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Vigilia del 7 ottobre: la necessità di riconoscere l'altrui dolore

1 giorno fa
Tempo di lettura: 5 min

di Maria Teresa Fenoglio


Il 7 ottobre del 2023, Hamas e altri gruppi armati uccisero circa 1.200 persone di nazionalità israeliana, in maggioranza civili, e trascinarono con sé  251 ostaggi, di cui solo 87 tornarono vivi: giovani a un festival musicale, famiglie nelle loro case, abitanti dei kibbutz. Le violenze furono feroci, bersagli innocenti come lo sono da sempre le vittime di rappresaglia. In quella stessa data, a tre anni di distanza, è stata indetta a Torino una manifestazione per la denuncia e la fine del genocidio di Gaza. Una voluta sovrapposizione che finisce per celebrare il fronte “resistente” incarnato da Hamas, individuato dagli organizzatori come un agente di riscatto in cui identificarsi, a riprova, evidentemente, che le vite israeliane, poiché appartenenti al fronte del “nemico”, non meritano lutto e menzione.

Il principio di chi sta, o si colloca, “dalla parte del giusto” ancora una volta annulla quello della appartenenza a una comune umanità. Le vittime altrettanto innocenti di Gaza - oltre 70mila insieme con centinaia di migliaia di feriti e dispersi, vengono brandite a giustificazione di quell’orrore, scudi umani della ideologia, disumanizzate a loro volta e consegnate al vuoto ruolo di simbolo.


La prima causa di un conflitto permanente è l’innestarsi della catena di odio

Ogni dolore ignorato diventa umiliazione, l’umiliazione alimenta rabbia e desiderio di rivalsa, la rabbia rende più facile vedere nell’altro soltanto un nemico. Una piazza nata per denunciare la sofferenza palestinese può finire per rafforzare proprio la convinzione su cui prosperano le politiche di guerra: che dall’altra parte nessuno riconosca la nostra umanità e che soltanto la forza possa proteggerci.

Molte purtroppo sono le coscienze che si alimentano del conflitto permanente. Il conflitto è spesso la sola dimensione in cui si riesce ad ancorare la propria identità ricavandone una sospensione dello stato di angoscia. Far coincidere la data di un massacro con la rivendicazione del dolore “giusto”, del dolore legittimo, a fronte di altri dolori considerati non legittimi, perpetua le ferite,  alimentando una reazione a catena tragica e irresponsabile.  

Poiché la pace comincia dalla capacità di impedire che il nostro dolore diventi una ragione per cancellare quello dell’altro, se davvero si vuole porre fine alle indicibili sofferenze palestinesi, si dovrebbe iniziare a non contrapporre, negandolo, il lutto israeliano, cominciando col condannare le azioni di chi lo ha provocato. Questo non vuol dire distribuire eguali responsabilità ai due fronti di lotta. Le condizioni storiche e politiche dei due popoli sono diverse, diversissima l’entità  del loro potere. Esse devono essere denunciate con precisione ed hanno il diritto di venire emendate.

Ma la tragedia dell’occupazione, l’oppressione dei palestinesi e la sproporzione delle forze non scompaiono quando riconosciamo la sofferenza degli israeliani, così come  la strage del 7 ottobre non giustifica la punizione inflitta a una intera popolazione. Ma proprio la capacità di distinguere le responsabilità dovrebbe consentirci di vedere le persone oltre la omologazione al fronte nemico, senza attribuire a ogni civile le colpe di un governo o di un’organizzazione armata.

Riconoscere un dolore non significa sottrarre qualcosa all’altro, come se la compassione fosse una risorsa limitata, da riservare alla propria parte. Una madre palestinese non riceve maggiore giustizia se una madre israeliana viene lasciata sola nel suo lutto. Il dolore di quest’ultima non diventa più degno se viene usato per rendere accettabile la morte dei bambini di Gaza.

La sofferenza negata può irrigidirsi in una richiesta incessante di riconoscimento. Quando nessuno sembra ascoltarci, possiamo arrivare a pensare che soltanto la sconfitta dell’altro dimostrerà che avevamo ragione, che ciò che abbiamo subito era reale. La ritorsione è una riparazione illusoria: produce nuove vittime, nuovi lutti e nuove ragioni per vendicarsi.


