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A colpi di... Patrimoniale: l'ultimo "assist" Pd al governo (confuso) di Giorgia Meloni

di Gian Paolo Masone


Il tema della patrimoniale è tra quelli che suscitano più facilmente un’immediata contrapposizione ideologica tra favorevoli e contrari e favoriscono - se si è scevri da preconcetti - l'approfondimento.[1] La polarizzazione è nata a prescindere dalla conoscenza tecnica di come la misura verrebbe effettivamente concepita: si tratterebbe di un’imposta una tantum o strutturale? Colpirebbe tutti gli asset finanziari visibili sui conti correnti o solo i beni immobili? Quali fasce di ricchezza verrebbero coinvolte?

Si badi che, a seconda della sua configurazione, gli impatti sarebbero radicalmente diversi e potrebbero scompaginare le fila dei sostenitori e degli oppositori. Il dibattito attuale, tuttavia, appare schiacciato dalle appartenenze politiche: se a sinistra si cede spesso al fascino etico di "togliere ai più ricchi", a destra si erge un muro dogmatico a difesa della proprietà privata. Per superare questo scontro senza compromessi, è più utile chiedersi preliminarmente se un'eventuale imposta patrimoniale si inserirebbe in un quadro di coerenza sia rispetto alle politiche economico-finanziarie dell'attuale esecutivo sia rispetto al sistema impositivo in essere


Soluzioni alternative forti: lotta all'evasione fiscale e riordino del catasto

La storia fiscale italiana insegna che il ricorso a una tassazione straordinaria sui patrimoni è un evento eccezionale, legato a momenti di profonda rottura sistemica. Sostanzialmente, si contano solo tre precedenti: l'imposta straordinaria sul patrimonio del 1920 per gestire i debiti del primo dopoguerra, l'imposta straordinaria proporzionale del 1947 per la ricostruzione post-bellica. il celebre prelievo forzoso del 0,6% (6 per mille) sui conti correnti varato nella notte del 10 luglio 1992 dal governo Amato, per evitare il default finanziario dello Stato in piena tempesta valutaria (un prelievo che fruttò circa 5.250 miliardi di lire dell'epoca).

In tutti questi casi, l'Italia si trovava ad affrontare emergenze severe che minacciavano la tenuta stessa della nazione. Oggi la situazione è profondamente diversa e un'imposta straordinaria non appare giustificata, poiché lo Stato ha a disposizione leve alternative e strutturali per aumentare le entrate o ottimizzare le uscite, rimaste parzialmente inutilizzate.

In particolare, faccio riferimento alla lotta all'evasione fiscale: secondo la Relazione sull'economia sommersa e sull'evasione fiscale del MEF, il "tax gap" complessivo in Italia si aggira intorno agli 83 miliardi di euro annui. Recuperare stabilmente anche solo una frazione della plateale evasione diffusa genererebbe risorse superiori a qualsiasi patrimoniale estemporanea. Anche il riordino del catasto potrebbe portare benefici immediati: le rendite catastali sono ferme a valori degli anni '80; secondo i dati di Banca d'Italia e Agenzia delle Entrate, in molte aree urbane il valore di mercato degli immobili è superiore da 2 a 3 volte rispetto al valore catastale, creando enormi iniquità e una base imponibile fortemente distorta.

A tacere di altri campi di intervento vorrei insistere sulla necessità di una revisione della spesa (Spending Review): la spesa pubblica potrebbe essere declinata meglio. Come evidenziato nelle relazioni della Corte dei Conti sul monitoraggio del PNRR, l'efficacia moltiplicativa degli investimenti è frenata da ritardi burocratici e frammentazione dei progetti, a dimostrazione del fatto che il problema italiano spesso non è la carenza di fondi, ma la capacità di spenderli in modo efficiente.


Un fantasma: la tassazione delle rendite finanziarie

L’adozione di una patrimoniale esprime la volontà politica di colpire i cittadini più abbienti in nome dell'equità. Se questo è l'obiettivo, emerge una forte contraddizione interna al nostro sistema tributario, che i governi di ogni colore politico continuano a tollerare che è quella riguardante la tassazione delle rendite finanziarie.

