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Gli intramontabili sette sogni di Martin Luther King

di Emmanuela Banfo

Il sogno di Martin Luther King ha più di sessant’anni, quando, esattamente il 28 agosto 1963, il pastore battista parlò al Lincoln Memorial di Washington in occasione della manifestazione del movimento per i Diritti Civili. Da quel momento "I have a dream" ha parlato a intere generazioni diventando messaggio universale, iconico, travalicando i confini del suo contesto storico. E questo per due motivi: perché quel sogno in parte è ancora da compiersi e perché l’autore ha parlato un linguaggio capace di veicolare le speranze non soltanto del popolo nero d’America, ma di tutte le vittime della discriminazione, dell’odio, della violenza.


Il discorso al Lincoln Memorial di Washington

"Ho un sogno" è la parte centrale del suo intervento ed è ripetuto, cadenzato come uno spiritual, incessante come un moderno rapper. Sette sogni, a cui fece seguire sette libertà che spaziavano nell’immenso territorio americano, da New York alle campagne del profondo sud. Sogno: "che un giorno questa nazione sorgerà e vivrà il significato vero del suo credo: noi riteniamo queste verità evidenti di per sé, che tutti gli uomini sono creati uguali"; "che un giorno sulle rosse montagne della Georgia i figli degli ex schiavi e i figli degli ex padroni di schiavi potranno sedersi insieme alla tavola della fraternità"; che un giorno perfino lo Stato del Mississippi, dove si patisce il caldo afoso dell’ingiustizia, il caldo afoso dell’oppressione, si trasformerà in un’oasi di libertà e di giustizia"; "che i miei quattro bambini un giorno vivranno in una nazione in cui non saranno giudicati per il coloro della pelle, ma per l’essenza della loro personalità"; "che un giorno, laggiù nell’Alabama, dove i razzisti sono più che mai accaniti, dove il governatore non parla d’altro che di potere di compromesso interlocutorio e di nullification delle leggi federali, un giorno proprio là nell’Alabama, i bambini neri e le bambine nere potranno prendere per mani bambini bianchi e bambine bianche, come fratelli e sorelle"; "che un giorno ogni valle sarà innalzata, ogni monte e ogni collina saranno abbassati, i luoghi scoscesi diventeranno piani, e i luoghi tortuosi diventeranno diritti la gloria del Signore sarà rivelata e tutte le creature la vedranno insieme".


La forza di rovesciare la delusione

Intessuto di riferimenti biblici, come l’ultimo riecheggiante il profeta Isaia, il discorso di Martin Luther King, aprì con un sogno infranto, quello di Abraham Lincoln e il suo Proclama dell’ Emancipazione che mise fine alla guerra civile e che "accese un grande faro di speranza per milioni di schiavi negri marchiati dal fuoco di una bruciante ingiustizia". Ma, passati cento anni, "i negri – denunciava Martin Luther King – vivono in un’isola solitaria di povertà, in mezzo a un immenso oceano di benessere materiale". Sognò, dunque, un sogno infranto, un sogno deluso. E partì proprio dalla delusione dettata da una realtà cogente, evidente sotto gli occhi di milioni di concittadini e dalla constatazione che non bastano le leggi per cambiare una cultura, un’etica, un modo di stare al mondo, di relazionarsi al proprio prossimo. Non erano stati sufficienti né una guerra civile né un intervento legislativo che annullasse la schiavitù perché il principio della fratellanza e sorellanza prevalesse sulle differenze etniche, sociali, di classe.

Il pensiero politico di Martin Luther King ebbe un’evoluzione in questo senso: "I have a dream" del 1963 è illuminato dai discorsi, del 1968, a Memphis, nel Tennessee, dove venne ucciso il 4 aprile. E’ la campagna contro la povertà. Nel corso della sua attività, in crescendo, King prende piena consapevolezza che la battaglia per i diritti civili, per il riconoscimento della pari dignità di ogni essere umano, a prescindere dal colore della pelle, non può essere disgiunta dalla battaglia contro lo sfruttamento economico, le profonde diseguaglianze sociali, la ricchezza diseguale che mette uomo contro uomo e persino nero contro nero. Nel marzo del 1968 Luther King e il suo movimento appoggia lo sciopero dei netturbini. Citando, come era solito fare, la Bibbia (e in questo caso la parabola del ricco Epulone e del mendicante Lazzaro di cui il primo non si accorse mai dell’esistenza nonostante questi implorasse ogni giorno il suo aiuto) King concluse: "Epulone è andato all’inferno perché ha voluto essere un obiettore di coscienza nella guerra alla povertà. Ora io vengo qui per dire che anche l’America andrà all’inferno se non usa la sua ricchezza. Se l’America non userà le sue immense risorse di ricchezza per mettere fine alla povertà e rendere possibile a tutti i figli di Dio di soddisfare i bisogni elementari della vita, andrà all’inferno anche lei".


L'attualità di "I have a dream"

Ha senso, come fece a suo tempo Martin Luther King, chiedersi che ne è stato di quel sogno per riflettere su come quel sogno sia diventato nostro e si sia declinato, nel corso dei decenni, a nuove e sempre uguali speranze di popoli, di genti, di persone che si aspettano di essere riconosciute come tali, di avere diritto di cittadinanza in questo mondo, di poter operare in un pezzo di terra, una nazione dove far crescere i propri figli e le proprie figlie. Giovanni Arcidiacono, presidente dell’Ucebi (Unione Cristiana Evangelica Battista d’Italia) nella sua lettera circolare alle Chiese battiste nella ricorrenza di "I have a dream", osserva: "E’ un discorso che parla di diritti civili, di uguaglianza, di sogni e, purtroppo, nonostante siano passati 60 anni, risulta essere ancora fin troppo attuale, considerate le diseguaglianze sociali e civili che persistono in ogni parte del mondo". Gli fa eco, sulle pagine di Riforma, il settimanale delle Chiese Evangeliche Battiste, Metodiste, Valdesi, il pastore battista Massimo Aprile. Alla domanda su che né è stato di quel sogno a occhi aperti che, in 17 minuti, incendiò le coscienze di un intero paese, Aprile snocciola interrogativi che fanno riflettere: "Riusciamo a declinare un sogno che si ispiri ai principi della nostra Costituzione, compreso il ripudio della guerra di cui parla l’articolo 11? Riusciamo a immaginare un futuro che tuteli la vita per le future generazioni? Coltiviamo la fantasia politica di un sogno ad occhi aperti che includa gli immigrati, i più fragili, le minoranze?".

Quando Martin Luther King, poco prima di essere assassinato, parlò di sogni irrealizzati, citò Mahatma Gandhi, suo grande ispiratore sui temi della non violenza e della pace, citò Woodrow Wilson e la sua Lega della Nazioni, citò l’apostolo Paolo e tanti che vissero per un sogno che non videro mai diventare realtà. Ma sono i sogni, quelli irrealizzati, che non vanno abbandonati e muovono la storia: "riesco a sentire – disse King nel suo ultimo discorso, nel Tempio del vescovo Charles J. Mason, a Memphis il 3 aprile 1968 - una voce che grida: ‘Forse non sarà per oggi, forse non sarà per domani, ma è bene che sia nel tuo cuore. E’ bene che tu ci provi’. Magari non riuscirai a vederlo. Il sogno può anche non realizzarsi, ma è comunque un bene che tu abbia un desiderio da realizzare. E’ bene che sia nel tuo cuore". E’ la forza, la tenacia, la caparbietà della speranza in un mondo dove la diversità è un valore inestimabile.

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