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Per passione, non solo musica e parole... Peppino Di Capri, il crooner italiano

a cura del Baccelliere


Ci ha lasciati Peppino Di Capri. Aveva quasi 87 anni - li avrebbe compiuti fra pochi giorni - ed era malato da tempo. Con lui se ne va un’epoca, apparentemente spensierata, in realtà piena di fermenti. Nato Giuseppe Faiella, divenne Peppino Di Capri giovanissimo, nel 1958. Erano anni cruciali. Il mondo era pervaso da ritmi nuovi, su tutti il rock & roll ed Elvis Presley. Di Capri, al centro della foto negli anni Sessanta, non faceva rock & roll ma seppe realizzare una commistione, una contaminazione fra certi ritmi - il twist per esempio - e il substrato della musica napoletana.

Ne nacque una miscela originale. Il suo fu un grande successo, tanto che nel 1965, grazie anche all’appartenenza alla medesima casa discografica, avrebbe aperto i concerti dei Beatles in Italia. E fu accolto bene dal pubblico mentre i Fab Four a quanto pare furono un po’ spocchiosi e meno simpatici.

Passati i Sixties sembrava che anche il suo momento fosse passato, ma seppe reinventarsi, percorrendo le decadi successive sulla cresta dell’onda e trasformandosi in un classico. Aveva una voce da crooner, da interprete "confidenziale", moderno. Mescolava ritmo, classe e radici partenopee. Con gli anni si ritagliò un ruolo di cantore di amori fragili e nostalgie[1]. Sempre con garbo e sensibilità musicale. Era un buon pianista. In questa veste aveva fatto i suoi esordi da bambino suonando per i soldati americani, a Capri sul finire della guerra.

Cantava con eleganza e misura. Il suo contributo alla modernizzazione della musica napoletana - uno dei grandi patrimoni della cultura musicale del nostro paese - è stato fondamentale. Il Neapolitan Power affermatosi negli anni ‘70 gli deve molto, perché Peppino Di Capri aveva mostrato come la napoletanità potesse dialogare con linguaggi internazionali senza perdere la propria identità. Sotto questo aspetto, artisti come Pino Daniele, i Napoli Centrale, Tony Esposito, il suo grande amico Tullio De Piscopo, nonostante partissero da influenze molto diverse - jazz, blues, funk - possono essere considerati suoi continuatori.

Il merito di Peppino Di Capri consiste nell’aver creato una tavolozza per chi, dopo di lui, ne ha sviluppato il messaggio. Una tavolozza che comprende una dimensione quotidiana dei sentimenti La canzone napoletana classica, almeno nel suo filone più celebre, è spesso teatro: grandi passioni, dichiarazioni assolute, gelosia, nostalgia. Peppino Di Capri vi ha portato un altro punto di vista, misurato, quasi trattenuto, intimo. Una rivoluzione silenziosa che, a distanza di decenni continua a, sembrare naturale. Nun è peccato[2] con cui ci piace salutarlo, è il simbolo di questa rivoluzione discreta ma profonda.


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