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PIANETA SICUREZZA. Razzismo in polizia e scarsa formazione: alla ricerca di nessi ignorando la democrazia

15 ore fa
Tempo di lettura: 5 min

di Nicola Rossiello

Nel suo intervento sul Corriere di Verona del 3 novembre, con il titolo Il razzismo spiegato alla polizia, Nicolò D’Amico, ex Questore Vicario di Belluno e Vicenza, sostiene che gli abusi e il razzismo nelle forze di polizia non siano casi isolati ma l’effetto di una formazione iniziale di sei mesi, di un aggiornamento solo formale e di controlli insufficienti. È un'opinione che rispetto. Scrive chi quel mondo l'ha attraversato dall'interno, e sulla diagnosi mi trova d'accordo. Qualcosa però manca, ed è la parte sostanziale della questione. Sei mesi di corso e poi più niente. Un aggiornamento ridotto a moduli online da compilare a casa. Nessuno che sappia dire quanto costi formare un poliziotto. Una formazione domestica, che fuori dal servizio non vale nulla e che umilia colleghe e colleghi. Mi stacco da D'Amico sulla conclusione. «Ecco perché siamo dei razzisti», scrive. La provocazione la capisco, ma a mio giudizio così si carica sulle spalle di chi porta la divisa una colpa che sta soprattutto altrove. E la si carica dentro un'organizzazione militare nell'impianto, con una gerarchia rigida, meccanismi di subordinazione e modelli organizzativi ormai superati.


Anticorpi che funzionano

Che in certi reparti ci siano stati abusi non lo dico io, lo sta accertando la magistratura. A Verona, per i fatti delle Volanti, due agenti sono stati condannati per tortura, a quanto riferisce la stampa locale, e per altri il processo comincerà a febbraio 2027. Fino alla sentenza definitiva vale per tutti la presunzione di non colpevolezza. C'è però un dettaglio che si tende a dimenticare: a scoprire tutto fu la Squadra Mobile della stessa questura. Altri poliziotti, dunque. Chi parla di un corpo malato dovrebbe spiegare come mai quel corpo, per quanto è dato sapere, abbia trovato da solo gli anticorpi.

Si discute se siano «mele marce» o «punta dell'iceberg». Mi sembrano due modi di guardare soltanto il singolo poliziotto. Chi lo ha formato e chi lo dirige restano fuori dall'inquadratura.

Qui dico la mia, e lo dico come opinione. La Polizia di Stato, da quando nel 1981 è diventata un corpo civile con diritto di rappresentanza sindacale, ha avuto a mio parere la forma della democrazia più che la sostanza. Si insegnano il codice, la procedura, l'uso dell'arma. Molto meno, mi risulta, perché fermare una persona o controllarla per strada sia un potere da meritare ogni volta. Dentro un'istituzione la democrazia non si decreta, si pratica. Si pratica quando un dirigente accetta di essere valutato, quando un errore viene studiato anziché nascosto, quando una critica esterna diventa un'occasione e smette di essere un'offesa. Quanti dirigenti abbiano ricevuto, nel corso della carriera, una vera formazione sui diritti fondamentali me lo domando senza polemica. D'Amico sostiene che toccherebbe a loro formare gli agenti. Ma se per primi nessuno li ha formati, la catena si spezza a monte.


Del clima si parla poco

Chi fa questo lavoro vede ogni giorno disagio, rabbia, violenza e a volte la morte. Esce da un intervento pesante e rientra in servizio, e nessuno gli chiede come sta. Credo che l'ironia cattiva e il cinismo, quella distanza dall'altro, siano difese costruite per reggere. Se nessuno ne parla restano nel gruppo, diventano abitudine, poi cultura di reparto. Il «tu» dato allo straniero, lo «schiaffetto terapeutico» di cui scrive D'Amico: anche lì io vedo un peso che nessuno aiuta a scaricare. Spiegare non significa giustificare. Quello che si fatica a capire, però, si previene ancora meno.

Servono due cose, da garantire come parte dell'organizzazione e non come favore: momenti di scarico dopo gli interventi più duri e una supervisione psicologica periodica, esterna alla gerarchia. Terzietà e imparzialità, che alla pubblica amministrazione la Costituzione richiede, sono qualità che si mantengono nel tempo, e un agente al limite che nessuno ascolta è più esposto all'errore. Una supervisione esterna, poi, fa emergere i reparti che prendono una brutta piega prima che lo scopra un'intercettazione. A Verona, dopo gli arresti, il Questore mise a disposizione degli psicologi, a quanto riferì la stampa. Lo strumento esiste, dunque. Resta da capire perché arrivi dopo la crisi e mai prima.


C'è poi la dimensione politica 

Il Capo della Polizia è nominato con decreto del Presidente della Repubblica, su deliberazione del Consiglio dei ministri e proposta del Ministro dell'interno: lo stabilisce la L. 121/1981. Resta aperto chi decida davvero il clima di un'amministrazione che, per la propria guida, dipende dall'indirizzo di ogni governo. Quando il Consiglio d'Europa, con l'ECRI, ha raccomandato all'Italia uno studio indipendente sulla profilazione razziale nelle forze di polizia, la presidente del Consiglio ha definito «vergognose» quelle parole e il Quirinale ha confermato stima e fiducia al Capo della Polizia. Capisco il gesto e lo condivido dove difende persone che lavorano bene. Ma a quanto è dato sapere quello studio non è partito, e questo non giova ai poliziotti, che avrebbero tutto l'interesse a distinguere chi sbaglia da chi no.

Difendere la polizia non significa negare il problema. Chi lo nega lascia l'agente solo il giorno in cui sbaglia, con sei mesi di corso alle spalle e tre giornate online all'anno. Si pretende l'eccellenza e si paga la sufficienza.


Il reato di tortura 

Nel 2015 la Corte EDU, nel caso Cestaro sulla Diaz, parlò di un problema strutturale; nel 2017 il Parlamento introdusse il reato. Da allora esponenti della maggioranza hanno proposto più volte di abrogarlo o riscriverlo, in nome della tutela degli agenti. A mio avviso quella non è tutela. Un agente si protegge con una formazione che gli eviti di finire in certe situazioni, con regole chiare, con strumenti che mostrino, quando serve, che ha agito bene; una norma più leggera non lo protegge. Un poliziotto che lavora in modo corretto la telecamera non deve temerla, può volerla. E in piazza, quando un corteo diventa una partita tra maggioranza e opposizione, in prima fila resta, a mio giudizio, chi porta il casco, non chi ha deciso la linea.

D'Amico mette tra i responsabili del «muro di gomma» anche i sindacati. Un sindacato che si limita a respingere le accuse, senza chiedere per i suoi iscritti ciò che serve a non meritarle, fa il mestiere a metà. I sindacati non sono il tribunale della categoria, ma nemmeno il suo ufficio stampa. Serve formazione continua finanziata, con un capitolo di spesa visibile e risultati verificati, da pretendere con la stessa forza con cui si chiedono gli organici.

D'Amico ha ragione su punto: il problema non sono le regole, e non lo risolve nemmeno la solidarietà di rito, che costa poco e dura quanto un comunicato. Servono una scuola, uno spazio dove elaborare quello che si vive, qualcuno che risponda delle scelte, un controllo che non coincida con il controllato. Se la democrazia è il cuore di questo mestiere, qualcuno dovrà pur insegnarla. Finora si è preferito pensare che i poliziotti la imparassero da soli.

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