Medio Oriente, la guerra degli Houthi che si continua a subire
di Alberto Scafella

C’è una domanda che l’ennesimo attacco contro una base aerea in Arabia Saudita dovrebbe imporre alle cancellerie occidentali: fino a quando sarà possibile limitarsi a intercettare i missili e i droni che arrivano, senza interrogarsi sulle capacità di chi li lancia?
Nella notte tra ieri e oggi, 17 e 18 settembre, un Eurofighter F-2000 italiano è stato danneggiato all’interno della base aerea di Ta’if. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha precisato che nessun militare italiano è rimasto coinvolto e che il velivolo si trovava in un’area decentrata della base. Tra una buona notizia e una cattiva scegliamo ovviamente la prima, cioè che non vi siano state vittime. Ma non può essere l’unica conclusione. Perché quell’Eurofighter non era un bersaglio astratto. Era uno degli strumenti con cui il nostro Pese contribuisce alla sicurezza dello spazio aereo saudita. La presenza italiana comprende Eurofighter, capacità radar e sistemi di difesa contro le minacce aeree e missilistiche; una batteria SAMP/T è stata inoltre schierata in Arabia Saudita nell’ambito del dispositivo italiano nel Golfo.
Eppure qualcosa è arrivato fino alla base. Questo non significa che il SAMP/T abbia fallito. Un sistema di difesa aerea non crea una cupola impenetrabile e nessun apparato può garantire un’intercettazione al cento per cento. Un attacco può coinvolgere più vettori contemporaneamente, può saturare le difese, può sfruttare traiettorie o caratteristiche della minaccia difficili da individuare e può colpire aree non direttamente protette dal sistema. Quindi, si comprenderà che la questione diventa strategica.
La difesa, per definizione, reagisce. Aspetta che qualcuno decida quando, dove e con quale arma colpire. E gli eventi degli ultimi mesi dimostrano quanto questo modello possa diventare oneroso quando l’avversario dispone di droni e missili relativamente economici e può lanciarli ripetutamente contro infrastrutture militari e civili. E gli Houthi, infatti, continuano a rappresentare una delle variabili più difficili del quadrante. Negli ultimi giorni sono stati registrati nuovi attacchi contro l’Arabia Saudita e Riyadh ha intensificato le proprie operazioni contro le forze yemenite. Le autorità saudite hanno anche denunciato attacchi diretti verso aree particolarmente sensibili, mentre i ribelli hanno rivendicato altre azioni contro il territorio saudita, secondo l'agenzia Reuters.
Il punto non è dunque soltanto stabilire se un determinato missile o drone sia stato intercettato. Il punto è capire quale strategia possa interrompere una dinamica nella quale una parte lancia e l’altra intercetta. È il paradosso della guerra contemporanea: spendere in sistemi sofisticati e costosi per neutralizzare minacce che possono essere prodotte e impiegate a costi enormemente inferiori. E più l’attaccante riesce a moltiplicare i vettori, più la difesa deve moltiplicare radar, missili, equipaggi, turni operativi e basi protette.
Ora, sic stantibus rebus, l'analisi non prelude a sostenere che l’unica risposta possibile sia una campagna terrestre in Yemen. Significa, piuttosto, che una strategia esclusivamente difensiva deve essere valutata alla luce dei suoi risultati concreti, dei costi e della sua capacità di interrompere nel tempo la minaccia. Morale: la questione riguarda direttamente anche l’Italia.
Trasferire Eurofighter, radar, personale e sistemi di difesa nel Golfo significa assumere una responsabilità reale nella sicurezza di quelle aree. E l’episodio di Ta’if rende questa domanda ancora più concreta. La ragione è lampante: se la sorgente della minaccia continua ad avere la capacità di generare attacchi, la difesa rischia di trasformarsi in una guerra di logoramento nella quale l’iniziativa rimane costantemente nelle mani dell’avversario. Ed è con tutta probabilità questo il vero significato dell’Eurofighter colpito a terra: non una bocciatura del SAMP/T, che sarebbe una conclusione tecnicamente affrettata, ma il promemoria di una verità militare antica quanto la guerra stessa, perché se difendersi è indispensabile, e altrettanto vero che una strategia che mira soltanto alla difesa rischia, prima o poi, di lasciare all’avversario la scelta del tempo, del luogo e dell’intensità del conflitto.
Di qui la necessità per l’Occidente di aprire una discussione strategica seria, senza slogan e senza ipocrisie con al centro l'esigenza di studiare la soluzione migliore per raggiungere un equilibrio tra difesa, deterrenza, diplomazia e capacità di neutralizzare la minaccia. Fine ultimo per impedire che il Medio Oriente continui a essere un luogo nel quale le nostre forze armate siano costrette soprattutto a reagire.











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