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“Devianza e giustizia nel tardo Medioevo”, un tuffo in un doloroso passato lontano

Aggiornamento: 1 giorno fa

XXII Edizione del Convegno storico del Laux

di Piera Egidi Bouchard


Dopo un ventennio di incontri vicino al poetico laghetto del Laux, quest’anno il Convegno storico si è trasferito per la sua XXII edizione, il 1° agosto, nel bellissimo comune di Usseaux, e invece che nel prato sotto i tendoni, si è svolto nella più fresca e accogliente parrocchia. È stato così possibile ammirare questo borgo settecentesco, recensito come uno dei borghi più belli d’Italia, caratterizzato dai suoi murales, ispirati alla vita della montagna, agli animali e alle piante dei boschi: uno straordinario paese di antiche pietre, di viottoli in saliscendi e di pareti, porte e balconi fioriti ,e persino di cassette delle lettere dipinte!

Ma non sapevo che – come recita il depliant informativo, scritto in italiano e francese, con riferimenti anche alla lingua occitana dei luoghi - proprio lì vicino, nelle case di Balboutet nel 1555 alcuni predicatori mandati da Calvino avevano formato un primo gruppo riformato che si riferì ai valdesi, predicando per la Pasqua a Fenestrelle e celebrandovi la Santa Cena.

Queste Valli - la Val Chisone e Germanasca, la Val Pellice e la Val di Susa - sono state nei secoli terre di sanguinosi conflitti religiosi, e dobbiamo a studiosi sia cattolici che valdesi e laici la meritoria nascita e conduzione di questi convegni, che portano a rivisitare in maniera scientifica le dolorose vicende del passato.

Quest’anno il tema era complesso: “Devianza e giustizia nel tardo Medioevo”, e l’ampia introduzione su “Chi è il deviante?” è stata affidata al pastore di Pinerolo, Giuseppe Ficara. “Comprendere che cosa significasse in quei secoli essere considerati ‘ devianti’ – ha premesso – significa entrare nella logica di un mondo molto diverso dal nostro. Devianti erano gruppi molto diversi tra loro: catari, valdesi, ebrei, e più tardi gli accusati di stregoneria. La devianza, cioè, era un giudizio espresso da un’autorità, era il nome attribuito a ciò che veniva ritenuto incompatibile con l’ordine della Christianitas. L’unità della fede rappresentava una condizione essenziale per la coesione dell’intera società.”

Varie istituzioni avevano il compito di vigilare sull’ortodossia: i vescovi, il papato, poi l’Inquisizione, ma anche i monasteri, i poteri civili, i signori locali e, successivamente, gli stessi Stati: “Nelle nostre Valli tra la fine del Duecento e i primi decenni del Cinquecento si succedono inquisitori, commissari pontifici e autorità locali, mentre il papato interviene direttamente in più occasioni, fino alla crociata bandita da Innocenzo VIII nel 1487 contro i valdesi delle Alpi.”

Infatti, la difesa dell’ortodossia era avvertita come una responsabilità irrinunciabile, poiché l’eresia era una ferita inferta all’unità della Chiesa, e già il IV Concilio Lateranense del 1215, presieduto dal papa Innocenzo III, stabilì che gli eretici fossero condannati e che le autorità secolari collaborassero alla loro repressione, pena la scomunica. Col passare del tempo venne istituita l’Inquisizione, con l’iniziale intento di custodire l’unità della fede, ma che finì per diventare uno strumento di repressione del dissenso, con il ricorso alla coercizione.

Intanto, nei secoli il movimento valdese, considerato eretico, si era radicato soprattutto in queste Valli. Così nel 1487 papa Innocenzo VIII affidò al domenicano Alberto de’ Capitanei l’incarico di procedere contro i valdesi del Piemonte e del Delfinato: “Con autorità apostolica decretiamo che si proceda contro di loro con le armi”.

La bolla papale non era soltanto un atto religioso: mobilitava anche i poteri civili e concedeva le stesse indulgenze previste per chi partecipava alle crociate. Avviene lo sterminio.

