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Lucidare la cultura per ricredere nella politica propositiva

di Laura Pompeo*


Ha posto serie e importanti questioni Tiziana Ciampolini nei suoi recenti articoli.[1] Tali da riportare in primo piano il rapporto tra partecipazione e democrazia e suscettibili di interrogare direttamente la politica sul degrado del presente e, soprattutto, su che cosa si ha in mente per il futuro. Presente e futuro da cui mi sgancio per girare all'indietro le lancette dell'orologio che mi portano ad assorbire dall'Atene del V e IV secolo a.C. la filosofia - o meglio la dialettica –, come la intendevano Socrate e Platone, che era considerata il rimedio contro i malanni della democrazia. In altre parole, l'abilità argomentativa orientata alla verità, al bene, al giusto. Si tratta di un'idea filosofica fondamentale, del primato intellettuale del bene: gli intelligenti sono buoni.

San Tommaso d'Aquino, siamo risaliti al XIII secolo, nella “Summa Theologiae” affermava: “Poiché l’atto del governare ha il compito di condurre alla perfezione gli esseri governati, sarà tanto migliore il governo quanto maggiore perfezione sarà comunicata, da chi governa, alle cose governate”.

La regola benedettina sostiene che anche l’ultimo può “avere voce in capitolo” (ma l’ultima parola, poi, spetta all’abate).  

La saggezza del sovrano, almeno in linea teorica, per secoli doveva coincidere col gestire il governo in accordo con la verità. Ma, a partire dal XVI e XVII secolo, la regolazione dell'esercizio del potere sembra non dover più avvenire secondo saggezza, ma secondo calcolo: Machiavelli (e non soltanto) docet. 


Quando l'ignoranza non è più facoltativa, ma considerata una virtù

Oggi viviamo in un momento storico in cui le competenze di settore sono nei guai. Lo vediamo con gli insegnanti, con i medici, con i politici…, in ogni ambito crolla il riconoscimento dell’autorità e della competenza. E grazie ai social crediamo di poter conoscere tutto.

La nostra società funziona grazie alla divisione del lavoro, che ci libera dalla necessità di sapere tutto. E’ intervenuto però uno scartamento e oggi siamo quasi fieri di non sapere e reputiamo l’ignoranza una virtù. Dell’incompetenza è stata fatta bandiera: l’aspetto più inquietante ora non è la scarsità di conoscenze, ma l’arroganza con cui questa viene esibita, fino a un vero e proprio riscatto dell’ignoranza. Non dimentichiamo che in Italia veniamo da un alfabetismo piuttosto recente: nel 1901 non sapeva né leggere, né scrivere il 56 per cento della popolazione, percentuale scesa al 13 per cento mezzo secolo dopo. E se arriviamo ai giorni nostri, si scopre che un italiano su tre o quasi, il 28% della popolazione tra i 16 e i 65 anni, è analfabeta funzionale, cioè sa leggere e scrivere, ma non comprende del tutto, né sa usare le informazioni quotidiane.[1] E, non è notizia di ieri, siamo fanalino di coda in Europa per numero di laureati, per numero di lettori, eccetera, eccetera.

Noi pensiamo alla democrazia come a uno Stato di effettiva uguaglianza in cui ogni opinione vale quanto le altre; in cui i sentimenti sono più importanti dei fatti. Ma la democrazia denota un sistema di governo in cui ogni voto (e non ogni opinione) è uguale a tutti gli altri. I cittadini hanno bisogno di potersi fidare dei politici eletti. Quando crolla la fiducia, l’ignoranza - manipolata - può trasformarsi in un’arma politica. Questi elementi innescano anche un circolo vizioso di disimpegno tra cittadini e politica: l’astensionismo ne è solo uno dei sintomi. Come si traduce questo in politica? Per arrivare all’oggi, potremmo affermare che i politici eletti dovrebbero essere preparati e prendere decisioni, mentre gli elettori dovrebbero avere la responsabilità di imparare. Ma, proprio per quanto riguarda la politica, per il cittadino rifiutare l’opinione degli esperti significa affermare la propria autonomia. Come far riconquistare credibilità alla politica? Sono competenti i politici?

