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Partecipazione a tutela della democrazia

di Tiziana Ciampolini


Proseguo la riflessione sul ruolo insostituibile della partecipazione politica, stimolata anche a distanza dal recente intervento di Aida dell'Oglio,[1] ma senza entrare direttamente nelle riserve che ha sollevato al mio precedente articolo [2]. Si avrà modo di ritornare sulla questione. Vorrei, invece, sottolineare un'altra ragione sulla necessità e sull'importanza di investire in partecipazione, a mio avviso prioritaria su tutto: la tutela della democrazia che in questo momento, in Italia appare gravemente minacciata. Sono i fatti di cronaca recente a dimostrarlo. Ci sono giovani che ogni settimana scendono in piazza per chiedere la pace, per difendere diritti e ambiente, per rivendicare lo spazio che spetta loro nella società e le forze dell’ordine e ripetutamente, fanno ricorso la forza, alimentando così tante preoccupazioni da spingere il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, a stigmatizzare il ricorso ai manganelli: "usarli con i ragazzi è un fallimento - ha dichiarato - l'autorevolezza non si misura sui manganelli, ma sulla capacità di assicurare sicurezza tutelando al contempo, la libertà di manifestare pubblicamente opinioni". Negare ai giovani la possibilità di esprimere le proprie idee sul presente e sul domani equivale a prendere a pugni il futuro che fiorisce.

Secondo l’antropologo Arjun Appadurai, il desiderio di contribuire al cambiamento si chiama capacità di aspirare. Egli sostiene che le aspirazioni non sono mai semplicemente individuali, pertanto la relazione con il futuro è frutto anche della partecipazione a capacità collettive di immaginazione di orizzonti condivisi che contribuiscono enormemente a influenzare gli orientamenti delle collettività in termini di valori e diritti. Appadurai, nei suoi studi, dimostra l’importanza della relazione tra democrazia e sviluppo nell’accrescere le capacità di aspirazione di coloro che hanno più da perdere trovandosi in condizioni di forte subalternità e mancando dell’accesso alle risorse anche minime necessarie alla personale auto-realizzazione. Cosa succede se applichiamo questa riflessione ai giovani, a quella generazione che rischia di rimanere ai margini dei processi decisionali pur essendo chiamata ad essere protagonista del cambiamento necessario a rispondere efficacemente all’emergenza climatica, orientare l’evoluzione tecnologica e le sue conseguenze?

Riarticolare i luoghi e gli strumenti della partecipazione

E’ per i giovani e con i giovani che avranno in mano il futuro, che abbiamo la responsabilità di ri-articolare partecipazione, la rappresentanza, luoghi e corpi intermedi per ricostruire la fiducia reciproca e realizzare “impegni congiunti” tra cittadini, organizzazioni, amministrazioni e governi per sviluppare la capacità di immaginare insieme un futuro più giusto a cui tanti giovani e persone con una autentica passione civica aspirano. 

Se i giovani ci mostrano dei nuovi “oggetti politici” che aggregano la passione delle persone, servono invece nuovi luoghi, strumenti e pratiche capaci di mobilitare le persone, per organizzare relazioni vicine ai conflitti che una città vive, prossime alle controversie nell’uso degli spazi e delle risorse, vicina alle persone e nei luoghi di vita, lavoro e consumo, accanto alle possibili relazioni tra diritti economici e civili. Ed è intorno alla ricerca di questi strumenti che dobbiamo concentrare la nostra attenzione. 


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