Gli esempi di Sudafrica e Irlanda del Nord

La storia offre esempi di tentativi concreti di interrompere questo circuito. In Sudafrica, dopo l’apartheid, la Commissione per la verità e la riconciliazione diede spazio pubblico alle testimonianze delle vittime e alla ricostruzione delle violenze. Il riconoscimento di ciò che era accaduto entrò nel processo di costruzione della nuova convivenza. Al di là di ogni idealizzazione e nonostante i problemi rimasti irrisolti,  quell’esperienza è rimasta a testimoniare che la pace non si costruisce a scapito di chi è stato umiliato e colpito.

Anche l’Accordo del Venerdì Santo del 1998, in Irlanda del Nord, riconobbe la necessità di affrontare la sofferenza delle vittime della violenza come parte della riconciliazione. La pace richiedeva accordi politici, garanzie e nuove istituzioni, ma anche attenzione alle vite ferite da decenni di conflitto. Le memorie non diventavano identiche, né sparivano i dissensi. Si cercava tuttavia di costruire una convivenza nella quale quelle differenze non autorizzassero più a uccidere. Del resto, la consapevolezza delle conseguenze della catena dell’odio è presente anche tra israeliani e palestinesi.

Il Parents Circle–Families Forum riunisce familiari di persone uccise nel conflitto. Attraverso l’incontro e il racconto delle proprie perdite, cerca di rendere riconoscibile l’umanità di chi appartiene all’altra parte. Nella stessa direzione vanno i Combatants for Peace, un movimento nato dall’incontro fra ex soldati israeliani ed ex combattenti palestinesi che hanno scelto la nonviolenza; le Women Wage Peace e Women of the Sun, due movimenti autonomi, uno israeliano e uno palestinese, che hanno stretto una collaborazione; la Road to Recovery, “strada verso la guarigione”, in cui Volontari israeliani, in collaborazione con volontari palestinesi, accompagnano pazienti palestinesi, soprattutto bambini, dai checkpoint agli ospedali israeliani e ritorno.

E ancora, le organizzazioni Standing together, che dopo il 7 ottobre ha organizzato iniziative di solidarietà nelle città miste, mobilitazioni per il cessate il fuoco e il ritorno degli ostaggi e che nel 2024 ha costituito una “guardia umanitaria” per contrastare i tentativi di bloccare i camion di aiuti destinati a Gaza e ha promosso raccolte di viveri, e infine realtà come il villaggio Neve Shalom, Oasi di pace, costruito sui principi della  pace  per la convivenza.

Se ci pensiamo, pur con tutte le differenze di scala, qualcosa di questa dinamica si ritrova nei conflitti più vicini a noi, come quelli domestici. In certe separazioni, due persone finiscono per dedicare anni a dimostrare chi abbia sofferto di più. Ogni episodio diventa una prova, ogni concessione sembra una resa. Anche i figli possono essere chiamati a confermare il torto subito da un genitore. Il legame continua attraverso l’accusa: ci si è separati, ma si resta per sempre vincolati dal giudizio e dalla sconfitta dell’altro. L’ammissione della ferita dell’altro non risolve una controversia, ma può consentire di affrontarla senza dover continuamente dimostrare che il proprio dolore esiste e merita ascolto. L’esito possibile è una separazione più giusta, con confini che proteggano entrambi e soprattutto i figli.

Dove ci sono violenza e sopraffazione, tuttavia, chiedere alla vittima di comprendere chi la maltratta può diventare un’ulteriore imposizione. È il piano collettivo che può quindi fare da contenitore e sfondo per l’evoluzione di un conflitto che altrimenti sarebbe irrisolvibile.

La funzione del “terzo” è l’elemento chiave: istituzioni, regole e luoghi di parola capaci di sottrarre il conflitto alla sola relazione tra nemici, un ruolo questo un tempo esercitato, pur con dei limiti, dalle grandi Organizzazioni internazionali come l’ONU e da organismi come  la Corte Penale Internazionale. Ma anche da forti principi istituenti, come la Dichiarazione Universale dei diritti Umani, che data al ‘48.

Ma al di là di questo, la responsabilità ce l’ha anche la piazza: laddove pubblicamente vengono ribaditi confini tra chi ha diritto a veder riconosciuta la propria sofferenza e chi no, i popoli in conflitto saranno trascinati nell’ autodistruzione. Anche uno slogan conta, anche una data.

Il riconoscimento può cominciare  senza dover essere per forza  ricambiato. Chi si batte per la pace ha la possibilità di compiere questo primo passo, pur continuando a denunciare con fermezza crimini e responsabilità.

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