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La Resistenza italiana: il valore di una scelta

Aggiornamento: 2 mag

di Marco Travaglini


Dipinto di Luigi Sabatino

Più di ottant’anni fa la Resistenza nacque da una scelta. Di fronte al crollo delle istituzioni e dello Stato, in un paese lacerato dalla guerra in cui era stato precipitato tragicamente dal regime fascista, l’8 settembre del 1943 segnò per gli italiani una sorta di resa dei conti con sé stessi. Una parte di loro interpretò quel momento come la fine di una stagione di carestia morale e di avvelenamento delle coscienze. Riunirsi e formare le prime bande partigiane fu la scelta consapevole di chi visse la Resistenza come il momento in cui prevalse l’esigenza di non doversi più vergognare e di riscattare, con quel gesto, venti anni di passività e di ignavia. Lo sgomento nei giorni del l’armistizio si capovolse in voglia di azione, l’umiliazione in desiderio di riscatto. Tra le macerie dell’Italia fascista nacque un sentimento nuovo e potente da parte di coloro che avvertirono il bisogno, come scrisse Eugenio Colorni “ di non avere niente da rimproverarsi, di essere in pace con la propria coscienza, di essere presentabili di fronte a qualsiasi istanza giudicante”. Due fronti opposti si diedero battaglia, il nazifascismo e l’antifascismo. Da parte del primo il conformismo e la difesa dello stato delle cose, l’abitudine al compromesso più vile e la delazione, il tirare a campare; dall’altra un imperativo categorico ad agire, la consapevolezza che solo nel conflitto e nell’opposizione aperta al regime e ai suoi alleati nazisti si potesse realizzare il desiderio di essere uomini liberi.

Quelli che diventarono partigiani erano uomini e donne che, come tutti, avevano slanci e coraggio, debolezze e fragilità, forza d’animo, generosità e limiti caratteriali. Erano persone normali. Eppure, all’appuntamento con la storia, diedero il meglio di sé; combattendo diventarono migliori e migliorarono questo paese. Fu quella scelta, quello “scegliersi la parte” che oggi può rendere fiero e orgoglioso della Resistenza l’intero popolo italiano. Il 25 aprile è, in questo senso, festa di tutti. Chi insiste nell’interpretare questa data fondativa della nostra democrazia come un evento divisivo lo fa perché nega o manipola la storia, perché prova nostalgia per un tempo che ci ha lasciato solo vergogne e violenze, guerra e lutti. Il 25 aprile del 1945 ci liberammo da una dittatura feroce, alleata di un totalitarismo ancora più feroce che fu capace di macchiarsi di un genocidio come quello della Shoah. Ma non ci liberammo del tutto dalle scorie che il regime produsse per oltre un ventennio. Una mala pianta che non è mai stata del tutto eradicata perché, come scriveva Ennio Flaiano, il fascismo “conviene agli italiani perché è nella loro natura e racchiude le loro aspirazioni, esalta i loro odi, rassicura la loro inferiorità. Il fascismo è demagogico ma padronale, retorico, xenofobo, odiatore di cultura, spregiatore della libertà e della giustizia, oppressore dei deboli, servo dei forti, sempre pronto a indicare negli “altri” le cause della sua impotenza o sconfitta”. E aggiungeva, in questo ritratto senza nessuna indulgenza, che “il fascismo è lirico, teppista se occorre, stupido sempre, ma alacre, plagiatore, manierista. Non ama la natura, perché identifica la natura nella vita di campagna, cioè nella vita dei servi; ma è cafone, cioè ha le spocchie del servo arricchito. Non ama l’amore, ma il possesso. Non ha senso religioso, ma vede nella religione il baluardo per impedire agli altri l’ascesa al potere. Intimamente crede in Dio, ma come ente col quale ha stabilito un concordato, do ut des. È superstizioso, vuole essere libero di fare quel che gli pare, specialmente se a danno o a fastidio degli altri”.

Come non vedere nella società e in parte della politica di oggi l’immagine riflessa di quanto scriveva Flaiano? Certamente il fascismo fu una pagina nera, segnata dal dolore e dalla morte, e provocano ancora sdegno e critiche i segnali troppo frequenti nei discorsi che richiamano quel passato o tendono a sminuirne l’orribile significato. La coscienza democratica dei più induce a contrastare questi episodi che diventano, giorno dopo giorno, sempre più frequenti e arroganti. Fare finta di nulla o sminuirne la pericolosità sarebbe troppo grave e vale sempre la lezione di Antonio Gramsci che odiava l’indifferenza che da sempre è il peso morto della storia. Tutto questo a maggior ragione in un tempo difficile dove soffiano i venti di guerra dal Medio Oriente all’Europa dell’Est, dalla Palestina all’Ucraina. Anche per questo festeggiare il 25 aprile non è un rituale imposto dal calendario civile ma una scelta che offre un messaggio universale: la guerra è un orrore, sempre. Un orrore che viene vissuto nel sangue e nel dolore soprattutto dagli innocenti e dai più fragili. Per questa ragione l’unica parola che si può pronunciare davvero senza se e senza ma è pace. Chi farà questa scelta renderà onore ai protagonisti della Resistenza, sarà coerente con i desideri e gli aneliti di giustizia, di tutela dei diritti e di volontà ad assolvere i doveri che li motivarono e che i padri della patria e della Repubblica riversarono nella carta costituzionale.

 


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