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PIANETA SICUREZZA. Uno sguardo sulla distanza tra promesse e realtà

di Nicola Rossiello


C'è una domanda che vale la pena porsi con calma, senza la fretta con cui di solito si commentano questi fatti. È una domanda semplice, quasi ingenua: la sicurezza che viene promessa in questi mesi, quella scritta nei decreti e annunciata nei video istituzionali, è la stessa sicurezza che poi si ritrova, concretamente, nelle strade della Val di Susa o in una via di Bologna la sera del 19 luglio? Io credo di no. E credo che questa distanza, tra la sicurezza promessa e la sicurezza reale, sia il punto da cui bisognerebbe ripartire per capire cosa sta succedendo.


Tre vicende diverse, tre materie diverse

Proviamo a mettere in fila i fatti, senza commento, come si fa quando si vuole capire prima di giudicare. A Susa e a Bussoleno il prefetto ha vietato il campeggio libero fino al 3 agosto e ha esteso il divieto di vendita di alcolici all'intera durata del Festival Alta Felicità, quando gli scontri più gravi si sono concentrati in poche ore, tra il 25 e il 26 luglio. Non discuto qui, di nuovo, la legittimità formale del provvedimento, di cui ho scritto altrove. Mi limito a un'osservazione più semplice, quasi banale nella sua evidenza: chi vive in quella valle, chi ci lavora, chi ci vende un caffè o una birra, si è trovato punito per un rischio che non ha causato e che non è nella sua disponibilità evitare.

A Bologna, il 19 luglio, Abderrahim Fakir è morto durante un fermo di polizia. Sulle cause di quella morte indaga la magistratura, e solo la magistratura potrà stabilirle. Ma su un punto si può ragionare fin da ora, senza attendere l'esito di un procedimento: la Procura bolognese ha applicato, per una delle prime volte, la disposizione nota come scudo penale, introdotta dal decreto sicurezza convertito nella legge 54 del 24 aprile 2026, l'annotazione nel modello 45-bis che si traduce in un meccanismo di garanzia procedurale che impedisce l'iscrizione automatica nel registro degli indagati. Una norma pensata, nelle intenzioni dichiarate, per tutelare chi opera in presenza di una causa di giustificazione. Nei fatti, però, larga parte dell'opinione pubblica l'ha letta come un privilegio, quasi un'immunità. Non lo dico io soltanto. Lo ha osservato un costituzionalista come Salvatore Curreri, segnalando che proprio quella percezione di trattamento privilegiato apriva profili di possibile incostituzionalità. E una norma di tutela che produce sospetto invece di fiducia ha mancato, temo, il proprio obiettivo.

Il terzo fatto è più recente. Il 23 luglio il Consiglio dei ministri ha approvato un disegno di legge che modifica l'articolo 98 del codice penale, introducendo una presunzione di capacità di intendere e di volere per i minori tra i quattordici e i diciotto anni. La motivazione dichiarata è il contrasto alle baby gang. Chi ha fatto per anni il poliziotto, il mio mestiere, o mestieri vicini al mio, sa bene che la deterrenza penale, presa da sola, raramente scioglie condizioni di marginalità che hanno radici materiali, sociali, educative. La norma arriva prima della diagnosi. Sposta il problema, non lo risolve.


Anomalie democratiche

Dunque tre vicende diverse, che tuttavia raccontano, a mio avviso, la stessa storia. Quella di una politica che promette un controllo della realtà superiore a quello che le condizioni materiali, operative, sociali, permettono davvero di esercitare. E quando quella promessa si infrange, quando il dispositivo si rivela sproporzionato, o insufficiente, o percepito come ingiusto, il conto non lo paga chi ha scritto la norma. Lo pagano quasi sempre le stesse persone, gli agenti mandati sul campo senza che nessuno, prima, si sia occupato davvero delle loro condizioni di lavoro, della loro formazione, degli strumenti concreti di valutazione del rischio che la legge, peraltro, già impone.

C'è un'assenza, in tutto questo, che mi pare più significativa di ogni singolo episodio, e che non è un fatto ordinario, ma un'anomalia nel funzionamento della nostra democrazia. In nessuno dei tre casi esiste un organismo indipendente capace di valutare, a distanza di tempo e senza vincoli di appartenenza, se il dispositivo adottato fosse proporzionato, se la formazione fosse adeguata, se le condizioni operative fossero compatibili con il rischio che si andava ad affrontare. Un organismo di questo tipo è necessario se si vuole che istituzioni come le forze di polizia, garanzia del cittadino, siano percepite come terze, imparziali, indipendenti dal potere politico e da altri condizionamenti.

Nel Regno Unito, dove opera una delle polizie più accreditate a livello internazionale, questa funzione è affidata a due organismi distinti e complementari, l'IOPC, che indaga sui singoli casi di condotta contestata, e l'HMICFRS, che ispeziona il funzionamento complessivo delle forze di polizia e affonda le proprie radici nel 1856, parliamo del periodo vittoriano e di Lord Palmerston primo ministro, che cito perché autore di importanti riforme in ambito carcerario in controtendenza rispetto all'epoca. Entrambi gli organismi operano fuori dalla catena di comando che decide l'impiego delle forze sul campo. In Italia questo sguardo esterno manca, e la sua assenza non protegge nessuno. Non protegge i cittadini, privi di un controllo terzo credibile. Non protegge gli agenti, esposti al giudizio sommario dell'opinione pubblica ogni volta che qualcosa va storto, senza che nessuno abbia mai verificato, prima, se le condizioni in cui hanno lavorato fossero quelle giuste.

Credo che bisognerebbe ripartire da qui. Non da un altro annuncio, non da un'altra norma che promette più di quanto la realtà possa mantenere, ma dalla costruzione paziente, poco spettacolare, di uno strumento che renda visibile, e quindi verificabile, l'esercizio di un potere che oggi si giudica solo dopo che il danno è già accaduto

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