OSSERVANDO I NOSTRI TEMPI
- Domenico Cravero
- 1 giorno fa
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Il rapporto genitoriale, un’arte tra le più complesse e creative
di Domenico Cravero

Oggi è avvenuto un cambiamento enorme nel modo di considerare e trattare i bambini, sia per la maggiore conoscenza fornita dalla ricerca empirica e dalla riflessione pedagogica, sia per la priorità che si attribuisce alla salute e allo sviluppo emozionale. Si contesta una cultura che rinneghi o reprima le emozioni. L’autoregolazione emotiva ha sostituito l’obbedienza: un capriccio non è più trattato come disobbedienza, ma come una reazione allo stress di un cervello ancora in sviluppo. I percorsi proposti ai genitori nei laboratori di formazione spiegano ai genitori come rispecchiare le emozioni dei figli e come valorizzarle. Insistono sull’avere sempre rispetto per le loro motivazioni nascoste e per le scelte autonome.
Garantire il diritto di ogni figlio per un suo spazio segreto ed intimo è ritenuta una scelta importante. I comportamenti aggressivi, rabbiosi o scostanti dei bambini non sono più considerati un problema etico da educare. Quando capitano si consiglia di considerarli come condotte di un bravo bambino che sta passando un brutto momento. La natura infantile è considerata buona e “innocente”.
Le norme della genitorialità del XXI secolo, considerate spesso arrendevoli e rinunciatarie, in realtà, sono esigenti, intensive, inconsapevolmente combinate con l’economia neoliberista altamente competitiva e con l’erosione della comunità. Il rapporto genitoriale rimane però un’arte tra le più complesse e creative (dare forma a un umano!). Presentare il lavoro di cura come qualcosa di semplice, che chiunque può svolgere, è un modo per giustificare la svalutazione di chi oggi presta cura e la sottovalutazione della pedagogia.
Contrastare le relazioni "tossiche"
Tutta la ricerca della psicologia dell’età evolutiva conferma che l’autonomia si rinforza solo nella dialettica attaccamento/separazione. Il modello di attaccamento che si sviluppa non è però determinato da chi è il bambino, ma dalla specifica esperienza relazionale tra quel bambino e la particolare figura di riferimento. Ricerche recenti e importanti dell'Università di Torino dimostrano che l'ipercontrollo materno lascia tracce stabili nel cervello dei figli. C’è una cura che attacca a sé e una cura che svezza e separa da sé. Senza questa dolorosa tensione non avviene una transizione sana dal preverbale materno al simbolico (il linguistico) paterno.
Una nuova forma di maltrattamento può essere l’iper-presenza ansiosa e possessiva: il modo di amare si può rovesciare in danno. L'iperprotezione genitoriale ostacola lo sviluppo del bambino e ne compromette l'autonomia, l'autostima e la salute mentale. Sostituendosi al figlio o controllandolo in modo ossessivo, il caregiver lancia un messaggio implicito: "Tu da solo non sei capace". Educare e far crescere implicano a volte di deludere le aspettative, di creare disillusione. Anche la noia, il senso di colpa e la momentanea tristezza svolgono la loro parte per contrastare le relazioni “tossiche (la possessività, l’invidia, la gelosia).
Monitorare in eccesso, limitare troppo autonomia, parlare al posto del bambino, anticiparne i bisogni sono pratiche che ostacolano lo sviluppo mentale e un’emozionalità equilibrata. I bambini che crescono con modelli disorganizzati, manifestano spesso una forte disregolazione emotiva, con scoppi di rabbia improvvisi, aggressività apparentemente ingiustificata verso i coetanei o cadono in un totale isolamento.
Le radici delle attuali difficoltà genitoriali sono lontane: sta andando in crisi l’ideologia, tipicamente moderna, che ha esaltato l’individuo, e la sua libertà che è all’origine del mito, onnipotente ed illusorio nello stesso tempo, del dominio e sfruttamento del mondo. Siamo ormai obbligati a prendere coscienza delle potenzialità autodistruttive (problemi ambientali, demografici, energetici) del nostro stesso mondo.
Fragilità emotive
La famiglia è anche un'istituzione sociale, una forma dell'organizzazione e della vita sociale, e come tale svolge, come ogni altra istituzione, due funzioni specifiche: attribuire identità alle persone e contenere e rassicurare gli individui di fronte alle incertezze e all'indeterminatezza. Per questo le persone si attendono molto dalle istituzioni (e in particolare dalla famiglia). Le nostre società, con le loro istituzioni, sono sempre meno "consistenti" (capaci di essere "portate dentro" all'individuo) e sempre più "evanescenti", incapaci di dare forma e consistenza, inadeguate a difenderci e a definirci. Sono meno autorevoli, meno capaci di rassicurarci di fronte alle angosce e alle incertezze.
Lasciano agli individui una libertà mai prima concessa, ma quest'onore si rivela nello stesso tempo un onere, a volte, insostenibile, con l’obbligo paradossale di essere liberi, il dovere di scegliere da soli, il rischio della responsabilità. Delle istituzioni rimane attiva solo la capacità di attribuire identità (ci fanno sentire noi stessi) ma questa può essere avvertita come invasione. La società evanescente e la famiglia minima (come è stata definita, la famiglia riduttivamente affettiva) sono una sfida ma anche un'occasione di crescita. Le istituzioni non ci legano più agli altri e noi non ci sentiamo più sostenuti, difesi, contenuti.











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