Naza e la domanda universale che ti toglie il respiro: chi siamo noi?
di Caterina Mele

Il film dei registi israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor, Naza, che in questi giorni sta avendo un grande successo di pubblico nelle sale italiane (e non solo), è in realtà un docufilm d’inchiesta su quanto accaduto nella Striscia di Gaza dall’ottobre 2023, sui bombardamenti e sulle uccisioni di massa della popolazione civile perpetrati dall’Idf (Israel Defence Forces).
La proiezione del film ha, tra gli altri, il merito di riportare l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale su Gaza e sulla Palestina, perché da quando il sedicente Board of Peace del presidente americano Donald Trump ha annunciato il cessate il fuoco a Gaza nell’ottobre 2025, le uccisioni non sono mai cessate, sono solo diminuite di intensità. Nell’ultimo anno sono morte almeno 1.400 persone, a causa delle frequenti violazioni del cessate il fuoco[1], che continuano ad accanirsi su donne e bambini, e sulle tende dei profughi.
Il 23 settembre scorso, a margine dell’Assemblea ONU a New York, il Board of Peace si è riunito per presentare gli ultimi piani finanziari elaborati per la ricostruzione della Striscia, basati su un budget di 2,45 miliardi di dollari (invece dei 6 inizialmente promessi)[2] da raccogliere tra i Paesi invitati alla riunione. Ricordiamo che il Board of Peace non ha nulla a che fare con l’ONU ma è un organismo internazionale unilaterale statunitense, presieduto a vita dal presidente americano, che ha poteri di revoca e nomina discrezionali sui membri. Ad esso aderiscono i Paesi che ne hanno firmato lo statuto su invito degli Stati Uniti. Quasi tutti i Paesi europei hanno declinato, l’Italia invece ha aderito come Osservatore, qualsiasi cosa ciò significhi.
In ogni caso tale piano, qualora vi fosse una volontà reale di applicazione, è senza data di inizio e senza reale copertura economica, apparendo totalmente insufficiente e sottodimensionato a riparare anche soltanto i danni più rilevanti alle infrastrutture.
Il 92 per cento degli edifici distrutto o danneggiato
Giova ricordare che secondo le ultime stime delle Nazioni Unite, il 92% degli edifici è stato distrutto o danneggiato, i detriti ammontano a 68 milioni di tonnellate[3]. Per rimuoverli occorreranno fino a 15 anni e decine di miliardi di dollari (i rapporti ONU indicano oltre 70). Sempre secondo le stime ONU[4] migliaia di corpi (fino a 10.000) sono ancora sepolti sotto le macerie, l’acqua potabile scarseggia, il terreno è contaminato dai residui degli ordigni bellici, alcuni inesplosi, metalli pesanti e ogni tipo di veleno causato dalle bombe, le infrastrutture idriche e fognarie non esistono più e la popolazione è costretta a vivere in tende e altri rifugi di fortuna perché gli edifici e ogni altra struttura (ospedali, scuole, università) sono stati completamente distrutti come pure il terreno agricolo, le industrie e gli ecosistemi ambientali insieme alle testimonianze storico-archeologiche di 4000 anni di storia. Ognuno di noi può farsi un’idea della distruzione totale nella Striscia attraverso le immagini di Google Earth. Oltre 74mila vittime, ma il numero potrebbe essere superiore, più di 170.000 feriti. La vita a Gaza oggi è quanto mai simile all’inferno dantesco.
Di fronte a tutto questo ognuno di noi, dotato di un minimo di coscienza e di umana empatia, rimane attonito e si chiede come sia possibile che esseri umani possano infliggere tali orrori ad altri esseri umani. Il film Naza ci offre alcune chiavi di interpretazione, la prima è quella “banalità del male” individuata da tempo da Hannah Arendt[5]. Il diverso, l’altro, il palestinese in questo caso, non è visto come una persona ma è altro, non umano, forse nemmeno subumano, è Naza, un danno collaterale. Un danno quindi ininfluente, subordinato alle ragioni del conflitto, che richiedono di uccidere tutti i Naza, anche se ci sono bambini che si trovano per caso vicino al bersaglio. Tutti i palestinesi sono potenziali Naza, individuati e catalogati da un sofisticato algoritmo di sorveglianza digitale che scruta persino i telefoni dei bambini.
Uccidere come in un videogiochi
Gli ufficiali dell’Idf che pianificano i bombardamenti a distanza e agiscono attraverso un software che funziona come un videogioco non sono mostri diversi da noi, sono anche loro esseri umani, ma sono divenuti incapaci di qualunque empatia, perché ciò che distruggono sono solo Naza, non persone, anche se vivono a soli 70 km da loro. Qui emerge anche un altro elemento che appartiene totalmente al nostro tempo, il campo di battaglia “virtuale”.