E, riprendendo la prima definizione, il relatore conclude che: “La categoria della devianza religiosa non descrive semplicemente una differenza di opinioni, ma esprime il modo in cui una comunità interpreta se stessa e protegge la propria identità. Per questo il potere di definire la devianza non è mai un potere neutrale. Ogni volta che un’autorità traccia un confine tra appartenenza ed esclusione, tra ortodossia ed eresia, esercita una responsabilità enorme. La storia ci invita a prendere sul serio questa responsabilità”.

I successivi interventi si sono addentrati su questi problemi, che non mi è possibile se non appena citare. Stefano Porracchia ha esaminato nei dettagli le pene  canoniche , elencando le formule degli interdetti e le scomuniche. Don Ermis Segatti ha illustrato il tema della “devianza stregonesca”, diversamente percepita nel lontano Concilio di Ancyra (314), quando la magia viene definita infatuazione, illusione, mentre un importante documento del 1487, il “Malleus maleficarum” (Il martello delle streghe), redatto in latino da due domenicani, Kramer e Sprenger, segna un salto di qualità. Si entra in una visione del fenomeno che assume caratteri escatologici, in quanto il culto stregonesco rappresenta l’ultima riscossa contro il cristianesimo. Si riteneva che la magia avesse poteri reali (terremoti, pestilenze, etc. e qui lo studioso si è soffermato sull’opera di Manzoni, la “Storia della colonna infame”).

C’era una estrema volgarità delle accuse di magia: questo non era un delitto comune, si poteva procedere anche senza una verifica dell’accusa, e allora interveniva la tortura, con sempre maggiori gradi di durezza.

La domanda allora posta dal relatore è: ma quei giudici dell’Inquisizione ci credevano? La sua risposta è sì, finché non è iniziata una resistenza, non tanto sul piano dell’ideologia, quanto sulla praticità delle procedure, che ha eliminato la credibilità degli strumenti usati, come la tortura, perché si potevano colpire degli innocenti. Di qui poi l’Illuminismo, le posizioni innovatrici dei fratelli Verri e di Beccaria.

A sua volta Piercarlo Pazè ha sviluppato i temi del processo a Nicola da Bari a Bardonecchia, un medico di origine ebraica accusato di stregoneria. E, dopo la crociata contro i valdesi, che vengono eliminati, nella val di Susa vengono stilati obiettivi di “purificazione”, con una precisa casistica che riguarda anche l’educazione cattolica dei bambini. Successivamente, ritorna nei territori l’Inquisizione perché parte della popolazione è sospettata di eresia, e vengono stabilite nuove pene, come il bando dai territori, con l’esilio. Quello che si nota è il fatto che gli inquisiti sono soprattutto gli abbienti, perché la pena della confisca del patrimonio colpisce i beni.

Per quanto riguarda i reati sessuali, Luca Patria ha illustrato i documenti di alcuni processi per stupro, adulterio, violenza, istigazione al suicidio, in cui le accusate sono soprattutto donne, spesso difese dalle altre paesane, e ha menzionato la ribellione dei montanari di Cesana contro lo “ius primae noctis” del loro signore feudale. Un’altra relazione è su Francesco di Bardonecchia e i suoi fratelli, che, in un duro scontro processuale con la popolazione, stanca delle continue angherie, viene alla fine condannato e i suoi beni confiscati.

Ettore Peyronel ha esaminato il tema della devianza nei conti delle “castellanie di Perosa, Perrero e Miradolo”, rilevando la forte conflittualità nella società trecentesca: risse, insulti, ferimenti, stupri, omicidi. Ma anche evasione fiscale, contrabbando, falsi giuramenti, incendio. Molteplici casi di multe inflitte, rarissimo il carcere, perché costoso, raramente la fustigazione, poi la berlina nei giorni di mercato, le torture, l’amputazione del piede, della mano, del naso, l’impiccagione, l’annegamento. Altra pena inflitta era portare una croce cucita sopra la tunica.

Tutto questo panorama ha portato infine il pubblico, nel successivo dibattito, a interrogarsi sull’oggi, e in particolare sulla violenza domestica, sullo stupro, sul femminicidio, sui casi di cronaca che quotidianamente ci vengono mostrati dai mass-media. È una società migliore, oppure c’è ancora tanto da operare per un rapporto equilibrato tra uomo e donna?


 

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