Geopolitica dell'incertezza (I): Leadership sempre più muscolari
Riflessioni di ritorno dalle due giornate della Fondazione Marisa Bellisario a Santo Spirito in Sassia, Roma, parte prima
di Luisella Fassino

Ci sono incontri dai quali si torna con qualche certezza in più. E altri dai quali si torna con una valigia piena di domande. Non necessariamente una cattiva cosa, perché le domande, almeno, ci obbligano ancora a pensare.
Sono tornata da Roma, dal Seminario internazionale Donna, Economia & Potere, organizzato dalla Fondazione Marisa Bellisario, con molti spunti di riflessione e una sensazione piuttosto scomoda: alcune conquiste, considerate ormai parte del nostro patrimonio culturale e sociale, potrebbero essere meno solide di quanto ci piaccia credere.
Il titolo del seminario, Geopolitica dell'incertezza, non poteva essere più appropriato. Dei dodici tavoli tematici, quello al quale ho partecipato affrontava il rapporto tra leadership, imperialismo, aggressività e democrazia.
Siamo dinanzi a una rivincita del maschilismo?
Il diritto internazionale vacilla, la diplomazia fatica e la mediazione rischia di essere scambiata per debolezza. In questo scenario sembra riemergere un modello di leadership che identifica l'autorevolezza con la capacità di imporsi.
Flavia Perina, giornalista della Stampa, ha aperto il confronto con una domanda: stiamo assistendo a una rivincita del maschilismo?
Verrebbe da rispondere che qualcuno deve aver sentito la necessità di recuperare il terreno perduto. Ammesso, naturalmente, che ne avesse perso davvero così tanto.
Sulla scena internazionale, Putin esprime una leadership fondata sulla forza. Trump sembra aver introdotto nelle relazioni diplomatiche uno stile nel quale la superiorità si afferma talvolta attraverso l'umiliazione dell'interlocutore.
Sofia Ventura, politologa dell'Università di Bologna, ha ricordato come gli Stati Uniti, per ottant'anni potenza ordinatrice degli equilibri mondiali, sembrino oggi assumere talvolta un ruolo destabilizzante. Da ordinatori a disturbatori. Una trasformazione non da poco.
Eppure, mentre si affermano leadership muscolari, emergono figure femminili capaci di confrontarsi con la complessità geopolitica senza necessariamente riprodurre quei modelli. Penso a Maia Sandu in Moldavia e a Salomé Zourabichvili in Georgia, donne capaci di tenere testa alle pressioni russe con determinazione.
Non amazzoni, né versioni femminili del maschio dominante. Semplicemente donne autorevoli. Naturalmente sarebbe troppo comodo attribuire l'aggressività agli uomini e la mediazione alle donne. Come osservato dall'ex diplomatico Giulio Tonini, anche una leadership femminile può riprodurre modelli autoritari.
La questione, dunque, non è soltanto chi esercita il potere, ma come lo esercita. Perché comandare non significa necessariamente governare. E alzare la voce non significa avere ragione.
Le donne ai tavoli del potere. Ma il tavolo è davvero condiviso?
Abbiamo costruito strumenti normativi per favorire la partecipazione femminile alle decisioni. Eppure, proprio mentre queste conquiste sembravano consolidate, tornano a essere messe in discussione.
Flavia Giacobbe, direttrice di Formiche, ha richiamato le difficoltà delle leadership femminili europee, pur riponendo grandi speranze nella loro capacità di interpretare il presente. Del resto, viene spontaneo chiedersi se il fatto che alcune delle principali istituzioni europee sono guidate da donne possa avere qualche peso nel modo in cui Trump si rapporta all'Europa.
Non abbiamo elementi per trasformare il sospetto in una certezza. Ma la domanda, in un contesto come quello attuale, non appare del tutto fuori luogo. Intanto, basta accendere la televisione o osservare molti dibattiti pubblici, soprattutto politici, per accorgersi che i talk show continuano a essere popolati prevalentemente da uomini. Le donne, quando ci sono, sembrano talvolta ancora rappresentare la quota da rispettare, quasi fosse un adempimento amministrativo.
La legge Golfo-Mosca ha contribuito a correggere squilibri nella composizione dei consigli di amministrazione. Oggi, tuttavia, sotto la bandiera del Basta woke, qualcuno considera le azioni positive un privilegio contrario al merito. Curioso come il rigore meritocratico venga evocato con particolare entusiasmo proprio quando si discutono le opportunità delle donne.
Anche la politica italiana offre spunti di riflessione. Giorgia Meloni ed Elly Schlein, pur profondamente diverse, guidano organizzazioni nelle quali gli equilibri di potere rimangono largamente maschili. A destra si evoca il patriarcato mediterraneo, a sinistra pesano le correnti e le leadership storiche. Rivincita maschile o consuete lotte di potere? Non ho una risposta, ma trovo significativo che la domanda venga posta.
La fragilità delle democrazie
La senatrice Tilde Minasi ha ricordato che non conta soltanto quante donne raggiungano posizioni di responsabilità, ma quale modello di leadership siano capaci di costruire. Perché la parità non dovrebbe significare sostituire un uomo con una donna sulla stessa poltrona, lasciando invariato tutto il resto.
Ma c'è una questione ancora più profonda: la fragilità delle democrazie. Innocenza Zaffina, magistrata della Corte dei conti, ha richiamato il progressivo indebolimento dei contrappesi istituzionali. Chi aspira a esercitare un potere sempre più esteso tende inevitabilmente a considerare un fastidio le istituzioni chiamate a controllarlo. E così si mettono in discussione gli organi di garanzia, le autorità indipendenti, le sedi nelle quali il potere deve accettare di essere giudicato e non ultimo l’assegnazione del premio Nobel per la pace.
È emersa una parola particolarmente efficace: democratura.
Una democrazia che conserva le forme esteriori mentre perde progressivamente la propria sostanza. Si continua a votare, ma il pluralismo si restringe e i controlli si indeboliscono. L'avvocata Silvia Dragotta ha ricordato che il richiamo autoritario trova terreno fertile anche nella difficoltà delle democrazie a rispondere ai bisogni dei cittadini.
Difendere la democrazia significa quindi restituirle credibilità ed efficacia, come ha suggerito l'imprenditore Tommaso Greco, anche l'Europa dovrebbe ritrovare la propria forza nella cooperazione, anziché nella contrapposizione muscolare.
Torno così alla domanda iniziale: davvero gli uomini stanno cercando di riconquistare gli spazi delle donne?
Non so se sia questa la lettura corretta. Ma forse abbiamo commesso l'errore di pensare che il progresso fosse una strada a senso unico. I diritti, come la democrazia, non sono conquiste definitive, ed è proprio quando crediamo di poter smettere di difenderli, rischiamo di accorgerci che hanno già cominciato ad arretrare.











Commenti