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Dieci anni fa la liberazione di Domenico Quirico

di Tiziana Bonomo

Una foto di cronaca (tratta dal quotidiano il Manifesto) che risale al giorno successivo l'8 settembre 2013, data della sua liberazione, dopo cinque mesi di prigionia in Siria. Sono ancora in molti a ricordare la vicenda del protagonista della foto, il giornalista Domenico Quirico, inviato del quotidiano La Stampa, liberato insieme con il politologo ricercatore belga Pierre Piccinin. All’aeroporto di Ciampino ad accoglierlo c'erano l’allora ministro degli Esteri, Emma Bonino, il capo dell’Unità di crisi, Claudio Taffuri, e il segretario generale della Farnesina, Michele Valensise.

L’ 8 settembre 2023: un anniversario alla vita, alla vita ritrovata che sembrava persa, dimenticata. L'odissea di Quirico era cominciata il 9 aprile, tre giorni dopo il suo arrivo a Damasco. “Chiedo scusa”, aveva detto Quirico nella prima telefonata all'allora direttore del quotidiano Mario Calabresi, “per avervi fatto preoccupare, ma questo è il mio giornalismo. È stata una terribile esperienza, cinque mesi sono lunghi, ma ce l’ho fatta. Mi sembra di essere stato su Marte, adesso sono tornato sulla terra e ho appreso alcune notizie di come si è evoluto il mondo. Chiedo scusa ma tu sai qual è la mia idea di giornalismo, di andare dove la gente soffre e ogni tanto tocca soffrire come loro”.

L'immagine del ritorno in Italia di Quirico l’ho vista per la prima volta tre anni dopo l’episodio, quando il moderatore di un incontro sull’immigrazione ha preso spunto dal libro Esodo di Domenico Quirico. Ho il ricordo di un uomo che aveva ancora voglia di tirare fuori la rabbia accumulata. A livello personale, non nego di aver provato imbarazzo, perché mi ero resa conto che la notizia del suo sequestro non si era sedimentata nella mia memoria. Da quel momento, avidamente, ho raccolto informazioni, cercato i video, soprattutto quelli del suo arrivo in Italia, quello delle sue figlie, quelli successivi delle dichiarazioni in pubblico. Ho anche esplorato e conosciuto vicende analoghe di altri reporter. E ciò mi ha aiutato a comprendere quanto quelle vicende sia riduttivo relegarle ad un fatto di cronaca, perché esse pongono l’accento su quanto sia rischioso il mestiere di inviato di guerra e di qualsiasi fotoreporter che va “al fronte”.

È un dovere ricordare chi come Quirico rischia per testimoniare la realtà, per documentare guerre, conflitti, situazioni al limite dell’umano. La sua storia, e questa foto lo testimonia, è finita bene, ma per molti l’epilogo è stato drammatico: il giornalista americano James Foley, 40 anni, fu decapitato da un carnefice dell’Isis, in diretta video, il 14 agosto del 2014; 4 marzo del 2005, la liberazione (misteriosa) della giornalista de il manifesto, Giovanna Sgrena, finì in un bagno di sangue con la morte dell'agente del Sismi Nicola Calipari e il ferimento di altri militari. Molti reporter rischiano la vita per far sapere a noi cosa succede nel mondo. E sono testimonianze che si accompagnano ad una realtà che vede coinvolte altre professioni, dai cooperanti ai i religiosi e i volontari, donne e uomini che cercano di aiutare chi è in situazioni disperate. Un esempio di cooperante morto durante il sequestro è Giovanni Lo Porto, così come rimane misteriosa la scomparsa da oltre dieci anni di Padre Dall’Oglio, un padre gesuita che aveva fatto della sua comunità in Siria un luogo di accoglienza interreligiosa.

Un rapimento può avere scopi diversi: denaro, scambi, sostituzioni, dimostrazione di forza, vendetta. Il sequestro subito da Domenico Quirico è stato organizzato da uomini che trattano altri uomini come bestie, che tentano di dimostrare con la forza, con la violenza la loro superiorità e la loro capacità di saper dominare. “Sono state settimane e mesi di grande preoccupazione – aveva dichiarato Bonino – I contatti accesi hanno avuto un periodo di mancata comunicazione, e naturalmente la preoccupazione di tutti cresceva. Per Quirico abbiamo sempre avuto elementi di speranza perché i contatti si accendevano e si spegnevano, ma andavano solidificandosi, e alla fine si sono dimostrati solidi”.

Come è riuscito Quirico, e altri come lui, a vivere di fronte alle false esecuzioni di morte, alle botte, ai continui cambi logistici, all’assenza di sonno, di cibo? Come avrà vissuto Quirico in quei cinque interminabili lunghi irrespirabili mesi? Come vivono i giornalisti che subiscono le stesse punizioni? Nella foto, Quirico tiene stretto tra le mani un sacchetto. Mi viene da pensare che dentro, forse contenga la sua terribile esperienza, l’angoscia accumulata, i visi dei rapitori, i luoghi dove ha dormito, i volti degli anziani e dei bambini avvolti dal Male, i suoni dei bombardamenti, l’odore della polvere, del terreno carico di nauseabondi odori, le parole, i pensieri di quei 152 giorni.

Concludo con una citazione diretta di Domenico Quirico: "[ricordo] solo che il macellaio ammazzava anche esseri umani. L’ho visto quando andava a scegliere i prigionieri, mi faceva portare lì perché era quella la sua pedagogia: io dovevo vedere per raccontare. L’ho scoperto dopo. Allora non sapevo: immaginavo un gioco crudele per mostrarmi quale sarebbe stata la mia fine. Ricordo, bene: alcuni li massacrava a colpi di bastone, qualche volta, ma solo ogni tanto, non so perché, vibrava un colpo solo alla nuca e morivano subito. Altre volte infieriva, erano a terra, guaivano di dolore, un sibilo, niente di più che filtrava tra denti bocca mandibole spezzati saltati via le ossa già fracassate, il volto ridotto a un grumo colaticcio di sangue. Ma questo era niente: è adesso che devi guardare. Perché era allora che tirava fuori il coltello e li sventrava in modo che i visceri, la coratella pendevano dalla loro pancia squarciata prima ancora che il cuore avesse cessato di battere. Per il condannato e io lo ero, purtroppo, il carnefice non è mai un estraneo... Poi c’erano gli specialisti, anche quelli mi hanno mostrato in azione. Capaci di strappar gli occhi ad un vivo con un colpo solo di coltello, come si toglie l’osso a una pesca matura. Hanno ragione i superstiti dei lager e dei gulag: il superstite scrive perché non può fare altrimenti. Se tacesse sarebbe disperatamente solo, isolato, faccia a faccia con quello che ha vissuto. È l’orrore fatto parola, messo su un foglio che lo aiuta a parlare con gli altri.”[1]


Note

[1] Tiziana Bonomo, ll fascino dell’imperfezione. Dialoghi con Domenico Quirico. Jaca Book


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