Coloro che dentro una stanza con un click e una tastiera danno un ordine che comporta la distruzione di interi edifici e isolati e migliaia di morti, non possono realmente vedere o sentire i corpi che si disintegrano, il sangue che scorre, il fumo pestilenziale, la disperazione e le grida di dolore dei sopravvissuti. La guerra ibrida combattuta con droni dotati di algoritmi di intelligenza artificiale o con sofisticatissimi sistemi di arma e puntamento, permette di allontanare la percezione, dall’orrore della distruzione e della morte anche se la si vede, da chi la commette.
Primo passaggio: disumanizzare
Come ha dimostrato la sanguinosa storia del Novecento, con la Shoah, ma anche con le dittature cilena e argentina, e in Europa il più recente genocidio di Srebrenica, il primo passo per la disumanizzazione è percepire o individuare l’altro come diverso, giocando con la paura. La diversità di cultura, di etnia, di religione è considerata una potenziale minaccia e sarebbe compito degli Stati che si definiscono democratici attuare politiche e azioni di vera inclusione e di giustizia sociale, al fine di attenuare i pregiudizi e rendere possibile e pacifica la convivenza. Al contrario oggi nelle civilissime democrazie occidentali soffia un vento che cerca il consenso attraverso la paura e l’emarginazione del diverso o dell’altro. Questo vento che minaccia di diventare tempesta è attraversato da forti folate autoritarie e antidemocratiche che rischiano di smantellare le conquiste umane e civili ottenute faticosamente dopo la catastrofe della II guerra mondiale. La guerra ha bisogno di un nemico, chi accetta di essere un ingranaggio nei sistemi di morte e distruzione non deve più vedere l’altro come una persona, ma come qualcosa di diverso, non umano, un Naza appunto.
Tutto ciò non significa che chi compie delle atrocità possa giustificare la sua condotta, come tentano di fare alcuni degli ufficiali intervistati nel film, opponendo che stavano solamente eseguendo degli ordini, in modo non dissimile dai criminali di guerra di ogni tempo, da Norimberga in poi. La responsabilità, soprattutto nel nostro tempo come ha ben argomentato Hans Jonas[6], è un dovere morale di ognuno di noi e non può essere delegato ad altri. E questo vale per tutti, non solo per chi è coinvolto direttamente nella guerra ma vale per il sistema finanziario, economico e tecnico che sostiene l’apparato bellico, i singoli scienziati e tecnici che ne fanno parte; i mercanti delle armi grandi e piccoli, gli Stati con i loro governi e le loro istituzioni, comprese le Università.
Primo contrasto: non essere indifferenti
Uno degli ufficiali, dopo un viaggio in Polonia in cui ha visto i campi di concentramento a testimonianza dell’Olocausto, ad un certo punto si chiede “chi sono io?” Questa domanda è universale. Chi siamo noi? Chi sono io? Un ingranaggio di un sistema a cui non posso e non voglio oppormi, anche se percepisco un’ingiustizia, oppure sono un essere umano, libero intellettualmente, capace di pensare e scegliere con convinzione e coraggio la via di un futuro di pace e di giustizia sociale? Le recenti e preoccupanti derive belliciste dell’Unione Europea, totalmente in contrasto con quelle in apparenza perseguite fino a pochi anni fa, basate su obiettivi di welfare e su uno sviluppo pacifico e sostenibile, possono essere fermate solo se decideremo di non essere indifferenti nei confronti di tutto quello che sta accadendo intorno a noi, in Medioriente, in Cisgiordania, a Gaza e anche in Ucraina. Come cittadini consapevoli e dotati di responsabilità individuale possiamo esercitare la nostra libertà di scelta per un futuro di giustizia e di pace per noi, i nostri figli, i nostri nipoti e per quelli degli altri, altrimenti potremmo diventare presto ingranaggi imbelli di un sistema disumanizzante, oppure anche noi Naza, danni collaterali per qualcuno.
Note
[1] https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2026/10/04/quel-che-resta-di-gaza-la-striscia-in-macerie-dopo-tre-anni-di-guerra_1a8d9d0d-0c43-40b1-b0bb-79d582dc649b.html
[3] Ma potrebbero essere stime per difetto, in ogni caso si tratta di una quantità enorme, equivalente a circa 186 Empire State Building
[4] UN Environment programme, Report 2025, Environmental Impact of the Escalation of Conflict in the Gaza Strip
[5] Arendt, H., 1964, La banalità del male. Heichmann a Gerusalemme, Milano, Feltrinelli
[6] Jonas, H., 1979, Il principio di responsabilità. Un’etica per la civiltà tecnologica (it. 2002, Einaudi, Torino)











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