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PIANETA SICUREZZA. I casi Siracusano e De Rosa, stesso metodo svilente del femminile

10 ore fa
Tempo di lettura: 5 min

di Nicola Rossiello


Alla vigilia del voto per le suppletive di Reggio Calabria, sui profili social di Vannacci compare una fotografia della sottosegretaria Matilde Siracusano. Indossa una giacca floreale e sotto una maglietta bianca. Nell'immagine diffusa la maglietta non c'è più.[1] Al suo posto c'è una scollatura profonda, mai esistita, costruita da un sistema di intelligenza artificiale. Il fatto è questo e non ha bisogno di aggettivi. Gli aggettivi sono arrivati dopo, da ogni parte. La condanna è stata bipartisan e anche le opposizioni hanno espresso solidarietà. La diretta interessata ha definito la scelta perversa e squallida, ha detto di essere stata spogliata per propaganda elettorale e ha annunciato la querela.


La difesa: "l'ho solo ripresa"

Vannacci ha risposto di non aver ritoccato lui la foto, di averla prelevata da un blog calabrese. Che a sua volta ha precisato che l'immagine non era opera sua e che era stata elaborata dall'intelligenza artificiale. Ne esce una catena di mani in cui nessuno sembra aver toccato nulla, e in fondo alla catena una donna spogliata.

La difesa regge solo se si accetta che fabbricare e diffondere siano atti di peso diverso, e che il secondo sia quasi un fatto di natura. Non lo è. Chi pubblica sceglie cosa amplificare, sceglie il momento e conosce la portata del proprio megafono. Il momento, in questo caso, era quello in cui il danno rende di più a ridosso delle urne. Nessun algoritmo ha deciso quando premere il tasto. Un ex generale, oggi europarlamentare, con il seguito che ha, sa perfettamente quanto pesi un suo post.

Il piano giuridico spetta alla magistratura e nessuno scrive queste righe per anticiparne le conclusioni. Vale però ricordare che l'ordinamento italiano ha introdotto di recente una fattispecie specifica per chi diffonde contenuti falsificati con l'intelligenza artificiale, idonei a ingannare sulla loro autenticità e a cagionare un danno ingiusto a una persona. Quando il legislatore sente il bisogno di scrivere una norma apposta, vuol dire che il fenomeno è stato giudicato serio. Ai giudici dire se questo caso vi rientri.


Non è satira e non è un incidente

La satira dichiara se stessa, si riconosce dall'esagerazione, dal tratto, dal fatto che nessuno la scambia per un documento. Una fotografia verosimile, in cui il corpo di una persona viene riscritto, funziona al contrario: vive finché qualcuno la prende per vera, e quando arriva la smentita ha già fatto il suo lavoro. La rettifica viaggia sempre più lentamente dell'immagine. Un po' come la velocità del suono rispetto a quella della luce.

Chi si occupa di sicurezza conosce questa asimmetria. Produrre un falso credibile costa ormai pochi minuti e nessuna competenza, smontarlo richiede tempo, risorse e una reputazione da difendere. La sottosegretaria Siracusano ha avvocati, un ruolo pubblico e la solidarietà del suo stesso partito e delle opposizioni. Quasi tutte le donne colpite da abusi di questo tipo non hanno nulla di tutto ciò. Quando a usare lo strumento è chi dispone di una tribuna nazionale, il messaggio che passa è che si può fare, e che alla fine basterà dire di averlo trovato altrove.

Per questo il caso va trattato per quello che è: violenza digitale di genere messa al servizio di una campagna elettorale. Che la destinataria dell'attacco appartenga a un'area politica lontana da chi scrive è irrilevante, su questo terreno la solidarietà non ha colore, o non è solidarietà.


Un'altra aula, un altro silenzio

Negli stessi giorni è emersa una vicenda che sembra di tutt'altra natura e che invece ha la stessa radice. L'avvocata romana Claudia De Rosa denuncia che il 24 settembre, davanti ad un Giudice di pace, si era presentata in udienza senza toga perché aderiva a un'astensione proclamata dall'Unione delle Camere Penali. Secondo il suo racconto, il giudice avrebbe commentato che, volendo, avrebbe potuto anche togliersi la maglietta, e avrebbe aggiunto che quella è una battuta che alle belle donne fa piacere.

Sempre secondo il racconto dell'avvocata, pubblicato da Fanpage, la cancelliera e la rappresentante della pubblica accusa presenti in aula avrebbero riso, e dopo la sua protesta l'avrebbero giudicata pesante, una che esagera. De Rosa ha scritto due PEC, una alla presidenza del Tribunale di Roma e una a quella del Giudice di pace. Spetta agli organi competenti accertare i fatti, ascoltare tutti i soggetti coinvolti e trarre le conseguenze che ne derivano.

Il punto di contatto fra i due casi è la battuta, quella formula che trasforma una mancanza di rispetto in un fatto di costume. Nell'aula romana è una frase detta ridendo, nel caso Siracusano è un'immagine confezionata da un algoritmo. In entrambi i casi il corpo di una donna diventa materiale su cui gli altri si autorizzano a scherzare, e a chi protesta si replica che esagera. Nessuno dei due episodi ha un solo responsabile, perché la complicità comincia dove si ride o si rilancia.


Il filo che passa da Torino

Pochi giorni prima, a Torino, alcune sigle sindacali della Polizia di Stato avevano promosso un convegno con Vannacci tra i relatori. Si può discutere a lungo sul diritto di invitare chiunque. Resta il punto che ospitare non è mai un atto neutro: dà legittimazione, restituisce visibilità, mette un logo accanto a un nome. Chi ha scelto di farlo oggi ha un motivo in più per riflettere su ciò che sta accreditando.

A chi tra i tutori dell'ordine segue Vannacci senza riserve va detta una cosa semplice. Ammirare la postura, il linguaggio muscolare, l'immagine dell'uomo che dice quello che pensa, è una scelta personale. Ma l'uniforme porta con sé un obbligo di garanzia verso tutti i cittadini, e un modello che tratta la dignità di una donna come materiale elettorale è incompatibile con quell'obbligo. Fedeltà a un personaggio e idea di sicurezza sono cose diverse, e confonderle è il primo errore.

Alle donne poliziotto il discorso riguarda da vicino. Lavorano in un ambiente storicamente maschile in cui devono spesso dimostrare due volte ciò che ai colleghi viene riconosciuto per default. Vedere legittimato, anche solo con un patrocinio, chi usa la tecnologia per spogliare una parlamentare a fini di propaganda, o vedere una avvocata derisa in un'aula senza che nessuno risponda, è un messaggio preciso su cosa il sistema è disposto a tollerare. Non è un messaggio che qualcuno possa dire di aver ricevuto per caso.

Queste vicende non chiedono di scegliere una parte. Chiedono di tenere fermo un criterio: la dignità di una persona non è materia prima della comunicazione politica e non è oggetto di battuta in un'aula di giustizia, qualunque sia il suo partito, la sua toga o il suo ruolo. Se il criterio cade quando il bersaglio è lontano da noi, non sarà in piedi quando il bersaglio saremo noi. È utile ricordarlo.


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