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PIANETA SICUREZZA. Una nuova polizia di governo sul modello ICE

L'ipotesi di un bisogno che si costruisce artificiosamente

di Nicola Rossiello


Si può provare a formulare un'ipotesi, e va formulata con la cautela che un'ipotesi richiede, non come conclusione, ma come chiave di lettura da sottoporre a verifica. È l'ipotesi che deriva da alcuni elementi comparsi negli ultimi mesi nel dibattito pubblico italiano, in primis la presenza di agenti statunitensi dell'ICE alle Olimpiadi invernali di Milano Cortina. E, per effetto transitivo, il richiamo esplicito va al modello statunitense negli strumenti di ordine pubblico introdotti nel decreto Sicurezza attraverso la ripetizione mediatica di un lessico che fino a poco tempo fa apparteneva solo alla cronaca americana. A questo punto, è lecito interrogarsi se non siano episodi isolati, ma tessere di un disegno più ampio, dove la costruzione progressiva di una percezione di insicurezza precede e prepara la domanda di uno strumento che, a quel punto, apparirà come risposta naturale e persino richiesta dal basso.

L'ipotesi, più precisamente, non riguarda l'assorbimento dei corpi esistenti in una struttura unica, ma qualcosa di diverso, la creazione di un corpo ulteriore, aggiuntivo rispetto a quelli già presenti, con una fisionomia più vicina a una guardia nazionale che a una polizia generalista, pensato per rispondere in modo più diretto agli indirizzi del governo in carica e destinato, nel tempo, a mettere in ombra le forze di polizia generaliste oggi esistenti.

Il meccanismo non è nuovo, ed è lo stesso che ha accompagnato in Italia, negli ultimi trent'anni, quasi ogni pacchetto sicurezza, ogni nuova fattispecie di reato, ogni restrizione delle libertà di manifestazione. Prima si alimenta la percezione di un pericolo, spesso amplificandone la dimensione reale attraverso una cronaca selettiva e ripetitiva. Poi, si lascia che quella percezione sedimenti nell'opinione pubblica fino a diventare senso comune. Infine, si presenta la misura restrittiva non come una scelta politica tra altre possibili, ma come l'unica risposta disponibile a un bisogno che a quel punto sembra essersi generato da sé, quando in realtà è stato coltivato. Il recente decreto legge sui "maranza", propagandato dalla stessa Presidente del Consiglio, sulla responsabilità penale dei giovani dai 14 ai 18 anni, che già nella locuzioneè di per sé abominevole, riflette quel metodo.

Applicata al caso che interessa qui, l'ipotesi funziona così: prima si normalizza, attraverso la cronaca e attraverso episodi come la presenza di agenti stranieri in occasione di grandi eventi, l'idea che la sicurezza pubblica richieda strumenti e posture nuove rispetto a quelle in dotazione alle forze generaliste. Poi si introducono, un tassello alla volta, equipaggiamenti e dottrine operative compatibili con un intervento rapido e ad alta visibilità, presentandoli come dotazioni tecniche neutre, armi a letalità controllata, non come premessa di un nuovo soggetto. Infine, quando la percezione di un'emergenza sarà stata sufficientemente alimentata, si potrà proporre la costituzione di un corpo aggiuntivo, di diretta ispirazione governativa più che di ordinaria amministrazione interna, con una catena di comando più corta e più esposta all'indirizzo politico del momento, presentato come lo strumento capace di intervenire dove le forze generaliste vengono descritte come lente, appesantite dalle procedure, insufficientemente determinate, e anche sindacalizzate.

Un elemento che rafforza la plausibilità dell'ipotesi, senza tuttavia dimostrarla, è la scansione temporale con cui il tema securitario tende storicamente a intensificarsi. Non da oggi, e non solo in Italia, l'enfasi sulla sicurezza pubblica cresce con particolare regolarità in prossimità delle scadenze elettorali, ed è una leva che gli schieramenti di destra hanno utilizzato con costanza nel corso dei decenni, spostando il baricentro del dibattito pubblico dai temi sociali ed economici, salari, lavoro, sanità, costo della vita, verso una narrazione incentrata sulla minaccia e sull'ordine.