Già nel ’45, soprattutto al Sud, si guardava con insofferenza ai partiti e agli uomini dell’antifascismo, in particolare a quelli tornati dall’esilio: si apprestavano a governare l’Italia “dividendosi le poltrone”. Il popolo era stanco della politica; c’era chi predicava un governo di tecnici non direttamente espresso dai partiti (Guglielmo Giannini con il suo movimento dell'Uomo Qualunque).


La lezione di Norberto Bobbio

Ma questa esaltazione del “tecnico apolitico” è a sua volta una scelta politica che ha, come altra faccia, il “politico incompetente”. È quella che, in quello stesso anno, Norberto Bobbio indicava come «l’inevitabile tendenza dell’antipolitica a farsi politica», senza però essere dotato della cultura e degli strumenti tecnici per governare. Ma, quando le pretese dell’antipolitica restano deluse, cresce ancor di più l’indifferenza verso la politica e verso l’impegno civile e sociale. L’ augurio è dunque la  ricerca di un “dialogo paziente e costante tra gli esperti e la società civile”.

Il crollo del rapporto tra esperti e cittadini è una disfunzione della democrazia che ha alla base anche la scarsa alfabetizzazione, sia politica sia generale. D’altro canto, come scriveva l’economista politico Albert O. Hirschman, non c'è peggior categoria di politici di coloro che credono di sapere sempre come stanno le cose, senza bisogno di confrontarsi con chi non la pensa come loro poiché, oltre ad aver la mente chiusa al dubbio e all'apprendimento, hanno la supponenza di chi non ha nulla da imparare. Come affermava Vittorio Foa, la competenza associata all’umiltà fa grande un politico.

ll Paese è lento nel crescere anche perché mancano le competenze e una strategia di cambiamento. Tuttavia non basta la competenza nella materia per fare buona politica, sennò si attua un esercizio burocratico del potere. Bisogna avere una grande esperienza della macchina dello Stato e delle istituzioni; conoscere la politica europea; avere una buona cultura generale; conoscere le lingue e viaggiare; possedere un metodo e seri consiliori, come già Machiavelli insegnava, ma non quelli indicati da Mario Puzo, lo scrittore de Il Padrino. In Italia mancano, a differenza di altri paesi, e in primis nella vicina Francia, scuole di formazione politica. Le odierne numerose scuole di politica non bastano: dobbiamo attrezzarci per una scuola di amministrazione calata sulle prerogative soprattutto regionali e comunali, con una formazione adeguata alla P.A. Fortunatamente una sensibile crescita della rappresentanza femminile nella composizione delle amministrazioni locali in Italia, negli ultimi 30 anni (l’incidenza delle donne sul totale degli amministratori è pari a circa il 30%) con donne amministratrici che si confermano più istruite dei maschi bilancia il miglioramento delle competenze dei politici. Non parliamo dunque di competenze specifiche della materia, ma di quelle del sistema pubblico: la competenza sta nell’intelligenza. Allora, per restituire credibilità al governo della cosa pubblica, dobbiamo tornare a Socrate.

Senza dimenticare che la personalizzazione della politica ha prodotto una perenne mobilitazione, il rifiuto dell’ideologia, il rapporto diretto con gli elettori, l’eccessiva centralità dell’abilità comunicativa, la promessa constante di cambi di passo. Questo mal si concilia con l’esigenza di stabilità: anche di qui passa l’impoverimento della democrazia. E’ un fenomeno globale ed è conseguenza diretta del declino delle grandi teorie politiche. Anche di qui il degrado della politica.

La democrazia, scrive Maurizio Maggiani, è fatica. E’ passare da sudditi a cittadini, attraverso la cultura; è stare in ascolto.


*Assessora Cultura del Comune di Moncalieri


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