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Capacità e fortuna del ministro Di Maio

Aggiornamento: 21 set 2022

di Menandro


Non sempre accade che le capacità di un essere umano si abbinino al momento giusto nel posto giusto con la fortuna. Raro, ma possibile. L’esempio più concreto è offerto da Luigi Di Maio, grillino in attesa di giudizio (del suo partito, il Movimento Cinquestelle, per l’invio delle armi all’Ucraina), ministro degli Esteri, dopo essere stato ministro del Lavoro e vicepresidente del Consiglio nel primo governo Conte. Di Maio è l’uomo, infatti, che affacciandosi al balcone (non quello di palazzo Venezia, anche qui, per sua fortuna) annunciò al mondo di aver sconfitto la povertà con l’introduzione del reddito di cittadinanza. Annuncio lodevole che si meritò all’istante le attenzioni dei principali network internazionali incuriositi dalla soluzione dell’azzeramento della povertà, un autentico uovo di colombo fino a quel momento ignorato anche dalle grandi socialdemocrazie del nord, di cui è nota l’esperienza in materia di Welfare. Alle domande degli inviati, attratti e stupiti della legge di sostegno ai disoccupati da parte di un Paese con un debito pubblico tra i più alti dell’Occidente, Luigi Di Maio aveva replicato il nulla in ordine sparso ai quesiti, ma con la disinvoltura insuperabile di chi usa l’italiano con licenza di uccidere congiuntivi e condizionali e, secondo una speciale deroga grammaticale concessa soltanto ai ministri della Repubblica dalle elezioni del 2018, anche i tempi dell’indicativo. Ma in quello stesso istante, grazie ai contatti della International press, Luigi Di Maio fu folgorato da un’altra intuizione, decisiva per il proseguimento della sua già formidabile carriera all’ombra del comico pentastellato: si sarebbe seduto più presto che tardi su una delle poltrone più ambite d’Italia, quella della Farnesina, il ministero degli Esteri. Qualcuno gli fece notare con gentilezza e tatto che non conosceva l’inglese, che zoppicava in geografia, che aveva mostrato qualche lacuna anche in storia, elemento e materie fondamentali per muoversi con autorevolezza nelle raffinate ed esclusive stanze della diplomazia. In precedenza, infatti, Luigi Di Maio si era distinto per aver fatto bagnare le coste della Russia dal Mar Mediterraneo, che noi tutti credevamo nostrum, ma che il non ancora apologeta dell’Atlantismo (dichiarazioni di ieri) e dell’Unione Europea (affermazioni sempre di ieri) aveva evidentemente consegnato (geograficamente parlando) al presidente della Federazione Russa Vladimir Putin, forse (a pensare male degli altri si fa peccato, ma spesso si indovina) guardando all’incasso futuro di un endorsement del Cremlino. Della serie meglio portarsi avanti con i lavori, tanto più che il governo di cui era esponente di rilievo godeva fama di sovranismo e populismo per la presenza di un Salvini in gran spolvero nelle relazioni con le banche russe disponibili a finanziare il suo partito. Tra l’altro, i timori sulle sue scarse conoscenze dell’Atlante (non dell’Atlantismo, perché a quello si pone rimedio con la fedeltà e le giravolte) erano più che giustificati e oggetto di facili ironie, soprattutto da quando aveva associato il generale Augusto Pinochet al Venezuela, anziché al Cile, dove il capo delle forze armate cilene si era reso protagonista di un sanguinoso colpo di Stato e dell’uccisione del presidente Salvator Allende l’11 settembre del 1973. A sua discolpa, qualcuno avanzò all’epoca la giustificazione della giovane età di Luigi Di Maio, classe 1986, i suoi studi classici e in particolare l’impegno a tempo pieno dell’insulto di professione (non del rivoluzionario, sia chiaro) nelle piazze italiane; impedimenti seri per la frequentazione delle aule universitarie, magari con qualche esame di geografia e di storia contemporanea. Obiezione generosa che si guadagnò una storica replica: se l’ignoranza è facoltativa, l’istruzione è obbligatoria; doppiamente obbligatoria se si è vittima dell’ansia da prestazione di parlare a ogni costo… Con onestà, però, si deve riconoscere a Luigi Di Maio di essere l’unico italiano, come è stato già rilevato, ad aver individuato le potenzialità di una delle “creature” più fallimentari della legge sul reddito di cittadinanza: il navigator. Perché è stato proprio quella creatura, misteriosa ed estranea sopratutto ai disoccupati, ad indirizzarlo alla Farnesina. Ne siamo contenti. Lui è la dimostrazione vivente che uno su mille (o un po’ di più) ce la fa. Se migliaia di giovani laureati, riluttanti o meno alle raccomandazioni, sono costretti ad emigrare alla ricerca di un posto dignitoso e paghe corrispondenti al titolo di studio, a Luigi Di Maio, invece, figlio primigenio dell’Italia del “vaffa”, è stata data l’opportunità di migliorarsi, senza la necessità di ungersi le mani d’olio “nell’aprire il Parlamento come una scatola di tonno”, come promesso dai grillini. Un vantaggio, quello d’olio, non marginale, almeno nell’abbigliamento. Infatti, i panni del vestito d’ordinanza per i coraggiosi “vaffa” di piazza, attenti osservatori come Piero Ignazi (“Domani”, 20 giugno) gli riconoscono oggi una raffinata ricercatezza nello stile dei suoi abiti e un inglese brillante, segno di un serio impegno a tutto campo nella ricostruzione della propria immagine fuori e dentro il Paese. Di questo passo, siamo convinti che saprà citare anche a memoria tutti i mari che bagnano la Russia e ricordare tutti i dittatori dell’America Latina (elenco lungo) assegnando il luogo esatto delle loro nefandezze. Non siamo altrettanto certi che gli basterà però una laurea in Storia per elencare anche le interferenze (del passato, ovviamente) di una superpotenza che ha esercitato la propria egemonia sul Continente sudamericano in virtù dell’antica dottrina Monroe. Per colmare tale lacuna è indicata più l’iscrizione a un Master. Ma per Luigi Di Maio, fedele all’Alleanza Atlantica, non dovrebbe rappresentare un ostacolo insormontabile. Gli sarà sufficiente rivolgersi al segretario generale della Nato Jens Stoltenberg per essere indirizzato ai corsi primari (filone europeo) su “Strategia della tensione” e tentativi di colpi di stato in Italia, sovvertimento della democrazia in Grecia da parte di colonnelli felloni, contrasti con la Francia gollista su autonomia e sovranità, corruzione nella Spagna franchista e nel Portogallo del dittatore Salazar, pressioni sul primo ministro svedese Olof Palme. Si prefigura un’estate davvero piena per il ministro degli Esteri Luigi Di Maio.

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