Que viva Cuba! Ricordi lontani, sconcerto, rabbia e speranze di oggi
- Dunia Astrologo
- 8 giu
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di Dunia Astrologo

Ero una ragazzina quando nella calda estate del 1968 con un gruppo di militanti della sinistra partecipai a una avventura che avrebbe dovuto portarci a Cuba “per aiutare i compagni cubani nella raccolta della canna da zucchero”. Attività che quel gruppo piuttosto sciamannato di intellettuali, tra cui quella pasionaria di mia madre, certamente non avrebbero saputo da che parte incominciare a svolgere. Ma tant’è: ci muoveva la solidarietà per un popolo che eroicamente aveva resistito a los yankee e che sopportavano fieramente il bloqueo americano, con l’aiuto non disinteressato dell’URSS.
Il nostro viaggio verso i Caraibi doveva passare da Praga: un volo aereo da Milano all’Avana con scalo in quella che in quel momento era il luogo più ribollente e interessante del blocco sovietico. In Cecoslovacchia si era formato un movimento, guidato dal presidente Alexander Dubček, che attraverso riforme democratiche stava proponendo un modello di socialismo “dal volto umano” che avrebbe potuto diffondersi in tutti i paesi del versante europeo dominati dall’URSS. Tutti conosciamo come andò a finire.
Quando arrivammo a Praga in quell’agosto, in pullman e non in aereo per non meglio specificati impedimenti, della cui natura al momento non avevamo alcun sospetto, trovammo una città in fermento: la gente per strada ci fermava, ci chiedeva del modello di socialismo democratico del PCI, di fatto la “terza via” berlingueriana che si stava già embrionalmente manifestando, esprimeva un amore sincero per il proprio paese e un desiderio di libertà, creduta a portata di mano, che commuoveva. Dopo alcuni giorni durante i quali venimmo trattenuti in quella splendida città, sempre senza alcuna spiegazione del perché, ci fu comunicato che a Cuba non potevamo andare. Non c’era l’aereo che ci avrebbe portato là. In verità non c’era nessun aereo in partenza da Praga visto che i sovietici stavano man mano assediando la città e impedendo ai cecoslovacchi, con varie scuse burocratiche, di muoversi dal territorio.
Così ce ne tornammo a Milano, con le pive nel sacco e con una grande inquietudine per le sorti dei cecoslovacchi. Quando, pochi giorni dopo il nostro ritorno, delusi per non aver potuto correre in aiuto all’economia cubana con il sudore della nostra fronte, sapemmo cosa stava accadendo a Praga, capimmo di aver sfiorato senza comprenderla una tragedia ben più grande del bloqueo verso Cuba, ma di una natura altrettanto fetida. La mobilitazione all’interno della sinistra fu enorme, il dibattito, le spaccature, la più clamorosa avvenuta l’anno successivo con la radiazione dal PCI dei compagni del Manifesto, scossero per mesi e mesi la sinistra, portando a importanti riflessioni e cambiamenti nella linea del Partito Comunista.
Vi chiederete: ma perché questo “amarcord”, neppure legato a un anniversario di qualche tipo? Già. È che in questi giorni leggo da varie parti, seguo programmi e notiziari televisivi, firmo appelli che mi parlano della mai raggiunta e amata Cuba, e mi rendo conto che di fronte alla situazione drammatica che sta vivendo l’isola, sottoposta di nuovo a un bloqueo ancor più crudele di quello di sessanta anni fa, di fronte alla sofferenza del popolo cubano, mi sento impotente. Impotente di fronte a tutte le ingiustizie e le sofferenze patite da popoli diversi in giro per il mondo, ma oggi ciò che mi colpisce è la situazione dei cubani.
Mi fa rabbia che a tentare di strangolare l’isola sia lo stesso incarognito nemico di allora, che oggi si permette di rapire capi di stato, togliere aiuti a chi sta difendendo la propria libertà, iniziare o sostenere guerre di aggressione tanto folli quanto indecenti, strangolare il sostegno agli aiuti ai paesi più poveri. E il senso di impotenza lo vivo non solo perché non ho più sedici anni (anche questo conta, certo), ma perché come moltissimi di noi, cari lettori, mi rendo conto che viviamo una fase storica, una trasformazione di epoca come qualcuno giustamente ama dire, in cui il dominio della tecnica imprime una svolta alle nostre vite trasformandoci pericolosamente in oggetti asserviti alle e fascinati dalle macchine, e siamo diventati ormai incapaci di vedere soluzioni collettive al malessere generale che sperimentiamo, sempre meno capaci di trasformare la nostra indignazione individuale in movimento per cambiare, per fare ascoltare una voce non genericamente a favore o contro, ma per.
Certamente per rifiutarsi di tollerare gli abusi sui più deboli e indifesi, che siano i migranti sfruttati qui da noi o altrove, o i popoli oppressi, o l’ambiente violato, o la scienza irrisa. Ma anche per immaginare un futuro diverso e gli strumenti per costruirlo. Per allearci, noi vecchi che qualcosa abbiamo fatto a suo tempo in questo senso, con i più giovani, che pure trovano la volontà per dire no, facendo azioni significative, o quelle sporadiche come, per intenderci , le incursioni ambientaliste degli Extintion Rebellion o di Ultima Generazione, oppure partecipando in massa, suscitando stupore e ammirazione, a manifestazioni bellissime e pacificissime come quelle pro-Palestina di qualche mese fa o il Gay Pride torinese di sabato 6 giugno. Manca tuttavia la volontà, o la capacità, o l’interesse per orientare tanta energia verso proposte politiche alternative agibili e coinvolgenti.
Questa alleanza va costruita insieme, ne sono certa, soltanto se si esce dalla palude immobile dell’indignazione e dalla confort zone della difesa dei diritti, ritrovando la capacità di progettare la trasformazione, senza attendere che questa spinta arrivi dall’alto.











































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