È un meccanismo che funziona proprio perché la sicurezza percepita è più facile da mobilitare emotivamente rispetto a questioni strutturali che richiederebbero interventi di lungo periodo e risorse difficili da reperire in tempi brevi. Se la scansione elettorale dovesse confermarsi anche in questo caso, con un'intensificazione del lessico securitario e delle proposte in materia di ordine pubblico a ridosso di un appuntamento al voto, si tratterebbe di un ulteriore indizio a sostegno di questa ipotesi, non della sua dimostrazione, ma di certo di un elemento che meriterebbe di essere segnalato con la stessa attenzione riservata finora agli aspetti tecnici e normativi.

Questa resta un'ipotesi, e come tale va trattata con onestà intellettuale. Non esiste la prova di un disegno deliberato e unitario, e sarebbe scorretto affermarlo come fatto accertato. Esiste però una sequenza che si sta ripetendo negli stessi termini di altre stagioni normative italiane, quella dei decreti sicurezza susseguitisi da vent'anni a questa parte, ciascuno preceduto da un'emergenza percepita, ciascuno seguito da un ampliamento dei poteri di polizia, mai accompagnato da un rafforzamento equivalente del controllo democratico su quei poteri.

Se l'ipotesi avesse un fondamento, le conseguenze per le rappresentanze del comparto sicurezza sarebbero significative. Un corpo aggiuntivo, pensato per rispondere più direttamente al governo in carica, nascerebbe verosimilmente con un proprio assetto normativo e, magari, privo di un sistema di rappresentanza. L'esperienza delle riorganizzazioni degli ultimi decenni insegna che processi di questa portata si strutturano tipicamente fuori dai tavoli di confronto sindacale, comunicati alle organizzazioni rappresentative quando le decisioni sono già state assunte altrove, in sedi politiche, lasciando alle rappresentanze delle forze generaliste il solo margine di una reazione successiva, priva di reale capacità di incidere sul disegno complessivo.

A questo si aggiunge un secondo effetto, quello della progressiva marginalizzazione delle forze di polizia generaliste rispetto al nuovo corpo. Un soggetto che risponde più direttamente agli indirizzi del governo tende a concentrare su di sé risorse, visibilità mediatica e priorità politica, lasciando alle forze generaliste un ruolo percepito come ordinario, meno centrale, meno rilevante nella narrazione pubblica della sicurezza.

È una dinamica che, storicamente, in altri paesi ha prodotto tensioni profonde tra i corpi di sicurezza tradizionali e i corpi di più recente costituzione più vicini al potere esecutivo, e che pone un problema specifico di legittimità democratica, perché una forza di polizia la cui catena di comando è più corta e più direttamente esposta all'indirizzo politico del momento è per definizione meno visibile al controllo parlamentare e giudiziario ordinario, e dunque più difficile da sottoporre a quella trasparenza del potere che dovrebbe essere condizione di legittimità per qualunque apparato coercitivo dello Stato.

Per queste ragioni, questa prospettiva va respinta e rifiutata senza esitazioni, prima ancora che si trasformi da ipotesi in progetto compiuto. Non è una posizione che si possa mediare o attendere di verificare a cose fatte, perché quando un simile corpo dovesse davvero prendere forma, i cittadini ne sarebbero i primi destinatari, nel senso più diretto e meno rassicurante del termine, il primo oggetto della sua attenzione operativa, prima di ogni altra considerazione sulla sua utilità dichiarata. È dunque a loro, prima ancora che agli addetti ai lavori, che serve la piena consapevolezza di ciò che si sta preparando.

Ma serve altrettanto, e con la stessa urgenza, l'attenzione dei soggetti istituzionali il cui compito specifico è quello di controllare la creatività normativa della maggioranza parlamentare e del governo, la Presidenza della Repubblica nella sua funzione di garanzia, la Corte costituzionale come giudice ultimo della compatibilità di ogni nuovo assetto con i principi della Carta, il Parlamento nella sua interezza e non nella sola maggioranza di turno, e gli organi di garanzia interni allo stesso comparto sicurezza. Un potere coercitivo nuovo, concepito per rispondere più agli indirizzi politici del momento che alle regole ordinarie di responsabilità e controllo, non si contrasta a valle, quando è già operativo, ma a monte, opponendosi con la dovuta fermezza fin dal momento in cui se ne intravede il disegno. La democrazia richiede il massimo impegno di vigilanza.

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