Attualmente, l'aliquota sui capital gain e sugli interessi è una flat tax al 26% (ridotta al 12,5% per i Titoli di Stato). Questa impostazione colpisce nello stesso identico modo il piccolo risparmiatore che possiede 20.000 euro in titoli e il grande investitore che detiene un portafoglio da milioni di euro, ignorando qualsiasi principio di progressività.

Più in generale, l'idea di introdurre una tassazione sui grandi patrimoni stride con la progressiva estensione delle tasse piatte (flat tax), o l'innalzamento del tetto a 85.000 euro per le partite IVA in regime forfettario. Questa tendenza alla frammentazione delle aliquote, secondo autorevoli costituzionalisti e secondo le periodiche audizioni dell'Ufficio Parlamentare di Bilancio, svuota progressivamente l'Irpef e rischia di inficiare il principio di progressività del sistema tributario sancito dall'Articolo 53 della Costituzione.

D’altra parte, la scarsa coerenza fiscale dell'attuale esecutivo trova una conferma evidente nella parabola normativa della "tassazione degli extraprofitti bancari", dove si è assistito a un netto corto circuito logico e strategico nel giro di pochi mesi[2].


Le condizioni per un sì

Alla luce di questa analisi, sarei favorevole all’introduzione di un’imposta Patrimoniale solo se inserita in un quadro organico e non punitivo, subordinata a sei precise condizioni:

  • destinazione vincolata: l’intero introito deve essere destinato esclusivamente al finanziamento di politiche giovanili (istruzione, incentivi all'occupazione, sostegno all'imprenditoria under 35, edilizia universitaria) e non disperso nel calderone della spesa pubblica corrente.

  • riforma fiscale complessiva: l'imposta deve situarsi all'interno di un riordino strutturale del fisco che restituisca coerenza al sistema, il che implica un drastico ridimensionamento delle flat tax settoriali per ristabilire l'equità orizzontale tra lavoratori dipendenti e autonomi.

  • basi imponibili aggiornate e reali: la Patrimoniale non deve basarsi sulle distorsioni storiche attualmente censite dal Fisco: deve prendere a riferimento la ricchezza finanziaria reale e, sul fronte immobiliare, basarsi esclusivamente su valori catastali preventivamente aggiornati ai correnti valori di mercato.

  • natura temporanea: poiché i cittadini onesti pagherebbero l'imposta su una ricchezza derivante da redditi già ampiamente tassati alla fonte (Irpef), e data la compresenza di altre imposte patrimoniali reali già in vigore (in primis l'IMU, che garantisce ai Comuni circa 22 miliardi di euro all'anno), la misura deve avere un carattere strettamente temporaneo e straordinario, finalizzato a uno shock positivo per il Paese.

  • quoziente familiare: il patrimonio di cui tener conto dovrebbe tener conto del patrimonio complessivo dei familiari conviventi sia per evitare pratiche elusive che per ragioni equità.

  • cessazione di ogni tipo di condono esplicito o mascherato sotto forma di rottamazione.

A queste condizioni la tassazione potrebbe partire, con un’aliquota iniziale bassa, anche per patrimoni di alcune centinaia di migliaia di euro.


Il mistero che rimane

Che cosa abbia indotto la Segretaria del PD a buttare nell'agone politico l’argomento patrimoniale senza averlo concordato con gli organi dirigenti del proprio partito, e senza averlo inserito in un quadro economico generale, resta un mistero. Il governo Meloni, che pure ha registrato un incremento della pressione fiscale su livelli record, ha ricevuto così in dono l’eccellente opportunità politica di spostare l'attenzione, accusando l’opposizione di voler aumentare le tasse sui risparmi degli italiani.


Note

[2]La misura del 2023, nata sotto una spinta populista per redistribuire la ricchezza, è stata convertita in un meccanismo che ha finito per blindare i patrimoni delle banche, aumentando la loro solidità e la loro capitalizzazione (un incentivo indiretto a future aggregazioni e fusioni). Pochi mesi dopo, il governo ha fatto marcia indietro, rinunciando alla tassazione degli extraprofitti e riducendo l'intervento a un mero prestito di liquidità forzoso a breve termine.

 

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