dollari al MWh ad Amsterdam (+3,73%). Trump fa la voce grossa e minaccia di tagliarci i rifornimenti di gasolio raffinato per il diesel. L’Europa reclama e, come misura difensiva, annuncia il rilascio di ulteriori 100 milioni di barili dalle scorte strategiche. Erano già state intaccate per il 20%, pari a 400 milioni di barili, un terzo dei quali non ancora pervenuto a destinazione. Poi però Trump rettifica la sua dichiarazione e dice che non era vero. Si scherza: non l’avrebbe fatto. Peccato che si giochi con il 50% circa del fabbisogno totale europeo. È la quota affidata all’import proveniente dagli Usa, cresciuta a dismisura dopo la cancellazione dei canali di approvvigionamento russo e mediorientale.

Migliora la situazione delle riserve europee di gas dal 70,35% al 71,96% della capienza. L’Italia è all’87,39%. Possiamo dormire fra due guanciali in attesa dell’inverno. Il costo medio dei carburanti beneficia dell’iniziativa di price-cap (contenimento dei prezzi) operato da Eni e seguito anche da IP ed Esso. Nonostante tutto, la settimana in chiusura mostra prezzi medi quasi invariati sia della benzina self-service, a 2,129 euro al litro, sia del gasolio, a 2,339 (da 2,346 euro al litro). Il miglioramento è atteso per la settimana entrante. Ma lunedì 6 ottobre scadrà anche l’ultimo scampolo di taglio alle accise, pari a 6,1 centesimi al litro. Vedremo se ci saranno contraccolpi sui prezzi al distributore.


Borsa: a testa in giù i bancari  

Piazza Affari perde quota trascinata dal comparto bancario, sull’affacciarsi dei primi sintomi di una crisi sistemica internazionale. Banco Bpm perde oltre il -7 per cento, Intesa Sanpaolo -6,78%, Unicredit -6,08%, Bper Banca, -5,88%, Banca Mps -5,75%, Mediobanca -5,65%, Poste Italiane -5,15%. Peggio di tutti fa Telecom Italia, protagonista di uno scivolone a due cifre (-11,46%). L’Opa di Poste Italiane non ha raggiunto il limite utile alla piena integrazione con il gruppo telefonico, cioè il 90% del capitale, richiesto per il cosiddetto delisting (cancellazione dalla Borsa Valori). Le adesioni all’offerta si sono fermate all’85,82%. Gli analisti hanno interpretato questo flop come un grave passo falso e hanno penalizzato entrambe le società.

In controtendenza brillano, in tutto il mondo, le società legate al business dell’intelligenza artificiale. Sono trascinate dai rialzi alla borsa di New York per un ritorno d’interesse sui titoli del comparto tecnologico. Da noi si distinguono ST Microelectronics e Prysmian.

 

Il Borsino della settimana – rassegna dei migliori e dei peggiori titoli del listino FTSE MIB

I Tori: ST Micro +11,58%, Prysmian +6,05%,

Gli Orsi: Telecom Italia -11,46%, Banco Bpm -7,16%.

FTSE MIB: -2,67% (valore indice: 50.483)

 

I presenti commenti di mercato rivestono un esclusivo scopo informativo e non intendono costituire una raccomandazione per alcun investimento o strategia d’investimento specifica. Le opinioni espresse non sono da considerare come consiglio d’acquisto, vendita o detenzione di alcun titolo. Le informazioni sono impersonali e non personalizzate.

 

 

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