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"Le Giunte rosse" del triangolo industriale: tra memoria e presente/2

Aggiornamento: 16 giu 2023

di Stefano Musso


Lunedì prossimo,19 giugno, a partire dalle ore 15, il Polo del '900, in via del Carmine 14 a Torino, ospiterà il convegno "Giunte rosse 1975-1990. Torino, a confronto con Milano e Genova". L'iniziativa della Fondazione Gramsci in collaborazione con la Porta di Vetro, prende spunto dalla pubblicazione del libro di Giorgio Bigatti "Giunte Rosse Genova Milano Torino 1975-1990" edito da Mimesis che coglie i momenti topici, con i suoi pregi e i suoi limiti, di un'esperienza ultra decennale che segnò un reale cambio di passo delle tre città del triangolo industriale.[1] Un cambiamento nel cambiamento, ma dalle traiettorie opposte rispetto alle certezze dell'epoca: dall'innovazione industriale, caratterizzata da un'automatizzazione produttiva sempre più incisiva nella modifica del rapporto tra macchina e uomo al confronto tra grande impresa e sindacati, sfavorevole ai secondi. Tutto ciò al principio di un autentico sconvolgimento del quadro internazionale con l'avvento del neoliberismo aggressivo e nemico del welfare, incarnato e interpretato da Margaret Thatcher e Ronald Reagan, e la percezione dei primi scricchiolii interni dell'Unione Sovietica. Presentiamo alcune riflessioni di uno dei relatori, Stefano Musso, storico del movimento operaio.



La storica vocazione industriale di Torino è ben illustrata dai dati riferiti al censimento del 1971: mentre il settore secondario in Italia raggiungeva il massimo storico della popolazione attiva con il 44,4% degli addetti, in provincia di Torino la quota era ben più alta, arrivando a sfiorare il 65%.


Le eredità della città industriale

Ancora oggi quella configurazione economica esercita i suoi effetti: gli addetti all’industria manifatturiera sfiorano il 25%, in confronto alla media nazionale di poco inferiore al 20%; di riflesso, gli attivi nei servizi sono il 66%, meno della media nazionale del 70%. L’altra tradizionale caratteristica di Torino, la concentrazione dell’industria nella metalmeccanica e nella produzione automobilistica, con il gigante Fiat in posizione dominante, fa ancora di Torino un centro produttivo di rilevante importanza, con un forte peso della componentistica.

Ai primi anni Novanta del Novecento risale la diffusione del termine deindustrializzazione nel dibattito pubblico italiano, nel corso della grave crisi allora in corso. Negli anni Ottanta si parlava piuttosto di terziarizzazione, come naturale evoluzione degli apparati produttivi e dell’occupazione verso i servizi, che in parte si espandevano per scelte di outsourcing delle imprese industriali. La crisi colpì in misura particolarmente pesante l’economia monocolturale di Torino, perché il settore automobilistico era tra i più esposti all’aspra competizione dei mercati in via di globalizzazione ed era caratterizzato, a livello mondiale, da una sovracapacità produttiva del 30% rispetto alla domanda. La strada intrapresa dall’amministrazione comunale fu la ricerca di una maggior diversificazione delle attività economiche, il sostegno all’innovazione tecnologica, all’economia della conoscenza e all’internazionalizzazione.


Luci ed ombre del patrimonio industriale di Torino

L’organizzazione fordista che aveva permeato la complessione della città ha lasciato eredità negative e positive. Tra le prime, ha allargato la base della piramide sociale con larghi strati di operai poco qualificati, per i quali i bassi livelli di scolarità non costituivano, ancora negli anni Settanta, un impedimento al lavoro stabile e relativamente ben retribuito. I figli di quegli operai hanno avuto la tendenza a lasciare la scuola anzitempo, convinti che il mercato del lavoro avrebbe continuato a riprodurre il modello che aveva funzionato per i padri. I fenomeni dell’abbandono scolastico sono così stati particolarmente elevati a Torino. Tra le eredità positive va annoverata la diffusione di competenze tecniche e organizzative maturate nella grande impresa, impiegabili nella collaborazione tra pubblico e privato per l’ottimizzazione dell’impiego delle risorse destinate alla finalità di costruire una città attrattiva nella competizione tra aree urbane.


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